domenica, Aprile 5

Il rapporto con l’estero e le nostre ‘occasioni mancate’ Nuovo Governo, vecchia politica estera. Perché l’interesse nazionale resta una ‘nebulosa’ assente dal discorso politico. Risponde Gian Giacomo Migone, Storico dell’Università di Torino ed ex-Presidente della Commissione Esteri del Senato

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Tra gli ultimi sussulti della campagna elettorale e le incognite relative ai rapporti di forza risultanti dal voto e – soprattutto – alla loro capacità di assicurare stabilità politica al nuovo Governo, si ripropone un interrogativo preliminare: doveabita’ l’interesse nazionale? Concetto mutevole per la sua intrinseca relatività storica, quest’ultimo è in grado di definire, sul piano internazionale, scelte direttamente connesse al superamento delle crisi interne al Paese. Sintomatica della difficoltà a rintracciarne i contenuti è la percezione, presente nell’opinione pubblica e tra gli esperti del settore, di una debolezzacongenitadella nostra politica estera, che tenderebbe a eclissarsi, indipendentemente da questa o quella maggioranza al Governo, sotto le influenze dettate dagli attori dominanti della politica mondiale. L’altra faccia di tale subalternità politica è lo scetticismo nei confronti di vocazioni di più ampio respiro – prima fra tutte, essere un attore determinante in Europa.

Queste tendenze, scrive l’analista Paolo Quercia, Direttore del CeNASS, portano a «una predominanza degli approcci localisti e globalisti che, sostenendosi tra loro, si stanno rivelando estremamente dannosi non solo per la formulazione di una coerente ed efficace politica estera, ma addirittura per la tenuta e il benessere del Paese stesso».

Per affrontare i pesanti strascichi della recessione, i vuoti di welfare e le tensioni nella società italiana servirebbe, secondo l’esperto in relazioni internazionali Mario Arpino, una «Grande Strategia (…) che non sia, come nella prassi quotidiana, adattarsi a ogni contingenza». Diversamente dagli aggiornamenti di contenuto di quella ‘Defense Review’ (divenuta, da quest’anno, ‘National Defense Strategy’) che, negli USA, rende noti periodicamente gli interessi strategici ufficiali della Nazione (dai principi costituzionali alle intese fra Stati, dalle normative sulla cittadinanza e i territori alle iniziative finanziarie o relative alla sicurezza comune a livello federale), in Italia l’interesse nazionale rimane qualcosa di ampiamente inespresso. Ciò è dovuto, per Arpino, a un soffocamento da parte di altri interessi, propri dei soggetti internazionali di cui facciamo parte. Per l’Italia, «vaso di coccio tra poteri e volontà più forti», la condiscendenza verso interessi che non sono necessariamente in linea con le sue istanze di attore mediterraneo, contribuirebbe a tradurli in altrettanti vincoli: dalla dottrina NATO all’Acquis comunitario, fino alla Strategia Globale per la politica estera di sicurezza dell’UE – che, peraltro, l’Italia ha ampiamente concorso a definire.

A fronte dell’«assordante silenzio che circonda la politica internazionale in questa campagna elettorale», il manifesto dell’8 febbraio redatto e firmato – tra gli altri – da Gian Giacomo Migone, Storico dell’Università di Torino ed exPresidente della Commissione Esteri del Senato, detta linee propositive sull’argomento, «riflessioni minimamente approfondite» funzionali all’esigenza di «impostare una discussione pubblica, assolutamente necessaria, successiva alle elezioni». Il documento si intitola ‘Per una nuova politica estera italiana’ ed si presenta come una proposta articolata in materia, rivolta da 6 persone a Liberi e Uguali. Oltre a Migone, co-autori del documento sono Tana de Zulueta (già corrispondente dell’ ‘Economist’, poi è stata sia Deputata che Senatrice), Alessandra Ballerini (Avvocato della famiglia Regeni ed esperta di cooperazione allo sviluppo), Mario Bova (ex-Ambasciatore a Tokyo e Tirana), Alberto Bradanini (ex-Ambasciatore a Pechino) e  Maurizio Gressi (esperto di immigrazione e cooperazione allo sviluppo).

