mercoledì, Agosto 12

Il poeta è morto field_506ffbaa4a8d4

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‘Il poeta nella società’, ovvero: dissertazione (breve) sulla condizione del Poeta nella contemporaneità occidentale. Così che sia chiaro al Lettore l’individuazione del  perimetro storico cronologico al quale si vuole fare riferimento. Ci interessa trattare di quale valore  ‘socialeoggi venga riconosciuto al Poeta e alla Poesia, se ciò avviene, e in quale misura.
Riflessioni che proseguono quelle di qualche mese fa in ‘E’ ancora necessaria la poesia?‘, quando, tra il resto, affermavamo che la poesia -da secoli- è diventata un fatto privato, risulta quasi sconveniente ai giorni nostri dichiararsi poeta, a prima vista appare residuale, fortemente minoritaria -perchè portatrice di sintesi valoriali folgoranti, i quali, in una collettività compressa fra numeri e tabelle, appaiono stridenti-, eppure, pare che ogni giorno su internet vengano pubblicate quattro milioni di poesie.
Con il conclamato tramonto, oramai pluridecennale, della Rai divulgativa, ad esempio, lo spazio mediatico per poeti e poesia è inesistente. Quella Rai  aveva, tra l’altro, reso noto al grande pubblico almeno i volti e le fisionomie di Poeti quali Giuseppe Ungaretti, Pier Paolo Pasolini, Giorgio Caproni e Ezra Pound, solo per citarne alcuni.
Di una cosa sono certo, se per ventura  entrassero in un bar a prendere un caffè l’ultimo ‘tronista’ in ordine di tempo, e Mario Luzi, la maggior parte degli avventori riconoscerebbe il primo, forse nessuno il secondo.

Ci hanno ubriacato di ‘società‘, da quella ‘opulenta‘ a quella delle ‘masse‘, passando ovviamente per quella dei ‘consumi‘. Da queste definizioni, prese un poco a caso tra le tante, risulta evidente, come giusto che sia parlando di ‘società’, il riferimento costante di queste definizioni ad aspetti economici. Se grosso modo l’ambito di riferimento nel quale muoversi è questo, l’agibilità, il riconoscimento e la valorizzazione dell’operato poetico rimane residuale. Peso piuma, tra le acciaierie di meccanismi sordi a qualsiasi ragione che non sia la propria.
Un pertugio, per stare al passo con i ritmi dell’evoluzione della società, era stato trovato, ad esempio da Gabriele D’Annunzio nel campo pubblicitario. L’autore del ‘Piacere‘, mise il suo ingegno a disposizione del settore, all’epoca agli esordi. Alcune sue folgorazioni linguistiche, una per tutte ‘La Rinascente‘, diventò nome di ‘battesimo’ per dei grandi magazzini. Anche quello spazio, ricavato da compromessi con ciò che un poeta vuole ‘veramente’ fare, sono ormai appannaggio della non meglio identificata categoria dei ‘creativi’.

Penso che ilsentirepoetico sia una esigenza costante, perenne nel dipanarsi dell’avventura umana. Certo, ha periodi di appannamento, talvolta anche di lunghi. Inabissamenti repentini. Seguiti sempre da inaspettate emersioni.
Quando la convalescenza del poeta Valentino Zeichen, colpito qualche tempo prima da un ictus, anche a detta di amici che con amore lo stavano seguendo in questo stretto passaggio, sembrava volgere al meglio, si è presentato l’irreparabile. La sorte, mi ha riservato l’onore di poterlo conoscere. Non mi ritengo sufficientemente in grado di tessere adeguatamente le lodi della sua opera. Molti, certamente più titolati di me,  giustamente l’hanno già fatto. Lo ricordo, in cene conviviali, acuto e brillante conversatore. Frequentava anche personaggi e situazioni delle ‘cantine’ e dei ‘teatri off’ romani.  Valentino, era un personaggio fuori dagli schemi. Da tutti gli schemi. Una rara testimonianza di ‘libertà’. Vera, integrale. Nonostante la severità che quella opzione comportava.  Comprovata sotto un profilo di scelta esistenziale, anche dalla sua residenza al Borghetto Flaminio di Roma in una baracca o poco più.
Alcuni degli amici hanno attribuito l’ictus di cui è stato vittima all’amarezza vissuta per la esclusione di una sua opera al Premio Strega. Non so. Non mi azzardo, sono questioni di ‘società’, in questo caso letteraria. Con tutto il cinismo che le è proprio. Per la sua conclamata penuria di disponibilità, gli sarebbero stati assegnati i benefici della Legge Bacchelli. Parlo di Zeichen, in questo doloroso contesto, proprio perché ribadiva al mondo, con le sue scelte esistenziali così perentorie, il valore primario, estremo della sua missione. Era nato a Fiume, cacciato malamente dalla terra natia con la famiglia, dalla truppa del Maresciallo Tito. Arrivò, quindi, in Italia come rifugiato. Prima a Parma, poi  Roma, che diventò la città di residenza definitiva. Credo, che una condizione così aspra, quale è quella di profugo, rimanga incistita in profondità, in modo permanente in chi ha avuto in sorte di doverla vivere. Ma ogni Poeta deve essere necessariamente un profugo‘, cercare e trovare sempre nuovi territori espressivi. Cantare e coniugarsi con l’epopea dei popoli. Le loro sofferenze, frustrazioni, inadeguatezze. Illuminare con voce, della quale nessuno è riuscito con esaustiva certezza a individuare la fonte, i percorsi di riscatto. Nell’antichità era stata individuata come dono degli Dei. Ipotesi suggestiva. Maturata nei tempi delle Civiltà. Nei tempi attuali, quelli della ‘società’, stanno un poco tutti nel mezzanino di ‘la mamma è bella’  e la ‘mela è buona’.

Ah, dimenticavo, ‘soffrono’ quanto ‘soffrono’. Alcuni. Pochi altri profughi, come Valentino, sono Poeti. E la loro ‘baracca’, statene pur certi non teme tempesta.

 

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