giovedì, Novembre 14

Il petrolio dell’Arabia Saudita brucia: opportunità per chi? Di mezzo c’è lo Yemen, ma non solo, anche una possibile distensione tra Iran e Paesi del Golfo da una parte e USA dall’altra

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Sabato 14 settembre due impianti petroliferi del gigante saudita del greggio Aramco, quelli di Abqaiq e Khurais, nell’est del Paese, sono stati attaccati da droni. L’offensiva è stata rivendicata dai ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran. Gli Houthi hanno parlato di 10 aerei senza pilota, mentre per il Ministero dell’Interno di Riyad i droni sarebbero stati due. Oggi ‘AbcNews’ e ‘New York Times’, parlando di informazioni provenienti da ‘alti funzionari’ della Casa Bianca, hanno sostenuto che l’attacco sarebbe stato condotto da una dozzina di missili e una ventina di droni, e che le immagini satellitari sembrano indicare che droni e missili arrivassero dalla direzione nord rispetto all’Arabia Saudita, quindi da Iran, da dove gli impianti sono perfettamente alla portata delle armi iraniane, o Iraq, dove, nel sud, ci sono basi controllate da milizie filo-iraniane.

Khurais, a 250 chilometri da Dhahran, è uno dei principali giacimenti petroliferi dell’azienda statale che sta preparando il suo sbarco da record in Borsa, inizialmente previsto per il 2018 e poi rinviato a causa del calo dei prezzi del greggio sul mercato mondiale.  Khurais è il più grande impianto di stabilizzazione del greggio al mondo. Khurais produce 1,5 milioni di barili al giorno, mentre Abqaiq contribuisce a produrre fino a 7 milioni di barili al giorno.

Un’indagine è stata subito aperta. Le autorità hanno rafforzato la sicurezza attorno ai due siti e stanno verificando l’entità dei danni.
Il risultato è stato: dal punto di vista economico, una perdita di circa cinque milioni di barili al giorno, circa il 5%, forse il 6% della produzione giornaliera mondiale di greggio (il regno produce 9,8 milioni di barili di petrolio al giorno); dal punto di vista politico, uno smacco enorme per la Difesa saudita, che si è vista sfondata su due fronti assolutamente strategici come Abqaiq e Khurais, e una grande esposizione, mediatica ma sopratutto politica, per gli Houthi e per la guerra nello Yemen, così tornata in primo piano.

L’altro risultato  -ovvia conseguenza- è stata l’esplosione del prezzo del petrolio, subito lievitato del 18%, fino a punte del 20%, il più poderoso balzo in 28 anni. Oggi, alla riapertura dei mercati, l’effetto sui mercati è stato dirompente, con i future sul Brent che in Asia sono cresciuti del 20%.  ‘Bloomberg’, richiamando i dati  del Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, ha fatto notare che in questi attacchi la perdita di forniture di petrolio è stata superiore a quella kuwaitiana e irachena dell’agosto 1990, quando l’Iraq invase il Kuwait, e quella del 1979 in occasione della Rivoluzione Islamica. Il prezzo al barile potrebbe arrivare a 80 forse 100 dollari, tutto dipenderà da quanto dureranno i lavori di ripristino di Abqaiq e Khurais.

Oggi l’Arabia Saudita ha fatto sapere che intende ripristinare di un terzo la sua produzione petrolifera. Il neo Ministro del Petrolio saudita, il principe Abdel Aziz ben Salmane, ha dichiarato che Riyad è pronta a utilizzare le sue vaste riserve petrolifere (che lo scorso giugno ammontavano a 188 milioni di barili) per compensare la perdita della produzione e anche gli Usa hanno autorizzato il ricorso alle loro riserve strategiche  Tuttavia queste dichiarazioni hanno solo attenuato lo shock sui mercati, il problema resta quanto ci impiegheranno i sauditi a ripristinare gli impianti danneggiati.
Secondo gli analisti del settore petrolifero, una interruzione breve potrebbe far alzare i prezzi del barile di non oltre 15 o 16 dollari, la criticità è da prevedere invece se il ripristino degli impianti richiedesse oltre 6 settimane, se addirittura si arrivasse o superasse i 3 mesi, allora gli analisti prevedono una esplosione della domanda di scisto e un prezzo al barile stabilizzato ben oltre gli 80 dollari.
In effetti ‘Reuters’ riporta alcune indiscrezioni, secondo cui Saudi Aramco ritiene che «ci potrebbero volere mesi» per tornare ai volumi di produzione considerati normali. Due fonti vicine al gigante avrebbero parlato di un arco temporale di tre-sei mesi.

«Mesi fa avevamo annunciato possibili attacchi al centro nevralgico del petrolio mondiale, l’Arabia Saudita.  Questo è avvenuto colpendo una delle raffinerie più grandi al Mondo», ha dichiarato oggi il Presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia.

Attaccando i centri strategici del greggio internazionale, aveva dichiarato mesi fa Marsiglia, «saremo esposti ad una crisi a cui neanche i mercati internazionali saranno preparati». Oggi, prendendo atto della corretta analisi, afferma: «Hanno colpito il Medio Oriente, hanno colpito quello che per decenni è stata un ‘zona franca del greggio’ intoccabile da tutti e baricentro da dove partono i primi segnali per le quotazioni petrolifere sui mercati internazionali. Dobbiamo solo osservare, non abbiamo nessun metodo ad oggi di valutazione in un Medio Oriente imprevedibile. Se la Libia fino a qualche giorno fa è stato il problema centrale, oggi con questo attacco si mettono in discussione le tratte del petrolio internazionale».

Più ancora del rischio economico in queste ore a preoccupare le cancellerie del mondo intero, da Washington a Mosca a Bruxelles, da Riyad a Teheran passando per Dubai,  è il  rischio geopolitico, e la dichiarazione di Marsiglia lo fa ben intravedere.
Gli Stati Uniti, come l’Arabia Saudita stessa, hanno immediatamente accusato l’Iran, Teheran ovviamente ha subito negato. A qualche ora di distanza i media internazionali hanno iniziato parlare di ‘giallo’. In effetti è abbastanza difficile spiegare come gli Houthi abbiano potutobucarela potente difesa saudita, per quanto forti, come si ritiene, di un aiuto dall’interno del regno.
Ayham Kamal, Eurasia Group ha dichiarato a ‘CNN’, che «il problema critico per il regno è strutturale; la maggior parte dei sistemi di difesa aerea dell’Arabia Saudita sono progettati per difendersi dalle minacce tradizionali e sono mal equipaggiati per affrontare minacce aeree asimmetriche come i droni». Questa vulnerabilità aumenta quando tante parti essenziali dell’infrastruttura -stoccaggio, elaborazione e treni di compressori- si trovano in una piccola area.
Se le immagini satellitari -che mostrano gli attacchi provenire da Iran o Iraq, fossero attendibili,  i ribelli Houthi si sarebbero attribuiti un merito che non hanno.

Mentre si moltiplicano gli appelli alla moderazione  -rivolti in particolare a  Washington, che, accusando l’Iran, si è detto ‘pronto e carico’, per bocca del Presidente Donald Trump- oggi  gli Houthi si sono fatti risentire.  Attraverso il loro portavoce, Yahya Sarea,  hanno fatto sapere che gli impianti petroliferi della Aramco sono ancora un obiettivo e potrebbero essere attaccati in «qualsiasi momento», invitando il personale straniero a restare lontano dagli impianti della Aramco e chiedendo all’Arabia Saudita di fermare la sua «aggressione» allo Yemen.
Secondo alcuni osservatori, l’obiettivo  degli Houthi è che i sauditi seguano le orme degli Emirati Arabi Uniti e fermino i loro attacchi nello Yemen, e, insieme, ottenere una posizione di potere nei negoziati che alla fine portino a una soluzione diplomatica.

Nel trilaterale di oggi tra Turchia, Russia, Iran quasi certamente il tema sarà affrontato, il Cremlino non lo ha escluso, anzi, e da qui probabilmente potrebbe venire qualche indicazione sullo sviluppo della crisi. Alcuni analisti non escludono nemmeno che il sussurrato incontro tra Trump e Hassan Rohani,  possa ancora tenersi, certo gli Houthi con questo attacco, realizzato o anche solo rivendicato, hanno messo un bel po’ di sabbia negli ingranaggi, già non in forma.

Da sottolineare, lo fa ‘Haaretz, che riconoscendo che non esiste una soluzione militare alla guerra nello Yemen, e considerando le divergenze emerse nel corso del tempo tra Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, che alla lunga potrebbero creare problemi anche agli USA- l’Amministrazione statunitense ha provato a negoziare con gli Houthi, direttamente, senza mediatori. I primi negoziati sono iniziati a luglio tra gli Emirati Arabi Uniti e gli Houthi, come rivelato dallo sceicco Naim Qassem, leader del leader Hezbollah, con sede in Libano, in un’intervista alla rete di ‘Al Mayadeen’. L’Iran potrebbe considerare questi negoziati come un modo per riallineare le sue relazioni con l’Arabia Saudita e con tutti gli altri Stati del Golfo di riflesso e forse con gli Stati Uniti stessi. Il risultato sarebbe  interpretato come un successo per gli Houthi e l’Iran, certo, ma libererebbe l’Arabia Saudita da una guerra sta diventando troppo costosa, sia economicamente sia in termini politici e di immagine. Trump, da parte sua, si libererebbe di un problema, oltre che facilitarsi la possibilità di trovare ottime ragioni per una trattativa non dura con l’Iran

In questo quadro l’attacco potrebbe essere venuto da molte parti, non sono pochi coloro che non vedono di buon occhio questo riavvicinamento, e le vie della strategia politico-militari delle grandi potenze sono davvero infinite e imperscrutabili.

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