sabato, Ottobre 24

Il protezionismo di Trump è la soluzione alla crisi globale? La ricetta protezionistica del Capo della Casa Bianca sotto i riflettori del vertice di Davos analizzata da Giuseppe Di Taranto, economista della LUISS

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Nei primi due giorni del meeting annuale del World economic forum (Wef) di Davos, diverse sono state le prese posizione dei maggiori leader mondiali  sulla ‘ricetta’ protezionistica di Donald Trump.  Sul podio di Davos si sono alzate le voci  di Narendra Modi, Primo ministro dell’India, Angela Merkel, Cancelliera della Germania, Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese, e l’italiano Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio dei Ministri.  Angela Merkel ha messo in guardia dalla politica a colpi di dazi e muri imposta da Trump,  affermando che il protezionismo non è la soluzione ideale per risolvere la crisi; bisogna piuttosto aver pazienza e perseguire soluzioni multilaterali, com’è avvenuto dopo la Seconda guerra mondiale.  Macron non ha criticato Trump, ma ha sottolineato che serve una strategia internazionale più coordinata e improntata al multilateralismo.  Sulla stessa linea di Merkel,  Paolo Gentiloni, il quale ha sostenuto che bisogna favorire il libero scambio e non incoraggiare il protezionismo.  


Antitetica alla posizione di Trump è quella di Narendra Modi,  il quale ha dichiarato che i pericoli derivanti dalla globalizzazione, come le diseguaglianze, non possono essere affrontati con l’innalzamento di barriere commerciali, proprie della strategia protezionistica perseguita dal Presidente degli Stati Uniti.  
Facendo riferimento all’ articolo 301 del Trade Act del 1974 , caduto in disuso dopo la creazione del WTO, che permetterebbe al Presidente americano di imporre dazi ai Paesi stranieri autori di pratiche commerciali scorrette attraverso la violazione dei trattati e la discriminazione nei confronti degli USA, Trump, a poche ore dall’arrivo a Davos, ha annunciato l’imposizione di nuovi dazi su lavatrici e pannelli solari. Per quanto riguarda le lavatrici, saranno del 20% sui primi 1,2 milioni di pezzi, e saliranno al 50% sui restanti fino alla fine del 2018. I dazi dureranno per i prossimi tre anni, scendendo gradualmente del 5% ogni anno. Per i pannelli solari, i dazi iniziali saranno del 30%, ma dureranno quattro anni e riguarderanno le celle solari e i moduli oltre i 2,5 giga watt.

L’Amministrazione Trump starebbe vagliando anche eventuali dazi su acciaio e alluminio.
Immediata la risposta da parte della Cina, il primo Paese esportatore mondiale di acciaio, colpito fin da subito su lavatrici e pannelli solari: la Cina ritiene la politica protezionistica di Trump non rispettosa delle regole del commercio internazionale.  Anche Kim-Hyun-chong, Ministro del Commercio della Corea del Sud, in un meeting con i rappresentanti dell’industria, ha dichiarato che il Governo USA adotta iniziative non rispettose delle regole del commercio internazionale. Quest’annuncio, naturalmente, apre un nuovo scenario di sfida nei confronti della Cina e della Corea del Sud, tra i maggiori Paesi esportatori netti di acciaio secondo i dati (riferiti al 2016) contenuti nella pubblicazione del World Steel in Figures’ della World Steel Association.

All’interno di questo scenario mondiale, contraddistinto dallo svolgimento del Wef di Davos,  dove palese è il disappunto dei maggiori leader mondiali verso il protezionismo di Trump, quali potrebbero essere le conseguenze degli annunci del Presidente americano sull’economia e sul commercio internazionale? Per un’attenta disamina di queste valutazioni e preoccupazioni emerse nei primi giorni dell’ importante consesso internazionale, abbiamo intervistato Giuseppe Di Taranto, economista della LUISS.

Il protezionismo è una delle parole chiave della politica economica americana dell’Amministrazione targata Trump. I leader della globalizzazione, tra cui Modi, ribattono a Trump che il protezionismo è una minaccia preoccupante. Qual è il suo punto di vista, a tal proposito, alla luce delle prime dichiarazioni al vertice di Davos?

