sabato, Ottobre 24

Il riavvicinamento tra Turchia e Israele Qual è lo stato attuale dei rapporti tra i due Paesi a un anno dalle scuse israeliane per gli eventi di Mavi Marmara?

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L’attenzione internazionale è ancor oggi concentrata sulla tragedia consumatasi nella miniera turca di Soma, nel Centro-ovest del Paese, dove un’esplosione provocata da un corto circuito elettrico ha ucciso o intrappolato oltre la metà dei quasi ottocento operai impiegati nel luogo: secondo le ultime stime, almeno 282 minatori sono morti – ma sembra che i dispersi siano tutt’ora almeno 120. A poche settimane dal voto che ha legittimato il suo nuovo mandato presidenziale, Erdogan e l’intero AKP si trovano sotto attacco, accusati per l’avvio nel corso dell’ultimo decennio di politiche di privatizzazione (l’impianto di Soma venne privatizzato nel 2005), le quali, per ottenere una diminuzione dei costi del lavoro, non hanno avuto riguardo nei confronti della sicurezza degli operai. La rabbia delle famiglie degli operai hanno portato a numerosi scontri con le forze dell’ordine, i più gravi dei quali nella città di Izmir.

La necessità di aiuti internazionali per portare a termine le operazioni di soccorso hanno visto tornare ad aprirsi una linea tra Turchia e Israele, due Paesi che nel corso degli anni Novanta hanno stretto rapporti di stretta cooperazione economica e militare, ma che nel corso dell’ultimo decennio hanno progressivamente allontanato le proprie strade, fino alla rottura seguita agli eventi di Mavi Marmara del 2010. Negli scorsi giorni, è giunta notizia di una lettera scritta dal Presidente israeliano Shimon Peres al Presidente turco Abdullah Gul. «Lo Stato e la gente di Israele condivide il dolore del popolo turco, presenta le proprie condoglianze alle famiglie delle vittime e augura un rapido recupero ai feriti […]. In questo momento di tragedia, dobbiamo fare tutto ciò che sarà necessario per aiutarci a vicenda e abbiamo offerto alla Turchia qualsiasi assistenza di cui abbia al momento bisogno».

Dopo un forte indurimento nei reciproci rapporti, Ankara e Tel Aviv sono alle prese con un lungo e difficile periodo di disgelo, iniziato dopo che nel corso del 2013 il Presidente israeliano Netanyahu porse, sotto la pressione statunitense, le proprie scuse per gli eventi della Freedom Flotilla. Nonostante i fatti di Mavi Marmara abbiano portato Turchia e Israele allo scontro frontale, sarebbe impreciso individuare in quanto accaduto nel maggio 2010 la sola causa della frattura dei rapporti tra i due Paesi. La tendenza turca degli anni Duemila a concentrare le proprie attenzioni sul Medio Oriente e a mostrarsi come nuovo interlocutore per i Paesi arabi ha progressivamente aumentato le ragioni di disaccordo tra Ankara e Tel Aviv: l’avvicinamento tra la Turchia e vicini arabi ostili a Israele hanno causato un graduale irrigidimento dei rapporti e le crescenti pressioni effettuate dal Governo turco per influenzare la politica israeliana sulla striscia di Gaza hanno reso più profondo il solco che divide le due nazioni.

«Per la Turchia, la continua occupazione dei territori palestinesi (in particolare Gaza) costituisce un blocco di primaria importanza verso la creazione dell’ordine regionale armonioso desiderato da Ankara» scrisse nel 2011 su ‘Foreign Policy’ Yigal Schleifer. «Per Israele, l’appoggio turco ad Hamas a Gaza, al Presidente al-Assad in Siria (almeno fino alla recente rottura), e al regime iraniano, sono tutte prove che il governo islamista moderato del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP) si sta rapidamente congiungendo all’”asse di resistenza” regionale contro di lei». «Nel corso degli ultimi anni – ha affermato Yossi Mekelberg, analista del ‘Chatham House’ – piuttosto che affrontare le cose in maniera tranquilla dietro le scene», Netanyahu e Erdogan hanno preferito dar sfogo alla loro natura «testarda» e ostinata: «si tratta di due politici che amano far sentire le loro voci – sostiene Mekelberg – e fare grandi affermazioni».

Nonostante i due leader abbiano preferito mantenere alti i toni del confronto, appare sempre più evidente come le necessità dettate dalla trasformazione degli equilibri regionali e dall’aumento dei fattori di rischio richiedano una convinta riapertura del ponte tra Israele e Turchia. Le grandi trasformazioni avvenute nel Medio Oriente e nel mondo arabo in generale durante e dopo le Primavere arabe hanno portato un riassetto dei poteri non troppo favorevole ad Ankara.

Numerose le ragioni del ridimensionamento del ruolo turco: il fallimento delle aperture verso Teheran, la guerra siriana che ha causato instabilità anche ai confini meridionali della Turchia e la rottura con l’Iraq in favore di alleanze più strette col Kurdistan iracheno ricco di petrolio. In tale quadro in trasformazione, il maggiore isolamento turco potrebbe aver spinto Ankara a ritenere conveniente un riavvicinamento a Israele, che dal canto suo potrebbe essere indotta a cercare una nuova cooperazione strategica con la Turchia, per via della preoccupazione verso gli esiti del conflitto siriano e da un possibile rafforzamento dell’estremismo nel Medio Oriente. 

Di fronte alla possibile convergenza di interessi turco-israeliani riguardo questioni di natura energetica, il comune bisogno di cautelarsi dalle ripercussioni causate dalla guerra civile siriana e la necessità di porre un argine all’influenza iraniana sulla regione, il principale elemento divisivo tra i due Paesi sembra oggi essere costituito dalla questione palestinese. La decisione turca degli anni passati di richiedere a Israele assieme alle scuse e alle compensazioni per gli eventi di Mavi Marmara anche la sospensione del blocco di Gaza, ha per anni rappresentato un’ingerenza inaccettabile per Tel Aviv. Rimane ora da vedere fino a che punto la questione di Gaza continuerà a dividere i due Paesi: qualora da Ankara continuassero a giungere richieste che difficilmente il Governo di Netanyahu prenderà in considerazione – l’eliminazione del Blocco su Gaza, ad esempio – pare improbabile che Turchia e Israele possano trovare un punto d’accordo per il riavvicinamento.

 

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