martedì, Agosto 4

Il riconoscimento della stato di Palestina Lo Stato e il popolo che Golda Meir, ex Primo Ministro israeliano, ha definito duramente come inesistente, è davvero determinato a reclamare il proprio posto alla luce del sole

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Beirut – Rifugiati all’interno della loro stessa terra, senza uno Stato all’interno dei confini sempre più ristretti che Israele ha concesso di assegnare loro, senza volto e senza voce di fronte alla comunità internazionale mentre il loro status legale continua a essere un sogno lontano, il caso palestinese resta una macchia nel mondo, un capitolo non chiuso di una crisi che dura da sei decenni, dal 1948, anno della nascita dello Stato di Israele.

In seguito all’ultima aggressione di massa a Gazaquesta estate durante l’operazione Margine di protezione, nota anche come guerra dei 50 giorni, il Presidente palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato di voler assumere il comando nella lotta del suo popolo per il riconoscimento ufficiale di fronte alla Nazioni UniteIl 15 dicembre il Presidente Abbas ha confermato che avrebbe avanzato una nuova proposta alle Nazioni Unite per il riconoscimento dello Stato di Palestina. La sua richiesta è stata approvata dal consiglio politico, con Hamas e Fatah, le due fazioni principali, entrambe d’accordo.

Questa corsa per il riconoscimento dello Stato di Palestina, che il 15 novembre 1988 durante una sessione straordinaria del Consiglio nazionale palestinese ad Algeri si è concretizzata nell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), dovrebbe raggiungere presto l’ONU e determinare il destino di una popolazione intera. Quattordici anni dopo che la Lega araba (28 ottobre 1974) aveva designato l’OLP come «unico rappresentante legittimo del popolo palestinese» e ribadito «il suo diritto di costituire uno Stato indipendente», i funzionari palestinesi hanno deciso di uscire allo scoperto per dare un volto legale al loro Stato. Ora l’Autorità de iure palestinese vuole diventare un’entità a pieno titolo, riconosciuta da tutti come una realtà istituzionale che non può essere eliminata.

Lo Stato e il popolo che Golda Meir, ex Primo Ministro israeliano, ha definito duramente come inesistente, è davvero determinato a reclamare il proprio posto alla luce del sole, dimostrando così che Israele ha torto. «Non è che c’era un popolo palestinese in Palestina e noi siamo arrivati, lo abbiamo cacciato e gli abbiamo sottratto il territorio», ha affermato. «Non esisteva». Tuttavia, se i palestinesi sono decisi a reclamare il riconoscimento di uno Stato proprio, Israele ha affermato di essere determinato allo stesso modo a distruggere quest’ambizione, soprattutto perché percepisce l’esistenza reale della Palestina come una minaccia alla propria.

“L’ambizione egemonica di Israele include e dipende dalla distruzione della Palestina. Finché ci sarà un’identità palestinese, Israele non affermerà mai completamente la propria legittimità o il proprio diritto di esistere. Lo Stato di Israele è stato fondato versando il sangue dei palestinesi. Per sei decenni Israele ha tentato di lavare via la macchia di sangue e ha fallito”, questo è quanto Marwa Osman, analista politica dello Strategic Foresight Group, ha rivelato in esclusiva a L’Indro.

“Israele teme la Palestina semplicemente perché la sua esistenza nega e mette a dura prova le sue pretese territoriali. Tutto ciò che Israele ha fatto dal 1948 in poi era finalizzato all’annientamento della Palestina. Non giriamoci intorno. Sicuramente Tel Aviv si opporrà alla richiesta del riconoscimento dello Stato di Palestina”, ha aggiunto.

Un «errore grave» secondo Netanyahu. Con l’aumento delle tensioni e delle passioni, la dichiarazione di luglio 2014 del Primo Ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, che non ci sarà mai uno Stato palestinese, riassume la realtà che i palestinesi hanno dovuto affrontare negli ultimi sei decenni. Di fronte al desiderio israeliano, la Palestina non regge il confronto.

