domenica, Marzo 24

Il Presidente Mastrolindo

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Naturalmente, il pas d’adieu del novennale Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha suscitato il solito vacuo vespaio di maitres à penser mai in pausa.

Fra noi giornalisti (non mi escludo… anzi sto per fare esattamente ciò che esecro in altri) e i vari leader politici (purtroppo senza carisma né leadership nel loro DNA), il discorso di fine d’anno del Capo dello Stato è stato sezionato manco si fosse in una sala autoptica e, soprattutto, con una banalità di considerazioni che dà la misura dello spessore cartavelinico degli analisti scesi in campo.

Un po’ se l’è cercata anche lui, il Giorgio partente, facendo un discorso più fumo che arrosto, tipico di chi ormai ne ha le tasche piene ed è davvero anziano e stanco. Facendo baluginare le dimissioni di qui al massimo ad un mese, se n’è uscito con un’affermazione da fantascienza,che, cioè, occorra agire velocemente per risanare il malcostume ormai imperante: «Risanare il sottosuolo marcio della società».
Un sottosuolo che tocca anche persone a tutti noi, ingenui cittadini comuni, vicine e insospettabili, oppure mimetizzate e altrettanto invisibili. Sono talmente incistate nel nostro quotidiano che occorrerebbe fare un lavacro profondo di Mastrolindo, altro che arrestarne qualcuna, sporadicamente (magari con ‘ritmo’), ma in maniera insufficiente a sradicare la filossera che ormai divora la vite ‘Italia’.

Se però  -come si teorizzava in certi discorsi intercettati fra i burattinai/burattini- vi è un’alleanza inscindibile framondo di sopra’, che siede nei luoghi decisionali, emondo di mezzo’ che si sporca le mani quale interposta persona, per conto del ‘mondo di sopra’, com’è possibile giungere a questa pulizia radicale che bisognerebbe realizzare per liberare l’Italia dalla corruttela e dal disonore?

Gli auspici quirinalizi, a pochi giorni dalle dimissioni, sono parole al vento; sono magari sinceri, ma espressi con la perfetta consapevolezza che si sta scrivendo nel libro dei sogni. Così come d’occasione appaiono i commenti di plaudenti e vituperanti: come in un teatrino ormai venutoci a nausea, ognuno sul palcoscenico del teatrino politico dice quello che sa che gli tocca dire, dal plauso scodinzolante di Renzi e compagnia cantante ai ringhii di Brunetta, fino al tono di ‘maestrina dalla penna rossa’ di Salvini, che cavalca le punzecchiature sui Marò dimenticati  -magari gli piacerebbe anche una Campagna d’India, con l’esercito padano in testa-  e la farsa catacombale di Beppe Grillo.

Tante volte mi son chiesta come mai gli italiani, pur avvertendo a pelle che si tratta di personaggi improbabili e incredibili, poi diano loro credito e seggi in Parlamento. Il discorso dello scarso senso delle istituzioni torna a fagiolo, ma l’ho replicato così tante volte che mi son stufata di parlare a vuoto.

Se delle mancanze ho trovato nel discorso del Presidente  -ma consideriamo che è ormai sulla soglia della ‘Casa degli Italiani’, dunque non sarebbe più arbitro e garante dell’accoglimento dei suoi auspici- forse le ho percepite più in quell’elencazione delle glorie italiche che lo sappiamo tutti rappresentano l’eccellenza del nostro Paese.

I veri eroi dei nostri giorni (amnesia presidenziale anche sugli ‘angeli del fango’ di Genova…) siamo noi tutti che continuiamo a stringere i denti e non abbiamo bisogno che stia lì a esortarci di mettercela tutta. Lo sappiamo da noi che dobbiamo fare del nostro meglio, perché è nostro ‘dovere’ farlo; ma anche ‘diritto’, se per un meccanismo di causa ed effetto a mettercela tutta corrispondesse un miglioramento della propria condizione personale; cosa, che, ahinoi, non avviene… anzi!

Facciamo la nostra parte e cosa ne risulta, in cambio? Che vediamo la tassazione azzannarci e accerchiarci, come in un assedio senza speranza di resistenza; carriere incongrue, familismi amorali imperanti, mediocrità trionfanti. Moltissimi hanno dovuto abbattere il proprio train de vie, e non del superfluo, bensì del necessario. Di fronte a questi colpi di maglio, la società si sfilaccia, perde le sue difese immunitarie contro il male.

Tuoniamo contro gli evasori fiscali. Certo, sono dei ladri del nostro presente del fu e della crescita della Nazione e vanno perseguiti senza pietà. Ma cosa dire del denaro rastrellato dallo Stato a titolo di tassazione diretta o indiretta e risucchiato in prebende o malaffare; finti appalti o consulenze addomesticate? Se tutto fosse speso in maniera onesta e oculata ci troveremmo, come ora, sull’orlo del crack? Non credo.

Nel frattempo, arriva dalla Siria l’appello delle due giovani cooperanti, meno che ventenni, rapite appena sbarcate come due vispe Terese in un territorio in guerra sanguinaria.
Pare che non operassero nell’ambito di una consolidata ONG, bensì in nome di una struttura da loro stesse creata; di loro sponte si sono avventurate in luoghi semi-sconosciuti, corazzate solo della propria inesperienza, logica conseguenza di una verdissima età. Altri cooperanti, invece, fanno parte di ben più robuste organizzazioni, in grado di tutelarli dagli incerti di operare in territori a rischio.
Questa loro sventatezza, oltre a far loro mettere a repentaglio la vita, comporta ricadute a catena sui nostri servizi di sicurezza (ricordiamo Nicola Calipari…) e sul bilancio dello Stato, già esangue di suo. Sarò contro-corrente e persino arida e cinica, ma se proprio volevano aiutare il popolo piagato da una guerra senza quartiere, potevano fare fund raising in Patria e inviare il denaro raccolto a chi avesse più esperienza di loro in tali faccende. Ciò detto, però, vanno ‘recuperate’ e, una volta che ciò sia avvenuto, fatto loro giurare di non imbarcarsi mai più in faccende più grandi e complesse di quelle di cui abbiano diretta esperienza.

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