sabato, Ottobre 24

Il ragazzo con la coda e la (lenta) rottamazione all'iberica

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Che il bipartitismo in Europa sia in crisi ce ne eravamo accorti già da un pezzo. In Italia, dove abbiamo avuto per quasi vent’anni un bipolarismo tanto “muscolare” quanto inconcludente, l’irruzione del Movimento 5 Stelle ha creato un quadro politico in cui le vecchie alleanze sono state scompaginate e le nuove paiono – chissà poi quanto – provvisorie. In Francia, il Front National minaccia l’alternanza tra socialisti e gollisti sperimentata negli ultimi decenni di Quinta Repubblica. In Gran Bretagna, i liberal democratici costringono dal 2010 i conservatori a un governo di coalizione. Calata la stella libdem, a picco nei sondaggi, la terza forza è ora rappresentata dallo Ukip, che dalle parti di Beppe Grillo e dintorni tanto bene conoscono.

La Spagna rappresentava un caso diverso. Anche se in crisi, socialisti e popolari, i due partiti divenuti egemoni in seguito alla Transizione postfranchista, sembravano dover temere qualcosa soltanto da parte dei partiti territoriali. Fino alle scorse Europee, quando Podemos, con poco più di un milione di voti (l’8%) ha portato a Bruxelles (e Strasburgo) 5 parlamentari. E fino all’ultimo sondaggio sullo stato del Paese del Cis (una sorta di Istat spagnola), che dà il partito guidato da Pablo Iglesias al 22,5% nelle intenzioni di voto, un punto e mezzo sotto il Psoe e 5 sotto il Pp, che nel 2011 aveva preso il 44.

Nella realtà dei fatti e nel modo in cui i suoi protagonisti si comportano, anche quello spagnolo è quindi ormai un sistema tripartitico. Ma che cosa è Podemos? Non è nato, senz’altro, dal nulla. Si colloca nell’area che por comodità – e un po’ per sciatteria – negli ultimi anni è sempre stata definita come “sinistra radicale”, e lo rivendica con orgoglio. Il modello è Syriza, il partito greco di Alexis Tsipras prosperato sull’enorme crisi di Atene e sul crollo del Pasok.  Le sue radici sono ben salde in ciò che successe in tutta la Spagna nella primavera del 2011. Ricordiamolo. Erano gli ultimi mesi, crepuscolari e decadenti, di quello che fu il governo Zapatero: prima legislatura scintillante sui diritti, sotto il segno di un boom economico alle sue fasi terminali; seconda legislatura investita dalla crisi, con il giro di valzer del Maggio 2010 in cui, seguendo i diktat di Ue e Fmi e rinnegando tutti i suoi principi socialdemocratici, Zapatero si immola politicamente ma probabilmente salva il Paese da un molto probabile fallimento. Ecco, in questo quadro, tra i popolari che si preparano a tornare al governo e i socialisti che si apprestano a lasciarlo, nel maggio 2011 le piazze di tutta la Spagna si riempiono: sono gli Indignados. Rivendicano una politica partecipativa e all’insegna della democrazia diretta. I loro bersagli polemici sono la corruzione, le banche e gli sfratti, all’ordine del giorno nel periodo del crack immobiliare. Le proteste durano molte settimane, ma si spengono quasi da sole. Manca un leader forte, che sappia catalizzare il malcontento. I popolari, allora all’opposizione, conquistano comodamente – quasi per forza d’inerzia – la stragrande maggioranza di città e regioni nelle elezioni che si svolgono proprio in quei giorni, preludio della vittoria che porterà Mariano Rajoy alla Moncloa solo sei mesi dopo. Gli Indignados hanno prodotto questo: una larghissima maggioranza di centrodestra in tutto il Paese, dal centro fino alla periferia.

Ma i temi della politica non sono necessariamente rapidi. E non si può capire Podemos senza gli Indignados. Perché quel movimento non si è disperso: lo dimostrano le manifestazioni quotidiane che si mettono in atto negli ultimi anni, soprattutto sul fronte antisfratti. Gli “escraches”, concentrazioni di persone vocianti sotto le case dei politici coinvolti in scandali di corruzione. I sondaggi che fotografano le intenzioni di voto, in cui il Pp cala inesorabilmente: ma ciò che perde il Pp non viene riacquistato dal Psoe e finisce a ingrossare le file dell’astensionismo.

