domenica, Dicembre 8

Il significato geopolitico della TPP Nella TPP lo scopo economico-commerciale si fonde con gli imperativi strategici del containment targato Obama

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Dopo dieci anni di negoziati, il Partenariato Trans Pacifico (Trans Pacific Partnership, TPP) è realtà. L’accordo di libero scambio -in tutto e per tutto simile al Trattato Transatlantico che gli Stati Uniti stanno negoziando con l’Europa- è stato raggiunto lo scorso 5 ottobre e riguarda 12 Paesi: Usa, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Canada, Messico, Perù, Cile, Vietnam, Singapore, Brunei e Malesia, che insieme contano 800 milioni di abitanti e rappresentano il 40% del commercio mondiale. Il documento sarà ora sottoposto alle ratifiche parlamentari, compresa quella (probabile, ma non scontata) del Congresso USA. Si tratta del principale successo dell’agenda economica del Presidente Barack Obama. Prende così forma la maggior area di libero scambio al mondo, dietro la quale si staglia il progetto di ‘contenimento’ della Cina, esclusa dal negoziato, che rappresenta la cifra strategica della politica estera della Casa Bianca.

L’annuncio della firma inizia già a produrre le prime conseguenze sugli attuali equilibri globali. Dal punto di vista geoeconomico, la TPP di fatto rinnega l’universalismo degli accordi commerciali in seno all’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) creando un sottoinsieme regionale più coeso e compatto. Sotto il profilo geopolitico, invece, nelle intenzioni degli USA servirà ad arginare la straripante influenza cinese, e con essa le ambizioni di superpotenza di Pechino, la quale da un lato si è limitata a commentare l’accordo con cauto ottimismo (ovvero con velato disappunto), e dall’altro si è affrettata ad annunciare iniziative concorrenti, sulla falsariga della Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (Asian Infrastricture and Investment Bank, Aiib), fondata lo scorso anno allo scopo di fungere da alternativa al Fondo Monetario Internazionale.

La soddisfazione di Washington e il fastidio di Pechino trovano spiegazione nel generale contesto di relazioni tra le due superpotenze. Nel 2008, con l’inizio della presidenza Obama, gli Stati Uniti si sono riscoperti Pacifici in funzione anticinese. L’importanza dei mercati asiatici e della libera navigabilità nel Mar Cinese Meridionale (dove transita il 40% del commercio marittimo globale) hanno convinto la Casa Bianca a orientare la propria visione geopolitica su questo versante. Un’intenzione ufficializzata nel gennaio 2012, quando un documento pubblicato dal Pentagono ha affermato apertamente la necessità di reindirizzare la politica estera statunitense verso l’Asia-Pacifico, principalmente, appunto, in funzione del contenimento della Cina. Il fatto che il presidente USA, nel novembre 2012, abbia svolto la prima trasferta estera suo secondo mandato nel Sudest asiatico per partecipare al Vertice dell’Asia Orientale (un consesso di 18 Paesi dell’Asia-Pacifico, Stati Uniti compresi), testimonia la centralità di questa regione nel futuro strategico dell’America. Si è aperta così l’era del pivot to Asia targato Obama.

Un progetto che si snoda attorno a due direttrici principali. Primo: ridurre la sovraesposizione diretta negli scenari di conflitto (Iraq e Afghanistan) ereditati dall’era Bush, e allo stesso tempo sostituire gradualmente la propria presenza diretta in altri teatri critici (Yemen, Pakistan, Somalia, Nordafrica) per mezzo di altre forme di intervento indiretto (i droni). Secondo: rilanciare l’influenza degli interessi degli Stati Uniti in aree del mondo tradizionalmente di pertinenza di Washington e oggi insidiati dall’espansione commerciale e militare delle nuove potenze emergenti.

La principale conseguenza pratica di questa visione è appunto il ritorno dell’America a ovest, in direzione dell’oceano Pacifico. Qui l’America deve fare i conti col suo principale concorrente sulla scena globale, la Cina. Nell’ultimo decennio, Washington ha consolidato i propri legami politici e militari con tutti gli alleati asiatici, in particolare con Giappone, Corea del Sud e Australia. Malgrado ciò, nello stesso periodo è stata sostituita da Pechino come primo partner commerciale di tutti gli attori più rilevanti della regione. Questa separazione della politica dall’economia e la crescente interdipendenza tra il colosso cinese e i suoi vicini sono le principali minacce strategiche per l’influenza americana nel quadrante dell’Asia-Pacifico, in un’area considerata vitale. La Casa Bianca lo ha capito e ha di conseguenza intrapreso delle contromosse che nel gergo degli analisti si riassumono in due parole: re-engagement e containment. La prima come rinnovato impegno degli Stati Uniti nella regione mirante al rilancio dell’integrazione economica trans-pacifica come alternativa all’integrazione regionale intra-asiatica. La seconda come strategia per limitare l’espansione politica di Pechino nel Pacifico.

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