Lasciamo, ora, la parola all’ ex-Senatore Migone, portando al centro del dialogo un quesito su cui si esprime scetticismo diffuso, ma che non perde, per questo, la sua attualità: con il ricambio politico, la nostra politica estera – e l’interesse nazionale che persegue –  potrà essere più definita e concreta?

Professore, quali sono stati – dall’ingresso italiano nell’euro – e quali potranno essere i principali fattori di cambiamento nella definizione della nostra posizione strategica sulla scena internazionale?

Partiamo da una constatazione: nessuno ha detto qualcosa di rilevante, per quanto riguarda la nostra posizione geostrategica, in questa campagna elettorale. C’è stato soltanto il contributo di un gruppo di lavoro, di cui ho fatto parte, indirizzato a Liberi e Uguali. Tutti gli altri non hanno detto assolutamente nulla. E con buone ragioni, per quanto riguarda i partiti di Governo.

Perché?

Non solo non si parla di politica estera: il fatto è che non esiste, propriamente, una politica estera nazionale. Prima della caduta del Muro di Berlino, l’Italia era una specie di ‘Bulgaria della NATO’: cioè, la più allineata agli Stati Uniti, con qualche ‘infedeltà’ mediorientale ispirata, per lo più, dall’ENI.  Crollato il Muro, c’è stato un periodo – chiamiamolo ‘prodiano’ – di accentuazione della vocazione europea, che è sempre stato un po’ l’antidoto rispetto a questo iper-atlantismo.

In tale periodo si inscrive la ratifica, nel 1992, del Trattato di Maastricht, con tutte le conseguenze che conosciamo.  In seguito, però, è rimasta una sorta di subalternità nei confronti degli Stati Uniti che, curiosamente, la partecipazione degli ex-comunisti al Governo non solo non ha cancellato, ma ha in qualche misura accentuato. Per un passato, peraltro, di crescente indipendenza da Mosca, c’era una specie di senso di colpa da parte di numerosi esponenti di provenienza PCI, una tendenza a farsi ‘perdonare’ per il proprio passato. Questo condizionamento è rimasto.

Paolo Gentiloni – è il primo esempio che mi viene in mente – ha confermato la versione, poi rivelatasi fallace, su certi bombardamenti in Siria: ossia, la versione di Donald Trump. Inoltre, non ha preso le distanze dall’alleanza con i sauditi: l’Italia continua a fornire armi all’Arabia Saudita, che le impiega per una politica di sterminio in Yemen.

Direi, perciò, che non è nemmeno utilizzata quella che sarebbe un’occasione storica rappresentata dalla presidenza Trump.

A quale occasione allude?

La palese incongruenza di quell’amministrazione rispetto ai nostri interessi, offrirebbe l’occasione per un rilancio accentuato della vocazione europea, che è un po’ un filo rosso di tutta la storia del nostro Paese.

Assumendo il suo excursus come premessa, come può essere declinato oggi l’ ‘interesse nazionale’?

L’Italia è uno dei pochi Paesi che possono dire con un certo orgoglio che il nostro interesse nazionale è il rafforzamento delle organizzazioni internazionali a cui apparteniamo, e in particolare dell’Europa, di cui siamo fondatori. Non esiste, cioè, nessun interesse nazionale in contraddizione con questa vocazione più ampia. Dopodiché, dovremmo difenderci, perché non è tollerabile che la Francia sia pacifista dove ha propri interessi e diventi guerrafondaia dove li abbiamo noi. Penso alla Libia, all’Iran e anche alla Russia. Occorre, da questo punto di vista, un equilibrio che si materializza in un interesse europeo, il quale, a sua volta, deve tradursi in una mediazione ragionevole tra i diversi interessi nazionali.

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