Parlando apertamente di cosa Israele ha pensato a lungo e, si potrebbe aggiungere, vissuto, il premier Netanyahu durante una conferenza stampa di luglio 2014 ha affermato: «Nessun accordo potrà spingerci a cedere il controllo sulla sicurezza del territorio ad ovest del fiume Giordano», ciò implica che la Palestina resterà sempre soltanto un miraggio palestinese, una favola senza un seguito reale. Questa valutazione è stata di fatto confermata dal direttore delTime of Israel’ , David Horrowitz, descritto da ’Haaretz come uno dei sostenitori più fedeli di Netanyahu.

Sebbene la proposta di riconoscere l’esistenza dello Stato di Palestina resti il fulcro di tutti i negoziati di pace con Israele, che rappresenta l’ostacolo maggiore da superare per il raggiungimento di un accordo di pace significativo e duraturo, a ottobre è stata la Svezia a riaccendere un barlume di speranza all’ambizione di ottenere il riconoscimento dello Stato di Palestina. Il 30 ottobre 2014, un mese dopo che il Primo Ministro svedese, Stefan Lofven, ha reso nota al mondo la sua intenzione, il Ministro degli esteri svedese, Margot Wallström, ha dichiarato: «Oggi il Governo ha deciso di riconoscere lo Stato di Palestina».

«È un passo importante che conferma il diritto di autodeterminazione dei palestinesi. Speriamo che questo possa essere da esempio per gli altri», ha aggiunto. Dopo l’Islanda, la Svezia è l’unica Nazione occidentale dell’UE ad aver riconosciuto ufficialmente lo Stato di Palestina, contravvenendo ai desideri di Tel Aviv e Washington. La mossa discutibile della Svezia è stata comunque descritta e condannata da Israele come uno spettacolo di solidarietà nei confronti della grave situazione palestinese che ha avuto un grande eco tra le capitali europee, dando un maggior peso alle richieste di autodeterminazione politica e di riconoscimento istituzionale di un popolo intero.

Alcune settimane dopo la mossa che ha separato la Svezia da una maggioranza a orientamento politico pro-israelita, anche la Francia ha deciso di inviare un messaggio a Tel Aviv. Anche se solo simbolicamente, il 2 dicembre la Francia ha confermato che la propria Assemblea nazionale, la camera “bassa” del Parlamento, aveva votato a favore di una mozione per il riconoscimento dello Stato di Palestina con 339 voti contro 151, sottolineando così un cambiamento drammatico all’interno dell’Unione europea alle prese con il caso palestinese.

Con l’assottigliamento del sostegno per Israele nell’Unione europea, in seguito a evidenti crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani contro i palestinesi, ora Israele confida nel suo alleato più forte: gli Stati Uniti d’America. Alla richiesta di un parere sulla bozza di risoluzione presentata dall’OLP il 18 dicembre al Consiglio di sicurezza, la portavoce del dipartimento di Stato, Jen Psaki, ha affermato: «Non è una cosa che sosterremo».

«Abbiamo visto la bozza. Non è una cosa che sosterremo e pensiamo che anche gli altri siano d’accordo con noi perciò ci saranno altre consultazioni», ha aggiunto. Irritato dalla defezione francese, il premier Netanyahu ha commentato dicendo che si è trattato di un «grave errore», come riporta Andrew Simmons di Al Jazeera.

In un momento in cui Israele ha quasi fatto scomparire la Palestina, mettendo un’intera Nazione in un angolo e riducendola alla reclusione forzata, la Palestina sembra aver trovato un nuovo appiglio, il suo popolo è animato da una determinazione rinnovata nonostante le proprie sofferenze. In un pezzo scritto per TruthOut nel 2012, Noam Chomsky, noto studioso e pensatore, ha descritto Gaza come «la più grande prigione all’aperto di tutto il mondo». «Basta poco più di un giorno a Gaza per rendersi conto di cosa significhi provare a sopravvivere nella prigione all’aperto più grande del mondo, dove circa 1,5 milioni di persone su una striscia di terra di quasi 140 metri quadrati sono soggetti ad attacchi di terrorismo casuali e a maltrattamenti arbitrari con il semplice scopo di umiliarli e denigrarli», ha scritto.

