domenica, Settembre 27

Il ‘presentismo’ è la nostra malattia e il coronavirus ce lo insegna Ci serve un Ministero per il Futuro che ci prepari a questo evento. L’ho proposto a Conte. Non ho avuto risposta. Intervista con il Presidente Eurispes Gian Maria Fara: dal covid-19 al dopo da preparare oggi

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Il coronavirus Covid-19 oltre a mandare il tilt le cancellerie di tutto il mondo, ha scombinato le carte a tutti gli analisti. I politologi stanno cercando di tracciare il profilo del prossimo ‘ordine mondiale’, gli economisti provano capire come si potrà uscire da quella che oramai è considerata una crisi economica perfino peggiore di quella oramai ‘mitica’ del 1929, e gli analisti della sicurezza passano i giorni a tracciare scenari di guerre e sommosse. Tutti nella quasi perfetta convinzione -confermata poi dai fatti- che i decisori politici gran parte di quei report non li leggeranno, né avranno chi li leggerà per loro, raccoglieranno polvere sulle scrivanie dei ‘potenti’, che alla prossima crisi si faranno trovare impreparati esattamente come lo sono stati ora.

L’Eurispes (Istituto di Studi Politici, Economici e Sociali), fondato e diretto da Gian Maria Fara, è un centro di ricerca e studi abbastanza atipico nella realtà italiana. Carlo Fuscagni, nostro maestro e co-Fondatore, mentre si lavorava alla progettazione di questa testata, non faceva che ripetere che “Se vuoi sapere cosa davvero sta succedendo in Italia, devi andare a chiederlo a Eurispes e Censis”. Lui che per anni, oramai uscito ‘dal giro giusto’, ha provato spiegare ai diversi vertici che a Viale Mazzini si sono succeduti il suo progetto ‘Italia, Ti Amo’, una trasmissione in viaggio per raccontare l’Italia profonda, era perfettamente convinto che per una trasmissione del genere avrebbe dovuto avere le informazioni di base dall’Eurispes di Gian Maria Fara e dal Censis di Giuseppe De Rita. Non è certamente un caso se la nostra testata è ‘impallinata’ in fatto di report dai diversi centri studi italiani e soprattutto internazionali, e se ai giornalisti abbiamo spesso preferito gli analisti, né è un caso che Fara, nel passato (peccato che non abbia più tempo) sia stato un nostro graditissimo opinionista.

Fara in queste settimane di Covid-19, attraverso il suo centro, ci ha impartito almeno due grandi lezioni di sociologia, condite di ‘spessa’ cultura di storia dell’economia. Una, magistrale, attraverso un comunicato stampa, che temo sia sfuggito ai più in tutta la sua portata, su il Mezzogiorno e i fondi pubblici e il «Nord prima dell’Unità (e per secoli), quando era ancora povero e degradato», nota che sarebbe da far obbligatoriamente leggere ai decisori che in queste ore sono chiamati a scelte fondamentali per il futuro di questo Paese. Il secondo intervento -primo, in verità, in ordine di uscita sulla problematica dell’economia sommersa.

Quello dell’economia sommersa è uno dei temi al quale più dovrà lavorare il Governo se davvero intende portare alla ‘ripartenza’ -uso un termine chesta proponendo una delle altre sempre più rare teste pensanti dell’Italia che si ‘sporca le mani’ nell’Italia reale, e che, immeritatamente abbiamo nel nostro gruppo di opinionisti- il nostro Paese, e, probabilmente anche una grandissima opportunità per farlo, finalmente, emergere e inglobarlo al PIL nazionale.