Senza gli Indignados, senza il malcontento e la rabbia prodotti da anni di crisi che hanno inciso sulla carne viva di molte persone i segni di sacrifici e la disperazione della mancanza di futuro, Podemos non si spiegherebbe. In realtà, un partito di “sinistra radicale” ci sarebbe già, in Parlamento: si chiama Izquierda Unida. Negli ultimi anni è in crescita, ma viene percepito dai più, anche dalla sua area di riferimento come un altro prodotto della Transizione, dal sapore di old left “veterocomunista”.

Podemos si rappresenta, invece, come qualcosa di totalmente nuovo. Che poi lo sia è tutto da vedere: ma quello che conta, nella politica e nella società attuale, è la percezione. Pablo Iglesias Turrion tutto questo lo sa. Nato a Madrid nel 1978, docente di Scienze Politiche all’Università Complutense della stessa capitale, già famoso perché conduttore del programma La Tuerka e ospite fisso in una serie di talk show politici, è un predestinato già dal nome. I genitori, di solida tradizione socialista e comunista, lo chiamarono Pablo, proprio come il fondatore del Psoe, Pablo Iglesias Possé, leader del partito dal 1879 al 1925. Pizzetto e coda di cavallo, sempre vestito in modo informale (non risultano di lui foto o video con una giacca o una cravatta), nel corso dei suoi innumerevoli interventi televisivi si scaglia sempre contro simboli semplici e dal sicuro impatto: la “casta”, indistintamente popolare e socialista, che controlla la società spagnola; le banche, che mandano le persone sul lastrico, imponendogli condizioni capestro e facendogli perdere la casa; l’Europa dell’austerità.

Iglesias capisce che la rabbia nella società spagnola è molto presente, e che se nelle urne non si è mai affermata è perché non ha trovato un suo contenitore. Sceglie quindi nel gennaio 2014 di fondare Podemos con un gruppo di compagni di università, che già lo avevano accompagnato negli anni de “La Tuerka”. Tentano la stessa operazione anche a destra, con Vox, ma finora con poco successo. Già dal nome, la prima persona plurale, Podemos vuole rivendicare per sé lo spazio di una leadership condivisa e collettiva: in realtà la leadership c’è, ed è forte, in mano a Pablo Iglesias e al suo inner circe. Poi, il simbolo: il colore del simbolo. Viola. Il viola ha nella simbologia politica spagnola un significato molto preciso, molto più del rosso Psoe e dell’azzurro Pp. Il viola è il colore della Repubblica: la cui bandiera si distingueva da quella della Spagna monarchica per l’aggiunto di una fascia viola sotto quelle  gialla e rossa. Iglesias e i suoi coniugano elementi di futuro – la rete, l’interattività, la partecipazione – con richiami al passato, la Spagna repubblicana e antifranchista, il Fronte Popolare. Il mix che ne potrebbe venire fuori, soprattutto per gli elettori di sinistra delusi e sfiduciati, potrebbe essere avvincente e seducente. Dalla Moncloa lo capiscono poco, se lo spin doctor di Mariano Rajoy, Pedro Arriola, uomo che ha fama di eminenza grigia del Pp e di “genio del male” (quello che fu Karl Rove per Bush Junior per intenderci), liquida quelli di Podemos come “unos frikis” (“gente strana”). Nel Pp credono di potere usare Podemos in chiave anti-Psoe, pensando che possano “rubare” voti solo a sinistra e solo ai socialisti. Il Pp, è la tesi di Arriola,  vincerà di nuovo le elezioni più per debolezza e divisione degli avversari che per la sua forza. Posizione rischiosa. Alla luce di quanto sta succedendo in questi giorni, grave errore strategico.

Arrivano infatti le elezioni Europee: quella “gente strana” è poco più di un milione, e il bipartitismo per la prima volta nella storia della democrazia spagnola ha meno del 50% dei voti. La legittimazione su cui si basa del bipartitismo sta lentamente venendo giù. Podemos entra nell’Europarlamento, dove il Gue, il raggruppamento che fa capo alla “sinistra radicale”  vota Iglesias come Presidente: una candidatura di testimonianza ma che dimostra come il ragazzo con la cosa stia scalando posizioni anche a livello continentale.