Il problema è molto delicato. La globalizzazione, processo incominciato già alla fine degli anni ’80, è stata la ricomposizione di due sistemi economici: quello socialista e quello liberista, attraverso il mercato. Il mercato è stato il trait d’union anche con i Paesi ex comunisti. Questo ha comportato che, da una parte, i Paesi industrializzati dovevano specializzarsi nell’innovazione, lasciando a Paesi emergenti – come Cina e India – la produzione, tanto che la Cina, adesso, è definita ‘la fabbrica del mondo’. Però c’è una grande differenza tra questi due ‘blocchi’, nonostante il mercato li abbia unificati. La differenza consiste nel fatto che, da un lato, i Paesi emergenti sono rimasti con dei governi che statalizzano le loro economie e, dall’altro lato, ci sono i Paesi occidentali con governi democratici che hanno liberalizzato da sempre le loro economie. Questo, naturalmente, può creare vantaggi e svantaggi da entrambe le parti. All’interno di questo quadro bisogna comprendere la politica di Trump contro la Cina e gli altri Paesi asiatici. Quando il mercato ha unificato, attraverso la globalizzazione, il commercio internazionale, è evidente che molti Paesi (come Cina, India e altre economie emergenti) se ne siano molto avvantaggiati. Perché? Perché essendo diventati delle fabbriche del mondo, al pari della Cina, ciò permette di delocalizzare e di poter produrre a costi molto più bassi, soprattutto per quanto riguarda il lavoro e le leggi concernenti l’inquinamento. È vero che la Cina ha diritto all’Accordo di Parigi sull’inquinamento, ma le leggi sull’inquinamento della Cina, ad esempio, hanno maglie molto più larghe rispetto a quelle vigenti nei Paesi occidentali.

Quindi, non c’è soltanto un vantaggio di costo del lavoro più basso in Cina, ma ci sono anche dei risparmi per quanto riguarda gli investimenti cosiddetti di abbattimento dell’inquinamento. Questo ha dato un vantaggio competitivo molto elevato a questi Paesi emergenti. Da qui poi la posizione di Trump, ‘America First. Il secondo motivo importante è la politica fiscale: in realtà, con l’abbassamento delle aliquote sulle imprese dal 35% al 21%, in pochissimo tempo, sono aumentati gli investimenti stranieri negli USA di 70 mld di dollari. È evidente che, al di là delle opinioni singole, Trump sta attuando quello che era il suo programma elettorale. Di fatto, mette al centro l’America anche ‘a danno’ di altri Paesi come Cina e come India, i quali hanno avuto enormi vantaggi dalla globalizzazione. Ritornando alla Cina, essa ha ‘internalizzato’ il processo di globalizzazione. Questo fa parte anche un po’ della filosofia di questo Paese, basti pensare all’Impero Celeste e a tutti i valori universali. Di conseguenza, quando il commercio mondiale si è affermato attraverso la globalizzazione, la Cina ha attirato enormemente le imprese straniere sul suo territorio grazie a grandi agevolazioni fiscali, zone franche e incentivi sul costo del lavoro, bassissimo rispetto ad altre aree del mondo. Di conseguenza, è diventata ‘la fabbrica del mondo’ essendo chiaramente più concorrenziale rispetto a tutti gli altri Paesi occidentali per i vantaggi menzionati prima e per i vantaggi fiscali alle imprese che delocalizzavano in Cina; questo ha permesso, da circa 15-20 anni a questa parte,  un enorme aumento della produzione e del suo PIL. Il protezionismo di Trump, già annunciato durante la sua campagna elettorale, è espressione di un pronunciamento democratico della società americana; va inquadrato all’interno di questo scenario mondiale.

Se dovesse inscenarsi un effetto muraglia con un abbassamento delle tasse e un innalzamento dei dazi da parte di altri Paesi, quali sarebbero le ripercussioni sull’economia mondiale?

Sicuramente, il commercio internazionale è un elemento positivo perché ha dimostrato la globalizzazione, da una parte, e dall’altra ha ridotto le disuguaglianze tra i vari Paesi perché, ad esempio, un Paese povero come la Cina – grazie alla globalizzazione – ha accresciuto il proprio PIL. Non dimentichiamo che all’interno sia dei Paesi ricchi, sia dei poveri, secondo i dati recenti di Davos , il processo di allargamento delle disuguaglianze, riguardante anche la redistribuzione dei redditi, ha subito un’accelerazione. Adesso, il problema da porre è comprendere quale dei due aspetti avrà il sopravvento. Accanto a due poli come gli Stati Uniti e i Paesi emergenti, c’è il polo dell’Unione Europa: il più debole all’interno di questo contesto internazionale. Non dimentichiamo che, nonostante la ripresa dell’Unione Europea e del nostro Paese, abbiamo assistito a un incremento, durante la crisi europea, di 15 mln di disoccupati. E anche a una forte riduzione del Welfare State a causa delle politiche di rigore imposte dal Nord Europa. In questo momento, quindi, la situazione è aperta a livello mondiale; è molto difficile prevedere quali saranno gli esiti. Bisogna prima aspettare di vedere fino a che punto Trump promuoverà questo protezionismo e quali saranno le reazioni, in primis, di altri Paesi come Cina e India. A me sembra normale che, a una riduzione delle imposte di Trump e a un protezionismo verso Cina e India, si ribellino proprio questi Paesi, i quali hanno avuto vantaggi dalla globalizzazione e dal commercio mondiale.

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