sabato, Dicembre 14

Il piano per le infrastrutture di Trump è pronto a decollare? Sono molti i problemi che il governo dovrà affrontare per lanciare il progetto

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Dopo aver ottenuto dal Congresso l’approvazione dell’agognata e controversa riforma fiscale, l’amministrazione Trump è ora chiamata a cimentarsi nel difficile compito di ricavare le risorse necessarie a lanciare il suo colossale programma di ammodernamento e ricostruzione delle infrastrutture fondamentali degli Stati Uniti, condannate all’obsolescenza da decenni di incuria e trascuratezza. Si parla di qualcosa come 1.000 miliardi di dollari di investimenti nell’arco di un decennio. Il disegno originale prevedeva che lo Stato mettesse a disposizione 200 miliardi, mentre i restanti 800 se li sarebbero sobbarcati i privati, ma dalla somma iniziale a carico del governo federale sono successivamente stati tagliati ben 55 miliardi di dollari che, in origine, si era pensato di stanziare per il potenziamento degli scali aeroportuali di secondaria importanza, la ricostruzione dei manti autostradali, il consolidamento degli acquedotti e la riqualificazione di alcune aree comprese nelle riserve indiane.

Il ridimensionamento dell’intervento pubblico è dovuto anche all’entrata in vigore della riforma fiscale, la quale ha fortemente limitato le deduzioni statali, in specie sulle emissioni obbligazionarie private per gli investimenti. Per Trump, quindi, il problema consiste nel convincere i privati interessati ad entrare in gioco che il governo sta già offrendo loro sufficienti tutele, a partire dall’impegno a riconoscere loro i diritti di proprietà e gestione sulle infrastrutture (ponti, ferrovie, strade,  ecc.) in cui andranno a investire – su cui il ritorno del capitale è garantito tramite pedaggi e varie forme di pagamento dell’usufrutto – e dall’allentamento delle regole ambientali necessario a velocizzare i tempi di concessione dei permessi per lanciare i singoli progetti.

Ma è proprio in questo segmento che sorge lo scoglio potenzialmente insormontabile per il governo in carica, vale a dire l’opposizione politica che sembra intenzionata a dar battaglia al Congresso. Nel corso dell’ultimo decennio, i democratici hanno mostrato di anteporre lo stimolo di una solida e duratura ripresa economica all’aggiustamento dei conti pubblici, come testimoniato dalla politica iper-espansiva introdotta a seguito dello scoppio della crisi con il lancio dei programmi di quantitative-easing concordati tra il Dipartimento del Tesoro e la Federal Reserve. In linea di principio, i democratici appaiono quindi concordi con la necessità di impiegare consistenti risorse per potenziare e rinnovare le infrastrutture del Paese. Per loro, agire in questa direzione significherebbe anche tributare rispetto all’eredità di Franklin Delano Roosevelt, che durante la Grande Depressione convinse in Congresso ad autorizzare l’istituzione della Tennesse Valley Authority, una società di proprietà federale volta a favorire la navigazione, il controllo delle piene, la produzione di energia elettrica, la sintetizzazione di fertilizzanti e, più in generale, lo sviluppo economico nei territori circostanti il bacino idrografico del fiume Tennessee.

Il problema è che, nella visione del Partito Democratico, lo Stato dovrebbe tornare a svolgere il ruolo prioritario, investendo almeno 500 dei 1.000 miliardi previsti. Secondo il punto di vista dei democratici, la limitazione del ruolo dei privati è una condizione necessaria per evitare la formazione di nuove strutture di potere di tipo oligarchico e di scaricare il peso degli investimenti sui consumatori finali. Eppure Trump è consapevole che per attuare il proprio progetto avrà bisogno di portare dalla propria parte almeno una decina di senatori democratici, necessari a raggiungere la soglia dei 60 voti. Ragion per cui il presidente e lo speaker della Camera Paul Ryan hanno esortato i propri compagni di partito a lavorare fianco a fianco con i loro avversari, i quali sembrano tuttavia restii a sostenere una presidenza tanto debole e verosimilmente destinata a subire una cocente batosta alle elezioni di medio termine in calendario per il prossimo novembre.

Vi è inoltre la possibilità che i ‘falchi’ del Tea Party e dell’ala radicale del Grand Old Party, fortemente contrari all’indebitamento federale e all’intervento dello Stato nell’economia, voltino le spalle all’amministrazione bocciando in massa il progetto infrastrutturale. Prospettiva che obbliga i repubblicani di ispirazione più moderata ad intensificare gli sforzi per convincere il maggior numero possibile di senatori democratici a schierarsi a favore del disegno. La strada che conduce alla ricostruzione delle infrastrutture nazionali concepita dal tycoon newyorkese sembra dunque essere lastricata di ostacoli.

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