giovedì, Ottobre 22

Il peso del debito privato in Australia field_506ffb1d3dbe2

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L’economia australiana rimane una delle più solide al mondo, un raro esempio di come un Paese occidentale abbia potuto evitare le tenaglie della recessione globale continuando sul percorso della crescita. Questo è stato possibile grazie alla velocità con cui politiche finanziarie e monetarie sono state varate nei primi mesi del 2008 e, cosa più importante, grazie alle ingenti forniture di gas e minerali ai nuovi colossi asiatici. La continua crescita di questa economia è però minata da alcuni fattori: la cronica dipendenza dalle esportazioni di materie prime, l’elevato costo del lavoro e i prezzi dei beni di consumo poco competitivi a livello internazionale. Un ulteriore fattore di rischio è rappresentato dall’eccessivo ammontare del debito privato degli Australiani, problema che affligge l’intera popolazione in maniera transgenerazionale.

Mentre lo stato australiano può infatti fregiarsi di essere uno dei paesi sviluppati con minor debito pubblico – il rapporto deficit/PIL è un rassicurante 27% contro una media OCSE del 90% – quella australiana è invece una delle popolazioni con il più alto tasso di debito privato, ovvero l’ammontare di debito contratto dai nuclei famigliari. I dati del 2012 confermano i timori degli economisti, registrando un rapporto debiti/ricavi del 185%, tra i più alti al mondo. Anche considerando l’intero patrimonio posseduto in media dalle famiglie australiane, si scopre che il rapporto debiti/ricchezze totali è di quasi il 20%, un valore decisamente sopra la media. Questo è in parte dovuto alla nota relazione tra quantità di prestiti elargiti e ricchezza di una nazione, in parte ad una efficace e radicata azione dell’intero settore bancario, in continua crescita in paesi come Australia e Nuova Zelanda e in controtendenza con il resto dei paesi sviluppati.

Il fenomeno continua, tuttavia, a crescere senza sosta. Secondo l’ultimo rapporto del Melbourne Institute dal titolo “Household Income and Labour Dynamics in Australia (HILDA)”, il debito privato australiano è infatti aumentato del 28% solo negli ultimi dieci anni, mentre le proiezioni indicano che il trend continua verso questa direzione. Questi dati si inseriscono in una cornice atipica, in cui l’aumento di prestiti richiesto da privati è associato ad una forte diminuzione del tasso di povertà, quando generalmente si verifica il contrario. Secondo gli economisti questo fenomeno va letto come un dato sostanzialmente positivo, in cui la richiesta di prestiti è effettuata coscientemente e non a causa di una radicalizzazione delle politiche bancarie. Questa dicotomia del debito australiano – basso quando pubblico ma elevato quando privato – ha sollevato una serie di domande circa l’effettiva tenuta del sistema economico del paese. Mentre infatti i conti pubblici sono molto solidi, altrettanto non può essere detto di quelli dei privati, troppo facilmente condizionabili dai tassi d’interesse variabili, nonostante i ricavi siano in media molto alti. Secondo il rapporto HILDA, il debito medio contratto dalle famiglie australiane ammonta a circa 151.500 dollari, attestandosi su un livello molto più alto della media dei paesi sviluppati, il cui debito privato rappresenta il 140% dei ricavi, nonostante i paesi del Nord Europa arrivino a superare il 200%.

Un dato interessante viene fornito da una dichiarazione ufficiale del Fondo Monetario Internazionale (FMI), il quale nell’aprile dell’anno scorso riportava come, nei paesi sviluppati, il tasso debito privato/ricavi fosse aumentato del 40% solamente nei cinque anni che hanno preceduto la crisi economica globale, gettando le basi per un’evidente correlazione tra le due situazioni. I dati attuali sembrano riflettere un dato significativamente più basso, nonostante lo stesso FMI metta in guardia sulla chiave di lettura di questi dati: la causa della riduzione del debito privato registrato nei recenti rapporti va in parte cercata nel cosiddetto “Household default”, ovvero la bancarotta del nucleo familiare, fenomeno particolarmente diffuso negli USA.