«La crisi riconducibile al Covid-19 ha, di fatto, bloccato in gran parte l’economia ufficiale, quasi del tutto l’economia sommersa e inflitto pesanti perdite a quella criminale», si legge nel comunicato Eurispes.
Il problema sarà, dunque, «nelle prossime settimane, quello di gestire la scomparsa del sommerso che è stato (piaccia o non piaccia) nel corso degli ultimi decenni un vero e proprio ammortizzatore sociale, che ha permesso agli italiani di superare l’onda provocata dalla crisi economica partita nel 2007/2008. Il sommerso ha consentito a milioni di famiglie monoreddito di integrare le entrate familiari attraverso lavori occasionali o anche stabili non dichiarati. Numerose altre famiglie, che non possono contare sul lavoro ufficiale di almeno uno degli appartenenti, sopravvivono grazie all’arte di ‘arrangiarsi’ messa in atto dai diversi componenti della famiglia che, faticosamente, riescono a mettere insieme il pranzo con la cena.
Ora, a produzione ferma o quasi, con alberghi, ristoranti, attività commerciali e artigiane, uffici chiusi e con il divieto di uscire di casa e considerando difficile che tali famiglie possano avere carte di credito o da parte risorse necessarie per la sopravvivenza per qualche mese, che cosa accadrà nell’immediato futuro?

C’è da essere seriamente preoccupati e questa volta non solo per il Covid-19 ma, soprattutto, per la crisi economica, per la conseguente tenuta sociale e per l’ordine pubblico del Paese.
Per fronteggiare questa guerra, occorre però un Governo competente a cui poter affidare leggi emergenziali che se da un lato impongono limitazioni alle libertà, dall’altro devono superare le burocrazie e le loro lentezze nella distribuzione degli aiuti economici».

Con il Presidente Fara abbiamo provato fare qualche riflessione, anche e soprattutto provando pensare al dopo-Covid-19, in questo Paese che, è certo, uscirà impoverito, di risorse umane e di competenze, oltre che di quattrini.

 

Presidente, abbiamo visto le sue preoccupazioni per il sommerso. In primo luogo, le chiederei di spiegarci bene quale il sommerso che ci deve preoccupare e, a livello sociale, che cosa può provocare e in quanto tempo?

Non sono preoccupato per il sommerso, ho solo cercato di descriverne la quantità, le origini e il ruolo che esso ormai esercita nella nostra economia. Si tratta di un fenomeno strutturale del quale occorre tener conto quando si fanno i conti del Paese. Ma, soprattutto, dobbiamo evitare di criminalizzare un fenomeno che trae origine dalla disoccupazione, da una pressione fiscale eccessiva, dal mancato adeguamento delle retribuzioni al reale costo della vita dopo l’entrata in vigore dell’euro, da una mancata politica di redistribuzione della ricchezza, e, infine, da un sistema che punisce, invece di premiare, chi crea posti di lavoro. Basti pensare all’Irap, una delle tasse più ‘indecenti’ che io conosca. Se a un qualsiasi soggetto, meridionale o settentrionale che sia, si ponesse la domanda: “preferisci lavorare in nero precariamente senza nessuna garanzia oppure essere assunto regolarmente con tredicesima, quattordicesima e un mese di ferie l’anno?”, secondo lei, che cosa risponderebbe l’interessato? Da qui la conclusione che il sommerso è, per la gran parte, non una scelta ma una costrizione.

Si paventa il rischio, soprattutto dopo gli incidenti dei giorni scorsi, di tensioni sociali. E’ così? E che cosa potrebbe accadere?

Esaurite le scarse risorse e riserve a disposizione, in tanti sono costretti a confrontarsi con una situazione drammatica. Il sapere di non poter provvedere a soddisfare le esigenze di vita primarie per la propria famiglia induce a comportamenti fuori dall’ordinario. Assicurare il cibo ai propri figli è un vero e proprio imperativo e, se non se ne ha possibilità, ogni reazione diventa plausibile, anche se non giustificabile. Le Istituzioni devono mettere a disposizione le risorse necessarie, indispensabili. Si può chiedere ai cittadini di restare chiusi in casa ma non si può chiedere loro di non mangiare.

