sabato, Dicembre 7

Il restauro della Pietà a ‘cantiere aperto’ Il capolavoro che Michelangelo scolpì in tarda età per la propria tomba, e che in un periodo di sconforto il Genio voleva distruggere, è in una sala del Museo dell’Opera del Duomo di Firenze, esposta all’ammirazione ed alla curiosità del pubblico

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«Opera faticosa, rara in un sasso, e  veramente divina», così  definiva il Vasari questa Pietà di Michelangelo dell’Opera del Duomo, o Pietà Bandini, considerata la più significativa ed emblematica, delle tre da lui realizzate. dei tormenti del Genio. Scolpita in un enorme blocco di marmo bianco di Carrara, tra il 1547 e il 1555, quando Michelangelo era alla soglia dei suoi 80 anni e già pensava alla propria morte, questa Pietà dell’Opera del Duomo di Firenze è così carica di vissuto e di sofferenza che, ancora oggi, è oggetto di studio e riflessione.

La sua storia” – sostiene Timothy Verdon, Direttore del Museo dell’Opera del Duomo – “è degna di un romanzo, date le vicende che ha attraversato, in parte per mano stessa del Genio che tentò di distruggerla. Un’opera non finita, così è considerata come  altre sculture del Buonarroti, anche se la dizione che più le competerebbe è quella del XVI secolo quando si diceva ancora ‘opera infinta’. A differenza delle altre due” – aggiunge l ‘illustre sacerdote e storico dell’arte  americano, già Consultore della Pontificia Commisisone per i beni Culturali della Chiesa –  “quella giovanile vaticana e la successiva Rondanini, il corpo del Cristo è sorretto non solo da Maria ma anche da Maddalena e dall’anziano Nicodemo, a cui Michelangelo ha dato il proprio volto. Particolare confermato anche dai due biografi coevi dell’artista, Giorgio Vasari e Ascanio Condivi, grazie a cui sappiamo che la scultura era destinata ad un altare di una chiesa romana, ai cui piedi l’artista avrebbe voluto essere sepolto”.

Tracce per un romanzo ne forniscono i due biografi citati e studi e ricerche condotte in epoche successive e attuali. Varrà la pena soffermarsi  sul tema più avanti. Qui, preme dare una risposta ad alcune domande che l’operazione-restauro suggerisce: riguardano il significato di un ‘restauro a cantiere aperto‘ dentro il Museo dell’Opera del Duomo, e le caratteristiche stesse del tipo di restauro programmato dopo varie indagini e studi. A questa seconda questione, è la stessa restauratrice Paola Rosa, coadiuvata da un’equipe di professionisti, cui è stato affidato l’intervento di restauro, a fornire una esauriente spiegazione. Paola Rosa,  dopo la formazione all’Opificio delle Pietre Dure ha maturato una trentennale esperienza su opere di grandi artisti del passato tra cui Michelangelo stesso. A lei la parola: “Si tratterà di un restauro che sarà rispettoso della visione oramai consolidata di una superficie visibilmenteambratadella Pietà e rispettoso delle patine che nel tempo con il loro naturale processo d’invecchiamento hanno trasformato la cromia originaria del marmo. La fase iniziale riguarderà un’ampia campagna diagnostica, allo scopo di migliorare la lettura dell’opera che risulta  mortificata dalla presenza di depositi e sostanze estranee alle superfici marmoree del gruppo scultoreo. Le fonti non riportano particolari interventi di restauro avvenuti in passato, se non quello eseguito poco dopo la sua realizzazione da Tiberio Calcagni, scultore fiorentino vicino a Michelangelo, entro il 1565. Nell’arco di oltre 470 anni di vita, durante i numerosi passaggi di proprietà e le traumatiche vicende storiche, è presumibile che la Pietà sia stata sottoposta a vari interventi di manutenzione che però non risultano documentati.  E’ invece documentato il calco eseguito nel 1882, di cui rimane la copia di gesso conservata alla Gipsoteca del Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze. Probabilmente è proprio in conseguenza di questo intervento ottocentesco che la superficie del gruppo scultoreo si è modificata cromaticamente, soprattutto a causa dell’alterazione delle sostanze utilizzate per l’esecuzione del calco, ma anche di quelle più aggressive impiegate per rimuoverne i residui.   Obbiettivo dell’intervento è quello di rimuovere tutte le sostanze sovrapposte che interferiscono nella lettura della superficie, per spessore o per squilibrio cromatico, alleggerendo senza però eliminare del tutto le patinatura con cui l’opera è arrivata fino a noi. Insomma, l’orientamento è quello di un intervento “minimo’, volto a non stravolgere la visione ormai consolidata  di una superficie ambrata, quale il tempo ci ha consegnato: poiché” – dice ancora la restauratrice – “si tratta di mantenere un gruppo scultoreo non in “bianco e nero’ ma sottilmente modulato e coloratodal variare della pelle‘. Inoltre, con questo intervento si vuole recuperare la maestosa tridimensionalità dell’opera, che fin dal primo  momento gode dell’ apprezzamento del pubblico dei visitatori, i quali, grazie al nuovo allestimento, possono girarle attorno”.

