sabato, Agosto 15

Il presentismo è il nostro male. Immaginare il futuro e comportarsi di conseguenza è cruciale Il presentismo ha azzerato ogni nostra capacità di ragionare su scenari diversi dal presente, nel momento in cui l’umanità ha bisogno di anticipare il futuro per evitare di subirlo. Ne parliamo con Roberto Paura alla guida dell’Italian Institute for the Future

0

Nulla come la pandemia da coronavirus Covid-19 che stiamo vivendo ci obbliga a scrutare l’orizzonte, chiederci che sarà del nostro domani, del nostro pianeta, della vita nel futuro che, ci auguriamo, ci attende. E’ l’effetto della potente sberla ricevuta: il virus inatteso e totalmente sconvolgente. Inatteso dai più, dall’opinione pubblica che si cullava in una ‘normalità’ che tale non doveva essere, ma atteso, -e come se atteso!-,da coloro che per mestiere sono chiamati a provare aesplorare i futuri possibili’, i così detti futurologi.

La futurologia, ovvero la capacità di anticipare il futuro, non è esattamente una risorsa assente in Italia, anzi, possiamo vantare una tradizione,quella del Club di Roma, fondato, nel 1968, dall’imprenditore (della migliore razza italiana)Aurelio Peccei.
Il suo ‘
Rapporto sui limiti dello sviluppo, noto anche come ‘Rapporto Meadows’, pubblicato nel 1972, se l’avessimo saputo leggere, intanto per primi noi italiani, forse questi ultimi quasi 50 anni sarebbero andati in maniera diversa, molto diversa, sia in termini economici e di politica industriale, sia in termini sociali. Se poi avessimo saputo, noi italiani, tenerci ben stretto il Club di Roma, e magari farlo entrare davvero e potentemente nelle stanze dei bottoni, beh… con i ‘se’ non si fa la storia. Ci siamo fatti sfilare il Club, finito prima in mani arabe e poi perfino la sua sede è stata spostata, volata prima in Germania, poi in Svizzera, aWinterthur, ora si chiama Club of Rome e gli italiani che lo presidiano sono pochissimi, di qualità, certo, ma pochi, e quasi nullo, oramai, è il ‘sapere’ del Club che riesce fluire a Roma.

Ma sulla scia del Club qualche presidio di futurologia in Italia resiste. Uno di questi, il più attivo, è l’Italian Institute for the Future, guidato da Roberto Paura, che è riuscito, sapendosi circondare di cervelli veri, imporre nel dibattito pubblico il tema dell’anticipazione del futuro.

L’istituto, lo scorso mese, ha pubblicato, Guida ai megatrend globali’, ovvero, come recita il sottotitolo, ‘20 tendenze sul mondo di domani’.

Una panoramica a 360° delle grandi tendenze che guideranno l’evoluzione umana nel XXI secolo, in un’ottica multidisciplinare e di lungo periodo, spiega l’Istituto nella presentazione del volume, curato da Paura. «Dai cambiamenti climatici al cibo, dall’energia alla politica internazionale, dall’automazione alla demografia, fino ai fenomeni più recenti e radicali come la space economy, la realtà virtuale, l’intelligenza artificiale: una guida fondamentale per immaginare il futuro studiando il presente».

Nelle Redazioni abitualmente arrivano molte ricerche, volumi che finiscono per la gran parte per non essere letti. Guida ai megatrend globalilo abbiamo letto, e dopo aver inviato a Paura un ringraziamento nel quale dicevo (me ne assumo tutta la responsabilità), “un volume che obbligherei tutta quella banda di c…… dei palazzi romani a studiare a memoria, e lo metterei come libro di testo in tutte le scuole dalle medie in avanti”, gli ho chiesto di fare una chiacchierata. Eccone il risultato.

 

Roberto, intanto spieghiamo subito cosa sono i ‘megatrend’

Possiamo definire un megatrend in base a specifiche proprietà. È una tendenza di lungo termine, quindi opera su scale pluridecennali se non persino secolari; è il frutto dell’interazione di più fattori o driver di cambiamento (sociali, tecnologici, politici, economici, ambientali); è piuttosto anelastico, vale a dire che di fronte a discontinuità radicali (pensiamo alla crisi del Covid) può rapidamente tornare alla traiettoria preesistente; è un fenomeno esponenziale, per cui produce minimi cambiamenti all’inizio, e trasformazioni epocali sul lungo periodo. Il nostro Istituto ne considera venti in tutto, da quelli ben noti a tutti come la demografia, l’invecchiamento della popolazione, l’automazione, ad alcuni più specifici come la space economy, il turismo, l’integrazione europea.