Secondo l’economista della Commonwealth Bank Michael Workman, tuttavia, la situazione in Australia è ben lontana da simili scenari: «Parte dei miei colleghi ritiene che il livello del debito privato degli australiani sia troppo alto, lasciando le famiglie con una situazione che difficilmente riusciranno a gestire. Uno dei dati più interessanti però mostra come nel corso dell’ultimo anno queste stesse famiglie abbiano ripagato più velocemente i propri debiti grazie ai tassi d’interesse più bassi, mostrando di saper gestire efficacemente il proprio denaro. L’Australia è riuscita ad evitare la crisi finanziaria internazionale e uno degli indicatori chiave, il tasso di disoccupazione, è rimasto sotto il 6%. Tutto questo si associa ad una crescita molto bassa del debito contratto con carte di credito, uno dei nostri problemi più annosi».

Quello dell’eccessivo ricorso ai soldi presi in prestito dalle banche tramite carte di credito è, storicamente, uno dei rovesci della medaglia delle economie con elevato debito privato. Tra i fenomeni più diffusi e conosciuti vi è infatti l’uso eccessivo e sconsiderato delle carte di credito da parte dei più giovani, coloro nati tra la fine degli anni ’80 e la fine degli anni ’90, comunemente conosciuti come Generation Y, Generazione Y. Questo fenomeno si è sviluppato negli ultimi quindici anni ed è dovuto in parte alla facilità con la quale i prestiti sono concessi dalle banche australiane, in parte ad una forte e generalizzata propensione all’acquisto. Gli studi più recenti dimostrano come un terzo degli Australiani di età compresa tra i 18 e i 34 anni non abbiano alcun tipo di risparmio e, al contempo, debbano confrontarsi con quantità di debiti definiti “difficilmente sopportabili”, mentre un quinto non sarebbe in grado di disporre di 500 dollari in caso di emergenza. Il numero di persone con una storia finanziaria problematica, cui è precluso l’utilizzo di conti correnti e di carte di credito, è di circa 2,5 milioni di persone, più del 10% della popolazione totale di 23 milioni. Sonia Lipski, giovane direttrice della società di promozione finanziaria “Impact Leaders”, da’ un giudizio molto chiaro sull’argomento: «È una realtà che i giovani tra i 18 e i 30 anni diano più importanza al presente senza curarsi di quel che accadrà in futuro. È evidente come la Generazione Y metta al primo posto lo stile di vita, rimandando i progetti per il proprio futuro agli anni successivi. Questa generazione cresce con incredibili aspettative sul proprio stile di vita, molta pressione sulla moda dei beni di consumo, e tutto si riduce a come accaparrarsi l’ultimo modello di telefonino o l’ultimo accessorio. L’unica soluzione veloce è quella di indebitarsi ancora di più».

Gli ultimi dati sono, tuttavia, incoraggianti. Secondo l’ultimo rapporto della Reserve Bank of Australia (RBA), infatti, il numero di interessi negativi generati dalle carte di credito è sceso per la prima volta dal 1985, assestandosi a quota 35,2 miliardi di dollari. Inoltre, il numero delle carte di credito è sceso anch’esso per la prima volta, calando del 2,3% su base annua, mentre è aumentato il numero delle “carte di debito”, strumenti con tutte le comodità delle carte di credito ma che utilizzano i soldi effettivamente depositati sul conto corrente, senza il rischio di incappare in interessi negativi non previsti. Il rapporto della RBA fotografa poi la Generation Y come la più attiva nella ricerca di aiuto tramite pianificatori finanziari, segno che si sta diffondendo una maggiore consapevolezza circa il proprio denaro.

Il fenomeno è quindi in continua evoluzione e merita tutta l’attenzione da parte dell’opinione pubblica e degli economisti, senza dimenticarsi del ruolo del Governo nella regolamentazione di tali situazioni. Anche quest’ultimo è infatti alle prese con la questione del debito, pubblico, questa volta, e la decisione di pochi giorni fa di alzare il tetto del debito da 300 a 500 miliardi di dollari lascia intendere come non si voglia rischiare di finire in una situazione simile a quella vissuta dagli USA fino a poche settimane fa, quando l’intero paese era paralizzato dal rischio del default.

È quindi comprensibile come il debito australiano, sia pubblico che privato, sarà oggetto di costanti valutazioni sia in sede nazionale che in ambito internazionale.

 

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