lunedì, Dicembre 16

Il ruolo di Cuba nella geopolitica di Obama L’isola potrà essere una risorsa preziosa nella visione degli Usa in America Latina, ecco perchè

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Il Presidente americano Barack Obama è arrivato all’Avana, nel primo viaggio dal 1928 di un Presidente degli Stati Uniti in carica per sancire il disgelo, cominciato 15 mesi fa, dei rapporti diplomatici ed economici con Cuba. Obama, accompagnato dalla First Lady Michelle e dalle due figlie Malia e Sasha, è il primo inquilino della Casa Bianca a visitare il ‘regno’ dei Castro da quando Calvin Coolidge vi inaugurò il congresso Panamericano quasi nove decenni fa.

Il volto dei due presidenti, con le due bandiere e la scritta ‘bienvenido a Cuba’, campeggia in un cartellone al centro della capitale, segnando, anche visivamente, la svolta storica che le rispettive Nazioni vivono con l’arrivo del Presidente americano nell’isola. Durante il suo soggiorno, Obama incontrerà Raúl Castro, pronuncerà un discorso ai cubani che sarà trasmesso in tv e assisterà a una partita di baseball tra una squadra della Florida, il Tampa Bay, e la nazionale cubana.

Il valore di questo evento sta nel fatto che per ciascuno dei nove Presidenti che si sono succeduti alla Casa Bianca dall’embargo del 1962 fino all’elezione di Obama un viaggio nell’isola caraibica sarebbe stato impensabile. I primi passi verso lo storico riavvicinamento tra Usa e Cuba si sono manifestati nel dicembre 2014, quando i due Paesi hanno annunciato l’intenzione di riprendere le relazioni diplomatiche. Un risultato raggiunto dopo lunghe trattative segrete condotte col sostegno di Papa Francesco, pubblicamente ringraziato da Obama e Castro per il ruolo svolto nelle negoziazioni.

Nell’aprile dello scorso anno i due leader si sono incontrati a Panama in occasione del vertice delle Americhe, di fatto il primo tavolo internazionale che ha visto la partecipazione di L’Avana e Washington dalla rotture delle relazioni bilaterali nel 1961. Benché quel summit non abbia portato alcuna svolta sul piano formale, in un’inedita conferenza stampa congiunta i due presidenti manifestarono, comunque, l’intenzione di riallacciare i legami diplomatici e di voler affrontare più argomenti, inclusi i diritti umani e la libertà di espressione.

Da allora sono stati compiuti molti passi concreti, come la cancellazione dell’isola dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo, la liberazione di alcuni prigionieri – uno su tutti: Alan Gross, funzionario dell’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale (Usaid), arrestato a Cuba nel 2009 e condannato a 15 anni di carcere con l’accusa di spionaggio- e lo scambio di alcune spie, per arrivare alla riapertura dell’ambasciata Usa sull’isola lo scorso 14 agosto e il successivo ripristino dei voli e dei collegamenti postali diretti.

Molti fattori hanno contribuito ad avviare questo processo di riconciliazione: l’interesse (politico) degli Stati Uniti di attrarre Cuba nella sua sfera d’influenza; l’interesse (economico) di Cuba di tornare nella sfera d’influenza Usa; il desiderio di Obama di conseguire un successo in politica estera da consegnare agli annali; la crescente diffidenza di Raúl Castro verso un Venezuela in declino e ormai orfano del caudillo Hugo Chavez, la volontà degli altri Paesi latinoameriani di favorire una normalizzazione nei rapporti diplomatici tra America del Nord e America del Sud.

Sulla base di queste premesse Obama ha intavolato un’importante partita geopolitica, forse la più importante del suo mandato, per rimuovere uno degli ultimi anacronistici residui della Guerra Fredda e restituire Cuba al sistema produttivo statunitense. Potenzialmente, l’isola è, dunque, una risorsa preziosa nella prospettiva di un riordino da parte degli Usa dei loro rapporti con l’America Latina, vista l’importanza da essa ricoperta nello scacchiere geopolitico latinoamericano.

Cuba ha giocato un ruolo primario nella pacificazione tra il Governo colombiano e le Farc, ospitando, a partire dal 2012, i colloqui di pace tra il Governo colombiano e il gruppo insurrezionale, di cui il Presidente Raúl Castro si è fatto garante e che forse conosceranno una positiva evoluzione proprio più o meno in coincidenza con la visita di Obama.
Poi ci sono le recenti visite di
Bergoglio e del primate di Russia, a riprova dell’importanza e del prestigio che Cuba conserva in questa parte del globo e della sua notevole capacità di manovra sul piano diplomatico. Anche per questo, negli ultimi anni, gli altri Paesi del continente hanno favorito la ripresa delle relazioni tra i due ex nemici, cercando di invitare sempre Cuba ai vertici continentali, appuntamenti a cui una volta era tradizionalmente esclusa per via del veto di Washington.