“Non avendo nulla da perdere se non loro stessi, i palestinesi potrebbero ancora impegnarsi per raggiungere l’unica cosa che li unisce: la Palestina. Questo terrorizza Israele”, ha affermato Osman. Solo uno può sopravvivere.

«Lo Stato di Israele è la patria del popolo ebraico, l’unico Stato che abbiamo, e i palestinesi chiedendo uno Stato proprio non riconoscono il diritto del popolo ebraico di avere uno Stato», ha affermato Netanyahu alla fine di novembre in risposta al voto espresso dalla Francia a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina. “Definendo l’identità e la rivendicazione di esistere di Israele esclusivamente sulla base dell’ebraismo, Netanyahu afferma in termini poco chiari che la sopravvivenza della Palestina equivale alla fine di Israele e in definitiva alla sua negazione, almeno così ritiene Israele”, questo è quanto Mojtada Mousavi, analista politico, ha rivelato in esclusiva a L’Indro.

Con la pressione crescente esercitata dalla comunità internazionale, Israele e il suo Primo Ministro sono «nel panico», come ha scritto Robert Fantina a dicembre sul ’CounterPunch. «Sembra che il Primo Massacratore israeliano, Benjamin Natanyahu, sia molto agitato perché sembra che la maggior parte dell’Europa stia per riconoscere la Palestina», ha scritto.

Nel tentativo di raccogliere le truppe sotto la bandiera israeliana usando la pace e l’equilibrio mondiale come ultimo argomento, il premier Netanyahu ha criticato l’affronto francese gridando: «Una mossa del genere è contro un accordo di pace, ostacolerà tutti i negoziati futuri e porterà a un’escalation». Proseguendo la sua dichiarazione che l’inferno si scatenerà se la Palestina verrà riconosciuta come Stato legittimo nel quadro della legge internazionale, Netanyahu ammonisce pubblicamente: «Questa mossa [il riconoscimento non vincolante della Palestina da parte della Francia]è negativa e gli si ritorcerà contro».

Mentre i funzionari palestinesi sono ancora alle prese con il veto statunitense al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la questione del riconoscimento dello Stato di Palestina è decisamente venuta a galla, mettendo Israele e la Palestina di fronte a un ultimatum imminente. Cosa succederà se la Palestina riuscirà nel suo intento e cosa accadrà se invece fallirà? Paradossalmente Israele si ritrova nella stessa situazione spiacevole in cui la Palestina fu costretta nel 1993, quando fu fatta pressione a Yasser Arafat affinché riconoscesse unilateralmente «il diritto di esistere di Israele» come una condizione preliminare o un preambolo agli accordi di Oslo.

«Nessun altro al mondo all’infuori dei palestinesi sembrava troppo sconvolto all’epoca», sottolinea Fantina. In una lettera all’allora Primo Ministro Yitzhak Rabin, Arafat ha scritto: «La firma della Dichiarazione dei principi segna una nuova era nella storia del Medio Oriente. Fermamente convinto di questo, vorrei confermare i seguenti obblighi dell’OLP:

L’OLP riconosce il diritto dello Stato di Israele di esistere in pace e sicurezza.

L’OLP accetta le risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L’OLP si impegna al processo di pace del Medio Oriente, a una risoluzione pacifica del conflitto tra le due parti e dichiara che tutte le questioni in sospeso sullo status permanente verranno risolte mediante negoziati».

Tuttavia, se i palestinesi dovevano cedere alla pressione internazionale in nome della pace, Israele sembra determinato a suonare i tamburi di guerra perché l’unica soluzione possibile è difendere la negazione dello Stato di Palestina; mentre Washington resta nel suo angoletto.