“Certo è” – conclude – “che quest’intervento offrirà un’altra importante opportunità  conoscitiva del capolavoro michelangiolesco”. A questo restauro si arriva dopo esaustive indagini diagnostiche e gammagrafiche eseguite rispettivamente dall’Opificio delle Pietre Dure e dall’ENEA, il perché di un’operazione a ‘cantiere aperto’ è  evidente: consentire al pubblico dei visitatori di assistere direttamente all’opera, complessa e delicata, di restauro di un capolavoro assoluto, senza nasconderlo per mesi dietro a pareti protettive, com’è consuetudine fare, sviluppando quel nuovo  modus operandi, che costituisce senza dubbio un fatto di grande sensibilizzazione  dei visitatori del Museo verso un intervento di questo genere, che è un’operazione tecnico-scientifica e culturale di alto livello. Il che, indirettamente, può essere d’aiuto  anche alle campagne di crowdfunding che talvolta vengono lanciate come nel caso degli interventi esterni sul Battistero del 2015 promossa da Unicoop e che registrò la partecipazione di 250 mila cittadini. Nel caso della Pietà sono state attivate dalla Fondazione Friends of Florence, non si tratta perciò di crowdfunding ma di raccolta di fondi presso donatori. La Fondazione è una non profit internazionale, nata nel 1988 negli Stati Uniti, e costituita da persone di tutto il mondo che si dedicano a preservare e valorizzare l’integrità storica delle arti a Firenze e in Toscana. Co-fondatrice ( insieme Renée Gardner) e Presidente è Simonetta Brandolini d’Adda, la quale ci dice:  “escluso l’intervento in corso sulla Pietà, dall’88 ad oggi, la  nostra Fondazione ha donato oltre 10 milioni di dollari per progetti di conservazione in Toscana e, in particolare riguardanti il patrimonio artistico di  Firenze. Tali interventi costituiscono le principali fonti di finanziamento dei tanti laboratori di restauro e dei professionisti qualificati che lavorano per garantire la sopravvivenza dell’arte e dell’architettura a Firenze e nella regione.  La scelta dei progetti di restauro avviene con il supporto di esperti e storici di fama internazionale che, riuniti in Comitato, seleziona le opere bisognose d’intervento. Negli ultimi anni questi programmi sono stati organizzati anche in collaborazione con musei e istituti internazionali come il Chicago Art Institute e The Aspen Institute, la collezione degli Uffizi, l’Accademia, il Museo dell’Opera del Duomo, piazza della Signoria, il Museo di San Marco e molti altri siti comprese le Chiese“. 