La distensione tra Cuba e Usa è stata, dunque, una vittoria congiuntafatte salve le riserve e i distinguo di alcuni osservatoriottenuta anche grazie al contributo di altri Paesi latinoamericani che da tempo hanno puntato su un riavvicinamento tra le parti. La cui eco, però, risuona anche in altri angoli del mondo. Ad esempio, dopo quello con gli Stati Uniti, recentemente è arrivato ufficialmente anche il disgelo tra Cuba e Unione Europea. Ma la rinata ‘amicizia’ tra Washington e L’Avana potrà avere conseguenze anche su quelle, più tradizionali, tra quest’ultima e i suoi alleati durante la Guerra fredda, ossia Russia e Cina. Paesi lontani ma che sull’isola avevano ambasciate, sedi d’intelligence e consolidati rapporti commerciali. Cosa cambierà adesso nelle relazioni mondiali, russe e cinesi, è difficile da dire. Di certo, se e quando l’embargo verrà totalmente rimosso, si creeranno dei nuovi equilibri.

Peraltro, l’embargo resta la madre di tutte le questioni, perché attorno ad esso si sviluppa la normalizzazione dei rapporti commerciali, economici, e naturalmente politici, ma tecnicamente è ancora in vigore. Prima di partire Obama ha firmato l’ordine esecutivo che permette d’ora in avanti il ‘turismo culturale individuale’, fra cittadini americani e cubani. La condizione da rispettare, però, è tenere un diario giornaliero delle persone incontrate e delle attività svolte che deve essere conservato per 5 anni. Il passo successivo sarà, probabilmente, l’uso del dollaro come moneta negli scambi commerciali. Più in generale, l’apertura del Paese offre sia ai cubani fuggiti negli Usa che alle aziende statunitensi l’opportunità, attesa da tempo, di investire nell’isola a soli 90 chilometri dalla Florida,

In questo senso, il disgelo potrà dirsi completato solo con la volontà del Congresso, l’unica istituzione deputata ad annullare l’embargo. L’impegno di Obama per la riapertura delle Ambasciate e il ristabilimento dei voli commerciali rappresenta un passo significativo, ma per sancire la normalizzazione è necessario l’intervento del Parlamento Usa, tuttora ostile nei confronti di L’Avana. Ne abbiamo avuto la prova nel corso della campagna elettorale per le primarie repubblicane, in cui i candidati Marco Rubio e Ted Cruz, entrambi di origine cubana, non hanno perso occasione per ribadire la propria contrarietà a ogni dialogo con il regime castrista. Pertanto, va bene la solennità degli annunci, ma per fare in modo che l’embargo sia un ricordo del passato occorrono anche dei fatti, che non saranno altrettanto semplici.

Attualmente sono in vigore delle leggi che non consentono a Cuba di ricevere beni né dagli Stati Uniti né da altri Paesi. Per la Legge ‘Helms-Burton’, le navi straniere, dopo aver attraccato a Cuba, non possono approdare in porti americani per sei mesi, scoraggiando di fatto qualsiasi operazione di scambi commerciali dall’Europa o dal Canada verso l’isola. Un vero problema, se pensiamo che l’80% del fabbisogno alimentare è importato.

D’altra parte, i cambiamenti potrebbero andare al rallentatore vista la diffidenza delle autorità cubane verso le riforme liberali (condizione indispensabile per favorire l’afflusso di capitali) e le inevitabili difficoltà nel gestire la velocità della trasformazione. In questo contesto entrano in gioco anche le dinamiche di politica interna. Tra alcune settimane avrà luogo il Congresso del partito comunista cubano in cui Raul Castro dovrebbe confermare l’intenzione di ‘abdicare’ nel 2018 -tutti sono in attesa di capire chi farà parte della futura dirigenza cubana- e in cui dovrà in ogni caso presentare un bilancio dei nuovi rapporti con gli Usa che vada ben al di là del ristabilimento di voli e comunicazioni postali diretti per legittimare la svolta politica in corso.

Per adesso si sa solo che il regime non ha perso le vecchie abitudini. Secondo fonti dell’opposizione, più di cinquanta attivisti dei diritti umani sono stati arrestati durante una marcia pacifica all’Avana, a poche ore dall’arrivo nel Paese del Presidente Usa e oltre 300 nell’ultimo mese. Tra gli arrestati ci sono alcune donne delle ‘Damas de Blanco’, che ogni domenica ormai da mesi organizzano una marcia di protesta nella capitale.

Altri aspetti complicano lo scenario, Prima ancora che Obama atterrasse a L’Avana i cubani parevano aver già compreso il lato oscuro del capitalismo americano. Gli alberghi che ospitano le delegazioni e i giornalisti hanno quadruplicato i prezzi e i taxi sono passati a tariffe da 150 dollari per 3 ore, addirittura più cari che a Manhattan. Inoltre, L’Avana è senza dubbio la più sicura delle capitali latinoamericane, senza quei livelli di crimine organizzato conosciuti a Bogotà o a Caracas e col consumo di droga ridotto al minimo. Ma è altrettanto indubbio che nessuna ‘multinazionale’ sarà impaziente di investire nel mercato cubano più dei narcotrafficanti messicani Los Zetas, che controllano i Caraibi.

 

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