Il 12 dicembre, John Kerry, il Segretario di Stato statunitense, ha riferito dalla Colombia agli inviati: “Ci sono molti popoli diversi che premono in direzioni diverse e ci si chiede se si possa premere nella stessa direzione… Quello che stiamo cercando di fare è capire cosa abbia senso. Stiamo cercando di trovare un modo che aiuti a sciogliere le tensioni e a ridurre l’eventualità di altri conflitti, a questo scopo stiamo valutando diverse possibilità e questo è anche il motivo degli incontri con il Primo Ministro Netanyahu”.

La guerra come soluzione finale per Israele

Come ha dichiarato Fantina nel suo servizio per ‘CounterPunch’, è probabile che Israele risponderà alla richiesta palestinese infliggendo ancora più dolore e terrore a una popolazione che deve ancora piangere le migliaia di vite perse nell’ultimo scontro di Gaza.

«È molto probabile che Israele aumenti gli attacchi terroristici contro la Palestina. La Striscia di Gaza potrebbe essere bombardata di nuovo, verranno distrutte sempre più case in Cisgiordania, dove sempre più uomini, donne e bambini verranno arrestati e trattenuti senza alcuna accusa», ha scritto Fantina.

Se le parole di Naftali Bennett, Ministro dell’economia israeliana, sono indicative delle intenzioni segrete di Tel Aviv, molto presto ci saranno nuovi attacchi di violenza.

«Il comportamento dei palestinesi mostra che non meritano uno Stato», ha affermato il Ministro Bennet durante la conferenza dell’Institute for National Security Studies tenuta a Herzliya (Israele) il 12 dicembre.

Ha inoltre aggiunto: «Non cederò agli arabi il territorio nella Terra di Israele. Dobbiamo smetterla di scusarci con il mondo. Non è mai esistito uno Stato di Palestina qui… C’era uno Stato di Israele 2.170 anni fa; lo celebriamo durante la Hanukkah. Esisteva anche 3.000 anni fa».

Desideroso di sottolineare il suo inequivocabile rifiuto della Palestina, Bennett conclude: «Quando Israele dirà chiaramente, senza balbettare e senza scusarsi, che non siamo d’accordo a commettere un suicidio costruendo uno Stato palestinese in terra israeliana, forse il mondo capirà».

A dicembre, Hayim Yilin, capo dell’insediamento israeliano di Eshkol nel Negev occidentale, ha messo in guardia su quella che ha definito una guerra di rappresaglia in sospeso contro Gaza. «Alla luce dell’escalation attuale, la guerra contro Gaza è solo questione di tempo», ha riferito al Middle East Monitor.

«Chiunque pensi che la deterrenza militare sia la soluzione per ottenere un po’ di tranquillità si sbaglia. Le guerre vengono affrontate solo dai politici, i quali riescono a ottenere sicurezza e tranquillità dopo le guerre… Ora Israele si trova ad affrontare una situazione che sta per esplodere e provocare una nuova guerra». Lunedì scorso, infatti, Israele ha attaccato Gaza per la prima volta dopo la tregua di agosto. Sebbene non siano state riportate vittime finora, questo nuovo sviluppo potrebbe rappresentare una premessa ad altri spargimenti di sangue.

Dietro il rifiuto di Israele di riconoscere la Palestina come una realtà, si nasconde una grande paura di dover rispondere di anni di occupazione e abusi di fronte alla Corte internazionale dei crimini. “Il tallone d’Achille di Israele è la Corte internazionale dei crimini; per arrivare di fronte a quest’organo bisogna essere un’entità statale riconosciuta, credo, e in ogni caso questo moltiplicherebbe il rispetto e il riconoscimento”, questo è quanto Norman Pollack, esperto dell’analisi strutturale del capitalismo e del fascismo, ha riferito in esclusiva a L’Indro.

Traduzione di Francesca Fiorenza

 

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