venerdì, Novembre 15

Il ritorno di Bernie Sanders Il senatore del Vermont si ricandida per le presidenziali del 2020

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All’interno del Partito Democratico statunitense spira aria di cambiamento, per lo meno sul piano estetico-cosmetico. È quanto si evince dal processo evolutivo avviato dall’establisment dell’asinello in seguito alla batosta incassata alle elezioni del 2016. La sorprendente vittoria di Donald Trump sulla strafavorita – quantomeno secondo tutti i sondaggi più accreditati – Hillary Clinton giunse infatti al termine di un percorso lungo e tormentato, che vide l’ex first lady finire al centro dello scandalo relativo alla e-mail private e divenire bersaglio di aspre critiche focalizzate sulla sua gestione quantomeno discutibile della crisi di Bengasi dell’11 settembre 2012, culminata con l’assassinio del console statunitense Christopher Stevens. Non va inoltre dimenticato che, prima ancora di rivaleggiare con ‘The Donald’, la Clinton era riuscita ad aggiudicarsi la nomination proprio alle spese di Bernie Sanders soltanto grazie all’appoggio indebito dell’apparato dirigenziale democratico, come dimostrato dalle oltre 20.000 e-mail private trafugate dagli archivi del partito e pubblicate da ‘WikiLeaks‘ che costrinsero alle dimissioni l’ex presidente dell’asinello, Deborah Wasserman Schultz.

Conformandosi a un atteggiamento tutt’altro che neutrale finalizzato a favorire la corsa di Hillary Clinton, l’establishment democratico dette prova di notevole miopia politica, visto e considerato che Sanders era l’unico esponente democratico in grado di competere con Trump sul suo stesso terrenopopulista‘, mada sinistra‘. Solo ora i vertici del partito sembrano aver compreso che le umili origini e la conclamata vicinanza ai principi ispiratori delle socialdemocrazie europee rendono Sanders particolarmente congeniale a determinati segmenti dell’elettorato statunitense, a partire da quelli che riuniscono le classi sociali meno agiate. Lo dimostra la progressiva virata del partito su alcune delle posizioni più radicali sposate dal’anziano senatore del Vermont, quali l’estensione universale del Medicare, l’innalzamento del salario minimo orario a 15 dollari, l’introduzione di un sistema fiscale di carattere progressivo e il rilancio della lotta contro il cambiamento climatico. Battaglie che nel 2016 era il solo Sanders a portare avanti, mentre ora costituiscono i cavalli di battaglia di alcuni degli esponenti democratici più in vista, da Elizabeth Warren a Alexandria Ocasio-Cortez, fino a Kamala Harris.

Di qui l’invito di Sanders a «diffidare delle imitazioni», come si legge nel video del 19 febbraio scorso attraverso il quale il senatore ha annunciato la volontà di ricandidarsi alle elezioni del 2020. Il filmato è stato visualizzato da oltre 400.000 utenti di YouTube e da 5,4 milioni di utenti su Twitter. A consacrazione di un’abile e accurata strategia mediatica imperniata sull’uso intensivo dei social network e capace di catturare repentinamente l’attenzione dell’elettorato. «Insieme a voi – si legge in un’e-mail inviata da Sanders ai suoi sostenitori –  abbiamo avviato una rivoluzione politica […]. Ora è tempo di portarla a compimento […]. Tre anni fa, quando portammo avanti la nostra agenda progressista, bollarono le nostre idee come ‘radicali’ ed ‘estremiste’. Ebbene, a tre anni di distanza, queste politiche sono sostenute più che mai dalla maggioranza degli americani». I quasi 6 milioni di dollari raccolti dal senatore in appena 24 ore (da circa 220.000 piccoli donatori) – a fronte degli 1,5 raccolti dalla Harris e dai 230.000 raccolti dalla Warren – ne costituiscono una prova piuttosto inequivocabile.

Anche Trump si è rallegrato della ricandidatura di Sanders, al quale ha inviato i suoi migliori auguri nonostante il senatore l’abbia definito «il presidente più pericoloso della storia dell’America moderna», oltre che «mentitore patologico» e «un razzista, un sessista, un omofobo e uno xenofobo». Esternazioni a cui i collaboratori del magnate newyorkese hanno ribadito accostando il programma di Sanders a quello di Nicolas Maduro in Venezuela.

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