Quali le opere più note restaurate? “Il primo progetto riguarda Piazza della Signoria, in particolare il Ratto delle Sabine del Giambologna poi a seguire, la Tribuna degli Uffizi, il rinnovo delle Sale del Botticelli e del Pollaiolo, la Cantoria di Luca della Robbia e la Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti, conservate proprio qui al Museo dell’Opera del Duomo, l’Ultima cena di Domenico Ghirlandaioa Badia a Passignano, e poi interventi sugli affreschi e le tavole di Andrea del Sarto, Pontormo e Rosso e del Giambologna nella SS.Annunziata“. Ma una particolare attenzione è posta – lo sottolinea li Presidente dell’Opera di Santa Maria del Fiore,  Luca Bagnoli – “al restauro delle opere di Michelangelo: dal David, ai Prigioni, dai disegni dell’artista, al Dio fluviale, fino al riposizionamento del Cristo ligneo di Michelangelo al centro della Sagrestia di Santo Spirito. E ora, ecco avviato il restauro di questo vero capolavoro che rispecchia l’anima tormentata del grande genio michelangiolesco“. 

Già, un’anima tormentata che si  manifesta anche in questa Pietà, che aveva pensato come al suo monumento funebre e che, dopo essersi procurato a proprie spese il marmo ed avervi  lavorato anche di notte, com’era peraltro solito fare trascurando il sonno, la cena e la cura di sé stesso, in un momento di sconforto prese a colpirla  nel tentativo di distruggerla. L’intervento del suo servitore Antonio da Casteldurante,  scongiurò il peggio. E a   lui l’anziano artista la donò.  Venduta, dopo che era stata restaurata da Tiberio Calcagni, per 200 scudi al banchiere Francesco Bandini,  l’opera iniziò il suo peregrinaggio, passando di proprietà in proprietà, da Roma a Firenze con avventurosi  viaggi per mare e per fiume (Civitavecchia-Livorno, quindi Firenze lungo il corso dell’Arno) per essere sistemata nei sotterranei della Basilica di San Lorenzo,  dove vi resterà fino al 1722, quando Cosimo III la farà sistemare sul retro dell’altare maggiore della Cattedrale. Subirà altri trasferimenti, fino a quando nel 2015 non troverà  definitiva sistemazione nel Nuovo Museo dell’Opera del Duomo, al centro della Sala intitolata Tribuna di Michelangelo. Ma quali i motivi  che spinsero Michelangelo a colpire la propria opera?  Il Vasari, che ne parla a più riprese, ne indica alcuni: uno riguarda  i difetti del blocco marmoreo : «quel sasso aveva  molti smerigli, ed era duro, e faceva spesso fuoco nello scalpello». A questo aggiunge  la smania perfezionista dell’artista, in base al quale lasciava interrotte molte opere, sostenendo come «il giudizio di quell’uomo fusse tanto grande che non si contentava mai di cosa che è facessi».  Inoltre, in quegli anni (1547 – 1555),  era occupato soprattutto dalla Cupola della Basilica Vaticana, e per ciò poteva dedicare alla sua Pietà poco tempo. Tant’è che lo stesso Vasari  racconta che mandato da Papa Giulio III a un’ora di notte per un disegno a casa di Michelangelo, lo trovò che lavorava «sopra la Pietà di marmo che e’ ruppe». Poi, vedendo lo sguardo dell’amico attratto da «una gamba di Cristo, sopra la quale lavorava e cercava di mutarla e per ovviare  che ‘l Vasari non la vedessi ( scriveva  di sé in terza persona) si lasciò cascare la lucerna di mano,  e rimasti al buio chiamò Urbino che recassi un lume, et in tanto uscito fuori del tavolato, dov’ell’era disse: Io sono tanto vecchio (parole di  Michelangelo)  che spesso la morte mi tira per la cappa perché io vada seco, e questa mia persona cascherà un dì come questa lucerna, e sarà spento il lume della vita».

