domenica, Agosto 25

Il sesto continente field_506ffbaa4a8d4

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La Terra si fa stretta. Duecento anni fa eravamo un miliardo, oggi siamo più di sette miliardi e mezzo, nel 2050 sfioreremo i dieci miliardi. Fra un secolo, al ritmo attuale di crescita, su questo pianeta saremo addirittura oltre undici miliardi di persone (poi, secondo gli esperti dell’Onu, in virtù della crescita zero, cominceremo a diminuire). Ci avviamo, dunque, verso un pianeta senza frontiere. Già adesso a fronte di ogni posto-lavoro disponibile in Europa ci sono 64 persone in lista d’attesa nella sola fascia dell’Africa mediterranea. Un movimento di dimensioni bibliche, un’autentica marea nera, e c’è chi parla di un ‘sesto continente’ che dal cosiddetto terzo mondo si sposta, in cerca di rifugio, verso i Paesi industrializzati.

«La società di domani»,  dice il sociologo Franco Ferrarotti, «sarà multietnica e quindi anche multirazziale. Dobbiamo ormai capire che il mondo è diventato unitario e che l’umanità è toccata nello stesso momento da tutto ciò che accade». Il mondo, tuttavia, non è ancora pronto a questa idea di universalità. Ecco perché avvengono episodi vergognosi come l’offesa di un razzista marchigiano a una donna di colore, il pestaggio di un extracomunitario su un autobus a Milano o il linciaggio di un nero sulla spiaggia sarda. Oppure, ancora, come la storia di una giovane donna eritrea costretta a lasciare il posto su un autobus a Roma a un bianco. Quell’autobus è una metafora: la Terra somiglia sempre più a quell’autobus, gremito, soffocante, dove ci si sbrana per quei pochi posti a sedere, dove c’è la paura che gli altri ci tolgano spazio. Ed ecco, dunque,  il nuovo razzismo, non più ideologico, legato al colore della pelle, ma legato alla lotta per la vita, alla sopravvivenza.

Assistiamo, in questi anni, a spostamenti di profughi da tutte le parti del mondo in crisi. Li ritroviamo dappertutto, anche sotto le nostre case. Li chiamano ‘i nuovi dannati’. Forse dovremmo sforzarci di capire il loro dramma, pur nella consapevolezza che questo flusso va gestito e che vanno distinti gli immigrati ‘buoni’ da quelli ‘cattivi’. Servono senza dubbio regole ma resta di fondo un problema pratico, oltre che morale: di quei dieci miliardi di persone che saremo fra vent’anni sul pianeta, solo un miliardo e mezzo apparterranno al cosiddetto mondo civilizzato, tutti gli altri arrivano dai Paesi in via di sviluppo. Inutile alzare muri: la disperazione non si ferma. Nel mondo ci sono cinquanta milioni di rifugiati che scappano da fame, guerre e violazione dei diritti umani: dalla Nigeria alla Siria, dall’Egitto alla Russia. Sono almeno cento i Paesi da cui si fugge. Come non tenerne conto, pensando oltretutto che il trenta per cento di “noi” sarà vecchio, fuori dell’età produttiva?

Bisogna, insomma, abituarsi all’idea di convivere. Non è difficile. Mi diceva una volta un giovane ingegnere della Costa d’Avorio: “Di solito siamo abituati a vedere le nostre differenze. E le differenze esistono. Ma cerchiamo d’ora in poi di vedere solo ciò che ci unisce”.

 

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