In Spagna cambia il Re, cambia il leader del Psoe: Rajoy resiste, grazie anche ai timidi segnali di ripresa economica e dell’occupazione. Ma ciò che succede dopo l’estate è per il primo ministro una via crucis di proporzioni sempre più imbarazzanti: soprattutto durante il mese di Ottobre, per lui terribile, tra l i casi di corruzione per esponenti del suo partito che si sommano uno dopo l’altro, la revisione al ribasso delle stime di ripresa, il caso della Catalogna, l’iniziale gestione da panico del primo caso di Ebola – poi conclusosi bene – in Europa creano il terreno fertile perché Podemos prosperi. Ogni passo falso del Pp è un voto in più (almeno, nelle intenzioni) per Podemos. Che raggiunge così nei sondaggi la soglia record del 22,5%.

Podemos sa che ora deve istituzionalizzarsi e diventare un partito. E infatti nei mesi che vanno da agosto a oggi si è strutturato, e proprio lo scorso fine settimana Pablo Iglesias è stato eletto Segretario Generale con l’88% dei voti. Il “cerchio magico”  di Iglesias controlla i gangli del partito, che ha già sostenuto di non volersi presentare alle prossime regionali e comunali di primavera 2015 per concentrarsi sulle politiche di autunno. In realtà, questo non è ancora sicuro: c’è chi, anche all’interno di Podemos, vorrebbe capitalizzare il malcontento portando a casa sindaci e magari Presidenti di regione. La strada è lunga, e non si escludono sorprese.

Ancora non è molto chiaro, che cosa voglia davvero Podemos e su quanto siano realizzabili le sue proposte politiche. Sulla Catalogna, ad esempio, la sua posizione non è chiara: da una parte non può stare con il Pp nella difesa  intransigente dell’unità nazionale; dall’altra, se in Spagna ci si dimostra troppo “filo-catalani” le elezioni non si vincono. L’esperienza del Movimento 5 Stelle (con cui alcuni punti di contatto sono indubbi ma dal quale il partito spagnolo si differenzia soprattutto perché Pablo Iglesias non si definirebbe mai e poi mai “né di destra né di sinistra”, nè mai si alleerebbe con lo Ukip) insegna che con la rabbia si catalizzano voti e si crea consenso, ma che senza un’accorta guida politica (fatta di alleanze e, perché no, di compromessi) quel consenso non porta a cambiamenti sostanziali e tangibili. Nell’attuale sistema della comunicazione che tutto calpesta le novità durano sempre meno, in favore di altre novità sempre più fiammanti e seducenti.

Per quanto spolveri con la rete e con il modello partecipativo le sue proposte politiche, quella di Iglesias rimane una ricetta di estrema sinistra classica, dal vago (neanche tanto) sapore populista. Alla Chàvez, per intenderci: ed è sicuramente lecito chiedersi se questo tipo di misure siano realizzabili anche in Europa, dove gli effetti del socialismo reale si conoscono bene, soprattutto a Est.  In un Paese come la Spagna, poi, dove la guerra civile e forse anche la dittatura non sono mai state completamente metabolizzate, riproporre certe divisioni rischia di soffiare sul fuoco di una società apparentemente pacificata, ma dove certe ferite – come ben dimostra il caso catalano – sono ancora molto lontane dal rimarginarsi.

Alcuni segnali mostrano comunque come la forza dirompente e anti-sistema del Podemos degli inizi, si stia lentamente dirigendo verso la trasformazione del partito di Iglesias in una sorta di “alternativa radicale di sistema”. Lo dimostrano i contatti, che sembrano essere sempre più frequenti, con i socialisti, che se dovessero confermarsi le previsioni attuali il prossimo anno torneranno probabilmente al governo in coalizione: e magari proprio con Podemos, anche se ufficialmente quest’eventualità viene esclusa da tutti i leader della rosa nel pugno.

Una cosa è comunque certa: Pablo Iglesias è ormai un attore di prim’ordine della politica spagnola. E la sua forza non dipende solo da lui, ma anche e soprattutto dalla debolezza dei suoi avversari.  Più Rajoy si debilita, più lui cresce. Non si escludono sorprese neanche dalle parti del Pp. La generazione nata negli anni ’70 scalda i motori: e se tra un anno a contendersi la Moncloa ci fosse oltre a Pedro Sànchez e Pablo Iglesias anche l’attuale vicepremier, la 43enne Soraya Sàenz de Santamarìa?

 

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