domenica, Novembre 17

Il reato di depistaggio tra luci ed ombre field_506ffbaa4a8d4

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La storia della Repubblica tra gli anni Settanta e Ottanta, fino al 1993, è stata macchiata da alcuni clamorosi depistaggi che hanno alterato, con modalità diverse, il percorso delle indagini riferite ad alcuni tra gli eccidi più sanguinari. Una macchia oscura che con le sue metastasi si estende all’Italia di oggi.

Dalle stragi di Bologna e di Piazza Fontana a Milano, fino a quella di Piazza della Loggia a Brescia. Dallomicidio di Aldo Moro a quello di Peppino Impastato, sino al mistero che avvolge il ritrovamento dell’Agenda Rossa di Paolo Borsellino e alla Trattativa Stato-Mafia, tanti sono stati i tentativi di inquinare le prove o di occultare la documentazione che avrebbe potuto rappresentare un tassello importante per scoprire tutta la verità, senza strascichi o zone d’ombra.

Antonio Giangrande, sociologo e presidente dell’Associazione ‘Tutte le mafie’, autore di numerosi libri sulle più grandi stragi del passato, tra cui “‘Aldo Moro. Quello che si dice e quello che si tace’ esprime numerose perplessità sul Disegno di Legge in questione. “Dopo tanti anni ancora non sappiamo la verità su una vicenda storica che ha cambiato l’Italia. L’esigenza della verità su un fatto storico, induce le persone offese dal reato, da singoli o in associazione, a pretendere più la punibilità dell’ostracismo, che la conoscenza della stessa verità. Il legislatore, da parte sua, prima o poi, questa esigenza la soddisfa”.

È risaputo, infatti, che molti lati oscuri di queste inchieste, che hanno portato alla decelerazione, affievolimento o addirittura al fermo delle indagini derivano proprio dalla mancata collaborazione di pubblici ufficiali con l’autorità giudiziaria, come testimoniano numerosi dossier  (dossier mitrokhin, dossier Ustica, i documenti sui depistaggi nelle stragi di Bologna e molti altri ancora).

L’11 maggio è stato approvato in Commissione Giustizia un DDL che predispone le condizioni per introdurre nell’ordinamento giuridico il reato di depistaggio e di inquinamento processuale.

Il provvedimento prevede l’introduzione di pene detentive dai 6 ai 12 anni per chi, con modalità diverse, depista le indagini, e si arriva a 20 anni di carcere, con applicazione della pena massima, nel caso in cui intervengano particolari aggravanti, come il coinvolgimento di persone innocenti.

Saranno considerate inoltre tutte le aggravanti che vanno dal traffico illegale di armi o del materiale nucleare, chimico o biologico, fino al favoreggiamento di attività terroristiche. L’attuale relatore del provvedimento, il senatore Felice Casson (Pd) annuncia che il provvedimento sarà calendarizzato sicuramente per la fine del mese e puntualizza che dovrà comunque tornare alla Camera perché sono state apportate alcune sostanziali modifiche al testo originario. Per esempio l’inasprimento delle pene se a commettere il reato è un pubblico ufficiale.

Eppure Giangrande non è affatto convinto che il Disegno di Legge apporterà dei cambiamenti significativi, soprattutto in relazione alla scoperta della verità sulle stragi passate e presenti, ma neppure configura degli elementi di chiarezza in una prospettiva futura. “Non è una norma aggiuntiva a quelle già esistenti ad indurre l’autore del depistaggio o dell’inquinamento processuale a cambiare comportamento o a far conoscere l’agognata verità. Il Codice Penale italiano prevede già la calunnia, la falsa perizia, la falsa testimonianza, la falsa informazione al Pubblico Ministero od al difensore, la frode processuale o il favoreggiamento processuale. La novella speciale si aggiunge alle precedenti, affidandosi all’interpretazione delle toghe per la sua applicazione. Inoltre, applicata all’autore del reato primario, come concorso del reato, potrebbe in alcuni casi aggravare la pena, tanto da farla diventare non proporzionale al fatto commesso  chiarisce il sociologo.

Tra gli aspetti preminenti del provvedimento vi è anche la reclusione fino a quattro anni per chiunque impedisca, ostacoli o svii un’indagine o un processo penale, anche attraverso l’occultamento delle prove o l’alterazione della documentazione, con un inasprimento della pena (da un terzo alla metà) se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale. La pena invece è diminuita dalla metà a due terzi nei confronti di coloro che si adoperano a ripristinare lo stato originario dei luoghi, delle cose, delle persone o delle prove, o ad evitare che il delitto commesso comporti ulteriori conseguenze. In pratica, la riduzione della pena è prevista per coloro che collaborano con la Polizia o l’autorità giudiziaria per ricostruire il fatto che ha causato l’inquinamento processuale e per identificarne gli autori.

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