C’è chi sostiene che nella ricostruzione post-Covid-19, che dovrebbe cominciare non in un indefinibile ‘dopo’ ma adesso, subito, si dovrebbero mettere in atto misure che permettano l’emersione e la regolarizzazione del sommerso. Lei che ne pensa? E quali potrebbero essere queste misure?

Sostanzialmente, occorre un ripensamento generale delle politiche del lavoro; anzi, l’elaborazione di una nuova cultura del lavoro. In secondo luogo, occorre una politica fiscale che premi chi crea lavoro, cioè le imprese. Nello stesso tempo, occorre restituire allo Stato un ruolo centrale nelle scelte economiche generali e, soprattutto, rafforzare quel welfare che in questi anni abbiamo colpevolmente indebolito e, in alcuni casi, addirittura smantellato. Basti pensare alle fallimentari scelte di politica sanitaria delle quali, oggi, subiamo le conseguenze.

La conosciamo anche come uno scenarista, così ci permettiamo di andare un po’ oltre, rivolgendole domande che in questi giorni stiamo ponendo a molti. Questo Coronavirus sta ammazzando la popolazione anziana. Ci sta sottraendo quelli che noi abbiamo definito ‘giacimenti di esperienza’, esperienza concreta delle cose, dei fatti della vita, ma anche esperienza emotiva. Che cosa comporterà a livello sociale italiano ma anche europeo? E, come ripartire?

La perdita di un numero elevatissimo dei nostri anziani rappresenta un impoverimento complessivo per la nostra società, sia dal punto di vista culturale, sia da punto di vista economico, sia da quello sociale. Gli anziani sono stati, in questi ultimi decenni di crisi economica, una vera e propria stampella per milioni di nuclei familiari fragili. Sono stati, nello stesso tempo, baby sitter per i nipotini, consentendo ai figli-genitori di potersi impegnare meglio sul lavoro e colmando le lacune di uno Stato che non garantisce neppure un numero di asili-nido decente. Con le loro pensioni hanno integrato la scarsa possibilità economica dei figli, nubili o sposati. Con loro se ne va una parte dei nostri saperi, della nostra storia e del nostro stesso futuro. Non so se siamo riusciti a fare per loro tutto ciò che avremmo potuto. Per molti anni, immersi e abbagliati nelle dinamiche della ‘società affluente’, li abbiamo considerati un peso, una zavorra nella nostra corsa verso l’arricchimento e il successo. Oggi ci rendiamo conto di quanto quella sub-cultura fosse poco lungimirante, anzi, direi fallimentare. Quello che sta accadendo ci costringe a riflettere e a ripensare, per il futuro, al nostro modello di società e alla necessità di riportare l’uomo al centro di ogni scelta, riponendoci la domanda: ‘l’economia deve essere al servizio dell’uomo o questi al servizio dell’economia?’.

L’impreparazione dei Governi, ma anche, e più ovviamente, delle popolazioni, ad un evento di questo genere e di questa portata, non ci dovrebbe far riflettere sull’opportunità di implementare gli studi sull’anticipazione del futuro? E non soltanto magari per tenerli chiusi nei cassetti dei Servizi o delle cancellerie, quanto anche e soprattutto per preparare culturalmente la popolazione a eventi straordinari?

Più che gli uomini, sono le Istituzioni e le burocrazie a non voler mai trarre l’insegnamento dalle tragedie e dalla storia. Le scelte della politica e dei governi non sono mai ispirate da una corretta analisi dei costi e dei benefici. Il ‘presentismo’ è la nostra malattia. Il futuro non ci appartiene; eppure, il futuro è il frutto di ciò che costruiamo oggi. In Svezia, nei mesi scorsi, hanno costituito un vero e proprio Ministero per il Futuro con il compito di studiare, analizzare e immaginare gli scenari politici, economici e sociali dei prossimi trenta/cinquant’anni e su questi orientare le politiche del paese. Io stesso ho proposto, con una lettera aperta al Presidente del Consiglio Conte, di mutuare anche nel nostro Paese la scelta fatta dalla Svezia. Non ho avuto nessuna risposta.

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