Se ho capito bene, la Guida, non disegna scenari possibili, invece fa una radiografia dello stato dell’arte. Corretto? Ti prego di sintetizzare la situazione attuale globale che emerge dal vostro lavoro

La costruzione di scenari è lo step successivo. La comprensione dei megatrend, cioè, è il primo passo per costruire uno scenario plausibile. La ‘Guida’ fotografa la situazione attuale, spiega come siamo arrivati allo scenario presente a partire dalle dinamiche del passato e fornisce indicazioni su come potranno evolversi in futuro. Il quadro che emerge spiega bene perché il primo capitolo della nostra ‘Guida’ si chiama ‘Antropocene’ e non semplicemente ‘cambiamenti climatici’: l’Antropocene è l’epoca in cui la specie umana è diventata in grado di trasformare radicalmente il pianeta Terra. Ciò significa che oggi su di noi ricade una responsabilità inedita rispetto al passato: possiamo mutare in modo radicale il futuro dell’umanità e dell’intera biosfera (l’insieme delle specie viventi che co-abitano sulla Terra) attraverso le decisioni che assumeremo oggi. Le grandi sfide che la ‘Guida’ delinea riguardano l’equilibrio demografico tra sovrappopolazione e società dell’invecchiamento, l’equilibrio tra sviluppo tecnologico (che richiede anche una crescita del fabbisogno energetico) e sostenibilità delle risorse, l’equilibrio tra innovazione digitale e mercato del lavoro -per sostenere la crescente disoccupazione tecnologica-, l’equilibrio tra crescita e diseguaglianze economiche, tra nuovi mezzi di trasporto che aumentano la nostra capacità di viaggiare in tutto il mondo e i danni che il turismo di massa produce, e così via. Ogni megatrend può dare l’impressione di delineare un ‘destino’ precostituito, ma nella loro interazione -attraverso i diversi capitoli- al lettore diventa chiaro quanto il mondo complesso in cui viviamo sia in ultima analisi frutto delle nostre scelte presenti. Ma non ci sono solo problemi: i megatrend presentano anche opportunità che, se colte in tempo, possono produrre grandi risultati, come la realtà virtuale e aumentata, l’intelligenza artificiale, la space economy.

Nella introduzione al volume accenni a qualcosa che mi pare molto interessante e, temo, sconosciuto ai più. Parli dei ‘futures literacy’, l’alfabetizzazione al futuro che l’Unesco indica come una competenza-chiave del XXI secolo, richiede invece di acquisire queste capacità”.Ne vogliamo parlare?

È un concetto importante perché pone l’accento sulla capacità che, direi, maggiormente contraddistingue l’essere umano dagli altri animali: la capacità di anticipare, ossia di immaginare il futuro e comportarsi di conseguenza. L’importanza di questa capacità è diventata cruciale nell’ultimo secolo o giù di lì, vale a dire nel momento in cui l’accelerazione dei cambiamenti ha iniziato a richiedere una straordinaria forza di adattamento ma anche di previsione e anticipazione per non subire gli effetti collaterali di questi processi, ciò che Alvin Toffler chiamava ‘lo choc del futuro’. Paradossalmente, la post-modernità è caratterizzata invece dall’incapacità di immaginare il futuro, da un presentismo che ha azzerato ogni nostra capacità di ragionare su scenari diversi dal presente, secondo la logica ‘there is no alternative’, non c’è alcuna alternativa. Per allenare la futures literacy dobbiamo usare, innovare, inventare metodi in grado di anticipare i futuri plausibili e immaginare i futuri preferibili, ma anche fornire alla società informazioni dettagliate su dove stiamo andando e su qual è la posta in gioco, come fa appunto questa ‘Guida’.

E allora non posso fare a meno di chiederti: non pensi che dopo questo Covid-19 più che mai sia evidente la necessità che la scuola garantisca tra le altre discipline uno studio specifico sul tema? che lo si chiami futurologia o in altro modo, ma che trasmetta la competenza base per analizzare il passato, il presente e ipotizzare il futuro?

