giovedì, Ottobre 1

Il ‘riequilibrio economico’ della Cina L'agenzia di rating cinese Dagong declassa il debito Usa mentre Pechino dichiara guerra al bitcoin

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Lo scorso 16 gennaio, l’agenzia di rating cinese Dagong Global – che a differenza di Moody’s, Standard & Poor’s e Fitch viene pagata per i suoi giudizi dagli acquirenti dei titoli e non da coloro che li emettono – ha declassato il debito pubblico degli Stati Uniti (portandolo da A- a BBB+), inasprendo così le già severe critiche nei confronti della tenuta finanziaria Usa. Come si legge nell’analisi, «la solvibilità effettiva del governo federale potrebbe trasformarsi nel detonatore della prossima crisi finanziaria. Il grave squilibrio tra le fonti di rimborso del debito e le passività rende il governo federale l’anello più debole nella catena del debito degli Stati Uniti. Approfittando del ruolo internazionale del dollaro, gli Stati Uniti si sforzano di mantenere la propria solvibilità acquistando buoni del Tesoro con la stampa di nuove banconote […]. La semplice presa d’atto dell’indebolimento di mercato del valore dei buoni del Tesoro Usa e del dollaro si rivelerà una forza così potente da distruggere la fragile catena del debito del governo federale. Il modello di economia trainata dal debito, costruito sulla base delle condizioni politiche, delle necessità strategiche e delle caratteristiche economiche degli Stati Uniti non sembra destinato a cambiare. I tagli fiscali avranno effetti sempre più negativi sulle fondi di rimborso statali, visto e considerato che la continua riduzione delle entrate tributarie va a sovrapporsi all’aumento dei debiti testimoniando così che la capacità di rimborso degli Usa sta progressivamente riducendosi. Di conseguenza, Dagong formula una prospettiva negativa sia per quanto riguarda il debito locale che per quello estero».

La prosa particolarmente asciutta e lineare esprime con una disarmante chiarezza le crescenti preoccupazioni cinesi nei confronti della tenuta del dollaro e della sempre più profonda crisi debitoria statunitense. Non si tratta di una notizia di poco conto, visto e considerato che la Cina rappresenta il maggiore creditore straniero degli Usa. Durante la fase di accumulazione primitiva ed ‘esportazioni selvagge’ Pechino si è vista obbligata a fare incetta di Treasury Bond per mantenere larga la forbice tra il dollaro e lo yuan e assegnare una maggiore competitività alle merci cinesi sul mercato statunitense, ma il progressivo ripiegamento cinese in favore del potenziamento dei consumi interni e l’inserimento dello yuan nel paniere di valute del Fondo Monetario Internazionale rende molto probabile una profonda riconfigurazione strategica da parte della Repubblica Popolare Cinese.

Come osservava nel 2014 l’analista finanziario Stephen S. Roach, «i casi statunitense e cinese non sono sospesi nel vuoto […]. La interdipendenza di Cina e Stati Uniti li lega indissolubilmente. Si pone quindi la questione delle conseguenze di due diverse strategie politiche – la stasi americana e il riequilibrio cinese. Il risultato probabile è un ‘riequilibrio asimmetrico’. Modificando il proprio modello economico, la Cina promuoverà lo spostamento da un surplus di risparmio a un’attrazione di risparmio – impiegando i suoi asset per finanziare una rete di sicurezza sociale e per questa via moderare i risparmi precauzionali guidati dalla paura delle famiglie. Al contrario, gli Usa sembrano intenzionati a mantenere il corso attuale – nella convinzione che il modello di basso risparmio ed eccesso di consumo che ha funzionato così bene in passato continuerà ad operare senza problemi in futuro. Riconciliare questi due approcci produrrà delle conseguenze. Mentre la Cina reindirizza il suo surplus di risparmio per sostenere i propri cittadini, avrà meno eccedenze per sostenere la carenza di risparmi degli statunitensi. E ciò peggiorerà le condizioni che permettono agli Stati Uniti di attirare finanziamenti dall’estero, generando un indebolimento del dollaro, una crescita dei tassi di interesse, un aumento dell’inflazione o, nella peggiore delle ipotesi, a una combinazione di tutti e tre questi fattori».