In quegli stessi anni, Michelangelo scriveva: «giunto è  già il corso della  vita mia/ col tempestoso mar per fragil barca/ al comun porto, ov’a render si varca/ conto e ragion d’ogni opra trista e pia……Nello stesso sonetto sente che a due morti s’avvicina: D’una son certo, e l’altra mi minaccia/ n’ pinger né scolpir fia più che queti/ l’anima volta a quello amor divino, ch’aperse a prender noi in croce le braccia». Dunque ,ben più che l’imperfezione di questa sua Pietà, come la gamba sinistra del Cristo,che a suo giudizio avrebbe  turbato l’armonia dell’insieme, ciò che tormentava l’artista era la percezione dell’invecchiamento che gli impediva  di raggiungere la perfezione. “Da sempre Michelangelo credeva” – osserva Timothy Verdon – “di poter scorgere in ogni blocco marmoreo la statua perfetta che vi si potesse ricavare, ma a 80 anni scoprì di non possedere più tale magia!  Anche la Pietà Rondanini, oggi al Castello Sforzesco di Milano, conferma le difficoltà progettuali del Maestro, il quale, insoddisfatto, ritaglio’ l’intero blocco  producendo un’opera che non sembra neanche la sua. Alla radice di questa crisi, secondo lo studioso americano, ‘insieme alla vecchiaia, c’era forse anche una perdita di fiducia nell’arte come ragione sufficiente di vita’”.

All’avvicinarsi delle due morti ( una come artista, l’altra  fisica) si aggiungano altri motivi di dolore come la scomparsa di persone a lui care,  il fedele servitore Urbino, e la nobile amica Vittoria Colonna (a cui l’artista aveva dedicato un disegno, oggi a Boston, idealmente preparatorio alla Pietà)  e meglio si comprenderà lo stato d’animo del Genio negli anni della vecchiaia. In questi giorni, senza che vi sia alcuna ricorrenza da celebrare, la figura e  l’opera di Michelangelo Buonarroti sono al centro dell’attenzione e delle iniziative culturali: di raro interesse la Mostra nella Casa Buonarroti a Firenze, che, nel 500° della nascita di Cosimo I de’ Medici e di Caterina (regina di Francia), espone il carteggio tra il  Duca e l’artista ed altri documenti di straordinaria importanza. Con i Medici il rapporto dell’artista ebbe inizio alla fine del Quattrocento, già con Lorenzo di Pierfrancesco al tempo della Repubblica, poi con il Magnifico e a seguire con gli altri da cui ebbe vari incarichi.  Poi, nel 1534 il Buonarroti avrebbe lasciato per sempre Firenze per trasferirsi a Roma al servizio dei papi. A niente sarebbero valsi i ripetuti tentativi da parte del duca Cosimo I de’ Medici di farlo ritornare. Vi ritornerà dopo che il suo corpo era strato disseppellito e  trafugato dal nipote Lionardo.

L’altro motivo d’interesse è dato dal film  del regista russo Andrej Končalovskij, dal titolo ‘Il Peccato,  protagonista‘ l’attore Alberto Testone,  nelle sale dal 28 novembre.  In buona parte girato in Toscana (Arezzo, Firenze,  nelle cave di marmo di Carrara e nei Castelli Malaspina di Massa e di Fosdinovo), con il sostegno di Toscana Film Commission, il film fornisce un ritratto dell’artista, dei suoi dissidi interiori, delle sue passioni. E’ ambientato nel 1512, quando Michelangelo ha appena terminato di dipingere la volta della Cappella Sistina. Ma, al di là delle diverse narrazioni,  che non finiscono qui, fondamentale è ancora il ritratto che ci ha lasciato Giorgio Vasari che gli fu grande amico, dal quale emerge una vita  densa di soddisfazioni e di tormenti, quella di Michelangelo,  dedita all’arte e ad una fede intensamente vissuta ( aveva apprezzato le prediche del Savonarola),  uno che pur essendo ricco  viveva da povero, con sobrietà, facendo dono delle sue opere ad amici e servitori, come il fedele Urbino cui regalò duemila scudi,  o Roberto Strozzi ch’ebbe in dono I Prigioni, o le tante fanciulle segretamente maritate, una persona che godeva della presenza degli amici ma era giustamente sdegnoso  verso chi gli aveva recato ingiuria, dispensava profonde e poetiche riflessioni come nei Sonetti, un esemplo mandato da Dio agli uomini dell’arte nostra, perché s’imparassi da lui nella vita sua i costumi, e nelle opere, come avevano a essere i veri et ottimi artefici. Così lo ricordava il Vasari. 

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