Questo è un discorso complesso: ognuno vorrebbe che la scuola desse maggior rilevanza ai temi o alle competenze di cui si occupa e questa è anche una delle ragioni del perché in Italia si sforna una riforma dopo l’altra senza che i livelli di istruzione migliorino. Certamente sarebbe auspicabile che, nei singoli insegnamenti scolastici, si introduca un approccio problem-based, in cui cioè vengano presentati agli studenti dei problemi di attualità da risolvere attraverso le cognizioni acquisite a scuola, affinché gli studenti siano il prima possibile addestrati ad affrontare i problemi del mondo contemporaneo e individuare soluzioni per il futuro. Questo può essere fatto tanto in materie molto teoriche come la filosofia o la storia, quanto in materie molto pratiche come quelle tecnico-scientifiche. Personalmente vedrei più favorevolmente questo tipo di soluzioni didattiche rispetto alle proposte di inserire nei curricula materie specifiche come l’educazione all’imprenditorialità, la programmazione o l’uso delle nuove tecnologie, perché queste cose, nei dieci anni circa che separano lo studente dall’ingresso nel mondo del lavoro, finiscono invariabilmente per essere già superate da nuove innovazioni. Sul piano della formazione ai temi e ai metodi, infine, credo che oggi possa servire maggiormente alle aziende per restare sul mercato e competere in uno scenario di radicali cambiamenti.

Quali sono le sfide che ci attendono e che plasmeranno il futuro (o il non futuro) del pianeta?

Mi limito alle principali: il cambiamento climatico, innanzitutto, e la riduzione dell’impatto antropico sulla biosfera. Il rapido passaggio a un’infrastruttura energetica basata su fonti rinnovabili e prive di emissioni climalteranti. La gestione delle migrazioni di massa. Una piena collaborazione tra le generazioni. L’automazione del mercato del lavoro e l’esigenza di introdurre soluzioni che vadano verso il reddito di base universale. La riduzione delle diseguaglianze socio-economiche. Il contrasto ai grandi monopoli del digitale e la regolamentazione della platform economy (quella di Amazon, Facebook, Airbnb ecc.). Un’integrazione che renda l’Europa in grado di confrontarsi alla pari con Cina e Stati Uniti. L’alfabetizzazione digitale contro il dilagare delle fake news e della propaganda manipolatoria delle potenze internazionali. La sostenibilità alimentare. Una governance internazionale in grado di affrontare efficacemente i grandi rischi che potremo affrontare in futuro, come la pandemia di Covid-19.

Uno dei megatrend che vengono analizzati in questa guida è quello della longevità. Abbiamo visto in questi giorni una ricerca Censis che ci restituisce l’immagine di un Paese dove di fatto è già in atto una guerra dei giovani contro i vecchi. Mi pare l’inizio della fine della nostra civiltà. Ti chiedo: forte della radiografia che sulla Longevità avete condotto, cosa puoi dirci di questa guerra e dell’evoluzione che dobbiamo attenderci?

Ogni generazione ha conquistato il suo ‘posto al sole’ attraverso un confronto con quelle precedenti, in modo individuale o collettivo. Quando avviene collettivamente, ci troviamo di fronte a snodi epocali che portano alla distruzione del mondo precedente: penso alla Rivoluzione francese o al Sessantotto. Ci sono segnali che sembrano andare in questa direzione, con l’aggravante che la crisi del Covid-19 ha reso evidente tutte le storture di una società ineguale anche sul piano generazionale, in cui gli anziani, trattati spesso come un peso sociale, hanno pagato un prezzo altissimo. Il nostro sistema è assolutamente inadeguato ad affrontare una società che invecchia sempre di più a causa dell’interazione tra la tendenza alla denatalità e quella dell’aumento della speranza di vita resa possibile dagli sviluppi della medicina. Quindi non occorre una sfera di cristallo per capire che questa situazione non può durare. Se non troviamo il modo di ridisegnare completamente i nostri modelli di welfare, in funzione di un invecchiamento attivo in cui le persone anziane abbiano un ruolo attivo e determinante nella società pur senza occupare sine die le posizioni decisionali, e in cui i giovani possano mettere fin da subito le loro competenze al servizio dell’innovazione, non solo quando superano i quarant’anni, la faglia generazionale scatenerà un terremoto devastante per la società del futuro.

Altro tema che mi pare di non poter sorvolare è il declino delle istituzioni multilaterali nel contesto della ridefinizione dell’ordine mondiale. Da alcuni anni assistiamo a continui attacchi alle istituzioni multilaterali, l’ultima in ordine di tempo l’attacco di Trump all’OMS. Bene: ci fai capire che sta succedendo e cosa dobbiamo attenderci?

