sabato, Gennaio 25

Il ricatto dell'Arabia Saudita

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La recente visita di Barack Obama in Arabia Saudita si è rivelata un clamoroso fiasco. Il Presidente degli Stati Uniti è stato infatti accolto al suo arrivo a Riad da un funzionario di secondo piano mentre re Salman si trovava sul bordo di un’altra pista dell’aeroporto della capitale in attesa dei rappresentanti del Consiglio per la Cooperazione del Golfo. Questo atteggiamento, che non trova precedenti nella storia delle relazioni bilaterali Washington-Riad, trova la sua spiegazione nei sempre più preoccupanti contenziosi sorti in questi ultimi anni tra i due Paesi.

In una recente intervista alla prestigiosa rivista ‘The Atlantic, lo stesso Obama aveva accusato l’Arabia Saudita e le altre monarchie sunnite del Medio Oriente di sfruttare cinicamente la benevolenza statunitense nei loro confronti senza profondere alcuno sforzo per aiutarli nel compito di mantenere intatta l’architettura di difesa della regione. In quei giorni, il Congresso si preparava a votare una norma che autorizzava a trascinare i cittadini sauditi di fronte a tribunali Usa nelle cause legate all’11 settembre, a seguito del rapporto molto scottante sugli eventi cruciali di quel giorno compilato dalla commissione congressuale incaricata. Il rapporto, che suggerisce un probabile coinvolgimento della famiglia reale saudita nei fatti di quel fatidico giorno, è andato ad avvalorare le convinzioni delle migliaia di famiglie delle vittime riguardo all’esistenza di una connessione tra i governanti sauditi e gli attacchi terroristici, specialmente alla luce del fatto che ben 15 dei presunti 19 attentatori erano cittadini sauditi.

Di fronte a una simile prospettiva, la leadership saudita, già irritata con Washington per il mancato intervento militare in Siria contro il governo di Bashar al-Assad e per il ruolo preminente svolto dal segretario di Stato John Kerry per la sottoscrizione dell’accordo internazionale relativo al nucleare iraniano, è andata su tutte le furie minacciando di disinvestire qualcosa come 700 miliardi di dollari nell’economia Usa. L’intimazione, pronunciata dal ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr, ha suscitato timore e incredulità nell’establishment statunitense, perché se da un lato è innegabile che una mossa simile manderebbe in pezzi la debole struttura economica dell’Arabia Saudita già fiaccata di bassi prezzi petroliferi e dagli altissimi costi della guerra allo Yemen, d’altro canto è parimenti assicurato che infliggerebbe un colpo devastante al meccanismo fondamentale su cui si regge l’egemonia geopolitica statunitense, vale a dire il riciclaggio dei petrodollari.

Questo sistema è stato messo a punto il 14 febbraio del 1945, nel quadro di un accordo siglato tra il Presidente Franklin Delano Roosevelt e re Ibn al-Saud sull’incrociatore Quincy in navigazione sulle acque del Grande Lago Amaro del Canale di Suez. L’intesa, in base alla quale gli Usa fornivano protezione militare a Riad in cambio dell’impegno saudita di vendere il proprio petrolio in dollari, obbligò infatti da quel momento in poi i Paesi importatori a rifornirsi di valuta Usa per soddisfare il proprio fabbisogno energetico. Il ruolo di moneta di riferimento internazionale di cui è titolare il biglietto verde è strettamente dipendente dall’accordo del 1945, e permette tutt’oggi agli Stati Uniti di continuare a stampare valanghe di denaro e di accumulare un debito pubblico spaventoso senza subirne le relative conseguenze. L’annuncio della Casa Bianca di porre, in caso di approvazione congressuale, il veto sulla legge che apriva il varco a incriminazioni contro cittadini sauditi ha stemperato i toni, ma ha anche manifestato la natura ricattatoria del rapporto con i sauditi.

La minaccia di staccare la spina all’economia Usa in caso di un troppo marcato disallineamento strategico di Washington assume inoltre un significato molto chiaro alla luce delle affermazioni del principe Turqi al-Faysal ai microfoni della ‘Cnn’: «Puntiamo a ricalibrare il nostro rapporto con gli Usa […]. Non credo che dovremmo aspettarci che un nuovo presidente degli Stati Uniti, a prescindere dalla sua identità e dalle sue inclinazioni, possa riportare il rapporto ai livelli raggiunti nei giorni passati». Il che ha indotto l’analista Finian Cunningham a concludere che: «mentre yemeniti, siriani e russi sono ormai esperti del modus operandi saudita, gli Stati Uniti, vecchi alleati strategici dell’Arabia Saudita, sembrano averlo subito. Sorrisi e strette di mano tra Obama e re Salman a Riad non cambiano lo stato delle cose».

 

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