sabato, Giugno 6

Il secessionismo californiano. Un ritorno al passato per gli Usa?

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Dopo il Texas, Stato dall’ormai consolidata tendenza secessionista, è ora la volta della California. «La California è una nazione, non un semplice Stato», non si stancano mai di ripetere Geoff Lewis e Marcus Ruiz Evans. L’aspetto rilevante della vicenda è che questi due instancabili promotori dell’indipendenza del ‘Golden State’ non parlano assolutamente a titolo proprio, ma a nome di decine (se non centinaia) di migliaia di cittadini californiani che appartengono o comunque simpatizzano per Yes California, il movimento fondato proprio da Lewis ed Evans che, attraverso le sue 53 filiali, è impegnato a raccogliere le quasi 600.000 firme necessarie a indire un referendum sulla secessione per il 2018 – data in cui si terranno le elezioni di medio termine – o in alternativa per il 2019.

Le ragioni brandite dai sostenitori di Yes California sono grosso modo identiche a quelle che animano qualsiasi gruppo indipendentista: la California è lo Stato più popoloso (circa 40 milioni di abitanti) ed economicamente più forte (da sola, la California rappresenta la sesta economia mondiale) dell’Unione, ma è obbligata a sottostare a un sistema elettorale che la sotto-rappresenta e a un regime fiscale estremamente penalizzante. La California produce oltre metà della frutta e della verdura di tutti gli Usa e  dispone di un’avanzatissima industria hi-tech incentrata sulla Silicon Valley, ma nonostante ciò le sue necessità – profondamente eterodosse rispetto alla realtà statunitense – in materia di immigrazione, ambiente, commercio internazionale non vengono tenute in sufficiente considerazione di Washington. L’elezione di Donald Trump non ha fatto altro che catalizzare un processo di distaccamento della California dal resto dell’Unione che di fatto era già in atto.

Fatte le ovvie, debite proporzioni, lo spirito secessionista che va lievitando in California sembra ruotare attorno a ragioni di fondo non troppo dissimili da quelle che negli anni ’60 del XIX Secolo portarono gli Stati federati del Sud a dichiarare unilateralmente la propria indipendenza dall’Unione. Nonostante al giorno d’oggi si tenda a leggere la Guerra Civile Americana come una lotta tra ‘schiavisti’ ed ‘emancipatori’ animati da principi etico-morali profondamente divergenti, il vero oggetto del contendere era il tipo di economia da sviluppare all’interno di questo giovane Paese. Gli Stati del nord, che allora stavano conoscendo un rapidissimo processo di industrializzazione, erano inclini all’applicazione di barriere doganali atte a proteggere la produzione interna dall’agguerrita e più avanzata concorrenza britannica. Quelli del sud, di converso, ospitavano sterminati latifondi in cui sorgevano rigogliose piantagioni di cotone da cui si riforniva la potentissima industria tessile britannica. Per questi ultimi Stati, agricoli e latifondisti, era necessario difendere il cosiddetto ‘vantaggio comparato’ (concetto economico elaborato da David Ricardo) dell’industria cotoniera statunitense dalla crescente concorrenza straniera (anche italiana), e per farlo occorreva evitare l’introduzione di qualsiasi dazio che andasse a inficiare sulla competitività del prodotto.

Il differente atteggiamento tenuto dagli Stati del nord e da quelli del sud nei confronti dello schiavismo era una naturale conseguenza delle loro divergenti necessità economiche. Il nord era allora la destinazione di milioni di immigrati europei, i quali garantivano un costante afflusso di manodopera a basso costo. All’epoca, per di più, stavano facendosi progressivamente strada alcuni principi che sarebbero poi ripresi dal modello fordista, per i quali un moderno Stato industriale necessita che il maggior numero di individui vengano coinvolti nel regime economico e congruamente retribuiti, così da potenziare la domanda interna. Prima che essere moralmente riprovevole, la schiavitù cominciò quindi ad essere considerata una palla al piede dal punto di vista squisitamente economico. Il sud si reggeva invece sulle esportazioni, e aveva pertanto il massimo interesse a retribuire al minimo – vale a dire non retribuire affatto – la manodopera.

Furono essenzialmente queste le ragioni che trasformarono la linea Mason-Dixon nel confine tra Stati schiavisti e Stati abolizionisti, e che portarono successivamente il presidente repubblicano Abraham Lincoln – un uomo della sua epoca che, al pari il premier sudista Jefferson Davies, non aveva grosse remore morali nei confronti dello schiavismo – a dichiarare guerra ai secessionisti in nome dell’industrializzazione del Paese. Il trionfo dei nordisti al termine della Guerra Civile Americana – favorita non a caso dal blocco dei porti confederati ad opera della flotta unionista, impedendo la vendita di cotone a Londra e strozzando così economicamente il sud – rappresentò la definitiva indipendenza degli Stati Uniti dall’ex madrepatria britannica, e pose le condizioni per l’ascesa del Paese a principale potenza economica del mondo.

Con l’arrivo di Trump alla Casa Bianca, la contrapposizione tra protezionismo e liberismo è tornata a dominare la scena. La California, con la sua avanzatissima industria hi-tech, ha bisogno di un regime di commercio internazionale che favorisca l’abbattimento di qualsiasi barriera protettiva, in quanto ciò permetterebbe la conquista dei mercati mondiali da parte dei colossi della Silicon Valley e scoraggerebbe l’insorgere di nuovi, agguerriti concorrenti.

Gli Stati del nord-est in cui decenni fa sorgevano fiorenti industrie manifatturiere (automobilistica in primis) si sono invece de-industrializzati e trasformati nella ‘cintura della ruggine’ (‘Rust Belt’) a causa di politiche commerciali di stampo liberista cha hanno favorito il trasferimento degli impianti produttivi nei Paesi in grado di offrire cospicui serbatoi di manodopera a basso costo. Per re-industrializzarsi e mitigare la piaga della disoccupazione, deliberatamente sottostimata dalle statistiche grazie ai nuovi, stravaganti metodi di calcolo, questi Stati hanno bisogno che le autorità politiche introducano misure atte a scoraggiare le importazioni, proteggere la produzione autoctona e rilanciare la domanda interna.

Le necessità economico-finanziarie profondamente divergenti tra la California e gran parte del resto degli Stati Uniti sono quindi alla base dell’irredentismo del ‘Golden State’, che al momento sembra peraltro godere del favore di alcuni pezzi da novanta dalla Silicon Valley. Tra di essi, spicca indubbiamente il miliardario di origini iraniane Shervin Pishevar, uno dei principali investitori di Uber, Airbnb, Hyperloop e altre decine di aziende operanti nel settore dell’alta tecnologia. Fu proprio Pishevar ad annunciare, tramite Twitter, che avrebbe messo mano al portafogli per sostenere la causa indipendentista dopo il successo di Trump alle elezioni di novembre. Nel caso in cui questo ricco imprenditore riuscisse a convincere altre superstar dell’hi-tech che mal sopportano il tycoon newyorkese a sponsorizzare la campagna di Yes California, il secessionismo californiano potrebbe cominciare a provocare seri grattacapi a Washington, i quali già adesso sembrano prendere con una certa serietà il problema.

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