L’ordine internazionale attuale è sostanzialmente quello di Yalta, cioè quello del 1945. Quando, nel 1989, il muro di Berlino è stato abbattuto, l’Europa ha iniziato a costruire, al suo interno, un ordine nuovo, un nuovo modello di multipolarismo diverso da quello di cinquant’anni prima, rappresentato dalle Nazioni Unite e dalle sue innumerevoli declinazioni. Al di là dei limiti che tutti conosciamo del processo di integrazione europea, quella è stata l’unica innovazione sul piano della politica internazionale negli ultimi ottant’anni circa. Oggi scontiamo i limiti del modello di Yalta, per anni si è parlato di riforma dell’ONU senza produrre nulla perché l’ONU è un’organizzazione sorpassata non più in grado di affrontare i gradi problemi del futuro. Ma neanche i nuovi consessi come il G7 o il G20 possono funzionare, perché rappresentano interessi di parte. La crisi del Covid.19 ha riportato in auge il vecchio e utopico discorso di un ‘governo mondiale’. Certamente non è quella la soluzione, ma nemmeno una governance globale affidata a consessi tecnocratici e non rappresentativi. Urge una riforma della governance globale in cui i cittadini del mondo, al di là delle loro divisioni nazionali, etniche o religiose, possano esprimersi attraverso i loro rappresentanti su temi di portata globale, che possono essere risolti solo globalmente.

Parliamo di Europa. Mi pare di capire che siamo in bilico tra la costruzione di qualcosa di grandioso e solido e la deflagrazione. Ci vorresti spiegare che cosa c’è sui due piatti della bilancia? e quali gli accadimenti e i comportamenti che definiranno quale piatto della bilancia peserà di più?

Come ho anticipato prima, il processo di integrazione europea è stato, nella sua visionarietà e pur con tutti i suoi limiti, un frammento di XXI secolo paracadutato nel Novecento. Oggi, paradossalmente, assistiamo a un fenomeno opposto: i sovranismi, evoluzioni degli antichi nazionalismi, sono un residuato del Novecento importato nel XXI secolo. Una ‘retrotopia’, un’utopia che guarda al passato anziché al futuro. Una minaccia enorme, da questo punto di vista, perché quando si pensa che le soluzioni ai problemi del presente vadano cercate nel passato si finisce sempre male. L’Europa unita non ha saputo affrontare in modo efficace la grande recessione, la crisi dei debiti sovrani, né quella delle migrazioni internazionali. Eppure, nonostante le gravi incertezze della vigilia, ha dimostrato una sorprendente vitalità e determinazione nell’affrontare la crisi del Covid-19 meglio di ogni altra compagine mondiale, garantendo l’equilibrio tra esigenze di salute pubblica e rispetto delle libertà fondamentali. Ciò dimostra che il modello europeo è efficace e può funzionare, ma non possiamo aspettare che siano queste crisi esistenziali a dimostrarlo. Sono fiducioso che, di fronte alla minaccia rappresentata dalla crescente influenza cinese, dall’espansionismo russo e dallo strapotere ame

ricano, l’Europa troverà i mezzi per offrire una rotta alternativa in grado di guidare il mondo in questo secolo incerto verso porti nuovi.

In ultimo ti chiedo di parlarmi dei Rischi esistenziali.

Ciò che rende interessante il concetto di ‘rischio esistenziale’ è che rappresenta perfettamente il tipo di problemi che oggi siamo chiamati ad affrontare. A parte quei rischi non dipendenti dalla specie umana come un impatto con un asteroide, l’esplosione di un supervulcano o qualche altro fenomeno catastrofico naturale, l’umanità a partire più o meno dal 1945, cioè dal primo test della bomba atomica, si è dotata della capacità di distruggere sé stessa. Il rischio nucleare è il più tipico esempio di rischio esistenziale, ma non certo l’unico. Anche i cambiamenti climatici e la sesta estinzione di massa di cui siamo responsabili rientrano in questa categoria. Ma, più in generale, riflettere sui rischi esistenziali significa provare ad anticipare ciò che il futuro potrebbe riservarci. Gli studiosi di questo concetto hanno per esempio paventato i rischi di una superintelligenza artificiale con finalità divergenti rispetto alle nostre, o di una tecnologia di editing genomico che trasformi in modo radicale e irreversibile la specie umana, o di una simulazione virtuale di cui potremo finire prigionieri. Sono esperimenti mentali estremamente utili perché rispondono a quel bisogno di anticipare il futuro per evitare di subirlo che in un’epoca di accelerazione tecno-scientifica è l’unico modo per non finire nel precipizio. ‘The Precipice’ è non a caso il titolo di un recentissimo libro di Toby Ord, studioso di rischi esistenziali. Non dobbiamo preoccuparci solo di quei rischi che possono distruggere la specie umana, ma anche di quelli che possono compromettere sul lungo termine il benessere della civiltà. Una finanza fuori controllo, un mondo che subisce continue ondate pandemiche o una guerra mondiale rappresentano anch’essi, oggi, un rischio esistenziale. Studiarli e prevenirli è, a mio parere, il principale compito di chi si occupa di futures studies. 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore