giovedì, Agosto 13

Rimesse e cooperazione decentrata alleate per lo sviluppo Metafora del ‘cacciavite’ e realtà italiane nell’economia globale. Intervista a Paolo Sospiro, Docente di Economia dello Sviluppo all’Università di Macerata

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Le rimesse internazionali sono quelle risorse finanziarie o reali che i cittadini ‘stranieri’ – rispetto al Paese in cui risiedono – inviano periodicamente nel proprio Paese di origine.

Per l’Italia, secondo il Rapporto 2017 del Centro studi e ricerche IDOS, il 2016 è stato il sesto anno di calo consecutivo con una diminuzione ulteriore del 3,4% (ossia 5,1 miliardi di euro, considerando i canali ufficiali). La causa sembra soprattutto imputabile al peso della Cina come Paese destinatario, mentre per altri Paesi come Romania, Bangladesh e Filippine l’incremento è stato positivo.

Come interpretare questi dati? Esistono alte criticità? Soprattutto, cosa alimenta e quali sono i canali del sistema di trasmissione di ricchezza fuori dal Paesi di residenza? Con tutte queste incognite, è importante considerare che gli standard di vita e i contesti tra i quali il migrante fa da ‘ponte’ sono, talvolta, più distanti sul piano del welfare che in termini geografici, e che gran parte della ricchezza che guadagna resterà nel Paese di residenza e di lavoro.

Per un’analisi complessa del fenomeno e uno sguardo sulle nostre realtà regionali, risponde Paolo Sospiro, Docente di Economia dello Sviluppo all’Università di Macerata.

Professor Sospiro, le rimesse possono essere pensate come un valido complemento alla cooperazione allo sviluppo?

Per cercare questa ‘complementarietà’, dovrò partire dalla dinamica delle attuali politiche di aiuto pubblico allo sviluppo (APS). Il punto centrale è che, oggi, non esiste una politica ‘unica’, funzionale a ogni problematica. Tendenzialmente, tali politiche richiedono un adattamento anche interno a una stessa problematica, allo scopo di attenuare i problemi e accentuare gli aspetti positivi. Perciò sarò necessario monitorare e valutare le diverse politiche e programmi di cooperazione. Oggi disponiamo di moltissimi dati ed esperienze, a livello europeo e nazionale, rispetto alle aree geografiche del Sud del mondo. Si definiscono le ‘buone pratiche’, si lanciano nuovi programmi, con esiti alterni nel tempo: non esistendo una ricetta predefinita, è molto importante fare uso del ‘cacciavite’: politiche, risorse disponibili e programmi devono essere vagliati in base ai risultati ottenuti. A quel punto, si potrà ridurre o aumentare le risorse, modificare un programma, ridefinire un progetto…  Per fare un esempio ‘familiare’, basterebbe guardare gli incentivi per l’ efficientamento energetico. La cooperazione allo sviluppo, nasce per creare un percorso di sviluppo indipendente dall’APS e dalle dinamiche del ‘mercato internazionale’ basato sulle materie prime: occorre un discorso di diversificazione, altrimenti la stessa cooperazione perde senso.

La cooperazione allo sviluppo dovrebbe, perciò, con una serie di politiche, programmi e risorse ridurre la progressiva dipendenza dal mercato internazionale, sia in domanda che offerta?

Non solo. Certo, i Paesi in via di sviluppo (PVS) vendono materie prime e acquistano prodotti intermedi e finali, che hanno un prezzo più alto delle prime. L’UE ha favorito l’accesso dei Paesi ‘ACP’ (‘Africa, Caraibi e Pacifico’) al suo mercato a condizioni più favorevoli rispetto ad altre aree del mondo (in misura minore nell’agricoltura). Benché ci sia un’evoluzione rispetto alle politiche sovrane – tutt’oggi esistenti – di stampo neo-coloniale verso i PVS, non è sufficiente: occorre considerare il passaggio istituzionale del capacity building . Il processo di democratizzazione si traduce nel sostegno alle istituzioni, ai vari livelli territoriali, e nella divisione dei poteri che garantisca una maggiore stabilità e trasparenza.

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