mercoledì, Ottobre 28

Il piano infrastrutturale di Trump al giro di boa Grandi incognite pesano sul progetto

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Il piano infrastrutturale di Trump entra nel vivo. Giorni fa, il presidente ha annunciato che «costruiremo nuove, scintillanti strade, porti, autostrade, ferrovie e collegamenti marittimi in tutto il Paese. E lo faremo con spirito americano, mani americane e grinta americana». Il problema è che tutto il progetto, come sottolineano molti addetti ai lavori sia statunitensi che europei, ruota attorno a 200 miliardi di fondi federali che dovrebbero indurre le singole amministrazioni statali ad allentare a loro volta i cordoni della borsa stanziando fondi per oltre 1.000 miliardi entro dieci anni. L’opposizione democratica ritiene la cosa materialmente impossibile ed ha annunciato battaglia al Congresso, proponendo un piano alternativo che prevede di caricare il fardello maggiore sul governo federale (1.000 miliardi) e non sui singoli Stati. Anche all’interno del Partito Repubblicano sono sorte alcune opposizioni, con l’ala dura neoliberista e anti-statalista del Tea Party che ha espresso la propria contrarietà ad incrementare il debito pubblico sul quale andrà ben presto a gravare l’impatto della maxi-riforma fiscale approvata di recente: si parla di una riduzione delle entrate tributarie pari a 420 miliardi di dollari. Per il 2019, si prevede che il deficit pubblico crescerà fino alla soglia dei 1.200 miliardi.

Trump ha annunciato che le risorse necessarie per mettere assieme i 200 miliardi verranno ricavate da tagli alla spesa pubblica non ancora specificati. Al momento, si sa solo che la Casa Bianca intende tagliare i sussidi all’Environmental Protection Agency (l’agenzia che vigila sulle norme anti-inquinamento) e del Dipartimento dei Trasporti rispettivamente del 25 e del 18%. Nello specifico, il governo intende limitare fortemente le sovvenzioni sulle lunghe distanze passando la ‘patata bollente’ ai singoli Stati. Nell’ottica di Trump, questa piccola misura si inserisce in un più vasto piano di scaricamento sulle amministrazioni locali di una parte ragguardevole delle spese che attualmente sono a carico del governo federale. Quegli stessi Stati che si preparano a subire l’impatto della riforma fiscale, la quale riduce le possibilità di dedurre le imposte locali dall’imponibile sul quale gravano le tasse centrali. Come riporta ‘Il Sole 24 Ore’, «la dote messa sul tavolo dalla Casa Bianca è divisa in quattro capitoli. Cento miliardi sono fondi di cofinanziamento per Stati e città in programmi a contributo federale pari al 20% del totale. Altri 50 miliardi sono sovvenzioni per gli Stati rurali, in base ai chilometri di strade rurali e alla popolazione rurale che questi hanno – si tratta del 25% del budget, per zone nelle quali vive il 14% degli americani, ma dove due terzi degli elettori hanno votato Trump nel 2016. Venti miliardi sono poi destinati a “progetti di rilevanza nazionale […], vale a dire le infrastrutture del prossimo secolo, invece che la ristrutturazione dell’esistente”. Ancora 20 miliardi andrebbero a prestiti federali che aderiscono al finanziamento privato di progetti redditizi. Infine, ci sono 10 miliardi per la costruzione di strutture ed edifici federali. Alla fine, l’effetto leva dovrebbe essere generato dai 100 miliardi destinati al cofinanziamento e dagli incentivi alle società private e alle partnership tra pubblico e privato, nella forma di sgravi sugli interessi».

È difficile capire come si possa raggiungere la cifra di 1.500 miliardi annunciata da Trump con questi non meglio specificati ‘sgravi’ di cui è ancora impossibile prevedere l’impatto in termini di rientro economico. Il governo intende agevolare e velocizzare l’iter per l’approvazione dei progetti ed eliminare diversi vincoli ambientali che disciplinano la costruzione di gasdotti e oleodotti. Tali misure dovrebbero amalgamarsi con gli effetti della riforma fiscale inducendo gli investitori privati a destinare le risorse che si verrebbero a liberare alla realizzazione o all’ammodernamento delle infrastrutture previsti dallo Stato. Il rientro dall’investimento, che secondo i calcoli dell’amministrazione dovrebbe pesare per il 70% del totale, avverrebbe sotto forma di pedaggi e tariffe a carico degli utenti.

Alcuni economisti ritengono che il piano infrastrutturale di Trump rischi di surriscaldare l’economia, costringendo la Fed ad accelerare i ritmi della ‘normalizzazione monetaria’ che è appena iniziata con un primo, timido rialzo dei tassi. La stretta creditizia che ne scaturirebbe provocherebbe l’aumento della redditività dei Treasury Bond appesantendo gli oneri connessi al servizio del debito e dissestando ulteriormente i conti pubblici. Altri, come il manager dell’American Society of Civil Engineers (Asce) Casey Dinges, ritengono invece che si tratti di «un buon punto di partenza, se dovesse funzionare tutto come annunciato», ma insufficiente a raccogliere il denaro necessario (stimato dalla stessa Asce in 2.000 miliardi di dollari) a sostenere una adeguata risistemazione delle infrastrutture Usa. In assenza di un simile sforzo, l’associazione ha previsto che l’economia statunitense verrà colpita da danni quantificabili in 3.900 miliardi entro il 2025 e in volatilizzazione di oltre 2 milioni di posti lavoro.

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