È nell’ambito del ‘riequilibrio’ che Pechino si propone di attuare che si inscrive la decisione delle autorità cinesi di dichiarare guerra al bitcoin e più in generale a tutte le criptovalute che spopolano in questi ultimi mesi. Una nota interna emessa lo scorso 17 gennaio, la People’s Bank of China ha decretato la messa al bando dei servizi di trading delle criptovalute garantiti dagli istituti di credito cinesi, che d’ora in poi saranno chiamati a vietare l’utilizzo di canali di pagamento per le transazioni in bitcoin, ethereum, ecc. Le banche, recita il documento, dovranno «intensificare i controlli sulle transazioni e chiudere tempestivamente i canali di pagamento nel caso in cui si verifichino scambi sospetti di criptovalute».

Il vicegovernatore della People’s Bank of China Pan Gongsheng ha inoltre chiarito che d’ora in poi saranno duramente colpiti tutti i siti nazionali e stranieri, le piattaforme di scambio per le cripto valute e le app mobili (tra cui la popolarissima We Chat) maggiormente utilizzate dagli utenti di tali piattaforme, oltre che, più in generale, gli erogatori di servizi che consentono il trasferimento di fondi all’estero. L’obiettivo di Pechino è proprio quello di stroncare un sempre più diffuso sistema di trading che, in un regime di inconvertibilità della divisa locale, si configurava come lo strumento più semplice per esportare di valuta, con il risultato di incrementare le pressioni sul cambio monetario e complicare così il lavoro di ‘aggiustamento valutario’ della People’s Bank of China. Senza dimenticare che, come nota ‘Le Monde’,  in Cina «le banche ombra hanno un ritmo di crescita – il 31% tra il 2014 e il 2015 – secondo solo a quello registrato in Argentina». Istituti, cioè, che non sono riconosciuti della Banca Centrale ai quali, tuttavia, i clienti si appoggiano per fare trading con i derivati (non potendo contare su alcuna garanzia) e le imprese statali si rivolgono per ottenere i prestiti necessari a finanziare le proprie passività.

Il giro di vite decretato dalla Banca Centrale cinese segue altri provvedimenti che, a partire dallo scorso settembre, hanno colpito l’universo delle criptovalute. Si è cominciato con la sospensione delle Initial Coin Offers (Ico), vale a dire un comune metodo di finanziamento per le startup e l’istituzione del divieto di trading in bitcoin sulle re maggiori piattaforme (Btc China, Huobi e OkCoin), per finire con la drastica limitazione delle possibilità di accedere all’energia elettrica per i ‘minatori’ di bitcoin. Questi tendevano a spostarsi in quelle aree geografiche del Paesi in cui i prezzi delle energia sono particolarmente vantaggiosi e vige una connessione internet veloce per condurre affari «nell’attività di certificazione delle transazioni in Bitcoin, vero fulcro dell’intero sistema».

Gli altissimi consumi di energia che richiede la formulazione degli algoritmi necessari per la creazione dei bitcoin, molti miner si sono trasferiti proprio nelle regioni capaci di produrre un eccesso di elettricità, vale a dire nella Cina settentrionale disseminata di centrali carbone, nello Xinjiang costellato di impianti eolici e nelle regioni sud-occidentali dove l’energia viene prodotta da diverse dighe di recente costruzione. La Cina intende canalizzare questo surplus di energia rinnovabile verso le zone orientali dove l’elettricità scarseggia piuttosto che metterlo al servizio di attività finanziarie che vede con crescente preoccupazione come quelle relative alle criptovalute, considerate strumenti speculativi destinati a favorire investimenti illeciti e flussi di denaro pericolosi per la stabilità finanziaria cinese.

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