domenica, Gennaio 20

Il perdono per l’Islam Intervista sull’argomento all’Imam Yahya Pallavicini, vice presidente della COREIS

0

Imam Yahya Pallavicini perdono islam

La religiosità islamica è permeata dalla sottomissione a Dio (che è anche il significato della parola ‘Islam’) e alla sua volontà, sia interiormente, come atto di fede, sia esteriormente attraverso l’osservanza dei comandi divini e porta alla vera pace (salam) abbracciando tutti gli aspetti della vita del fedele.

L’ideale islamico è di avvicinarsi sempre più a Dio, anche sottoponendosi ad azioni di pentimento. Il peccato pone una distanza tra noi e Dio; è un atto di disobbedienza che porta l’uomo ad allontanarsi dal giusto cammino tracciato per lui da Allah. Allo stesso tempo il peccato è, in sé, un disordine, una mancanza di rispetto per la legge che Allah ha posto nelle sue creature, cosicché non è soltanto un’offesa contro Dio, ma qualcosa di sbagliato contro se stessi. L’umanità è incline al peccato e per i musulmani l’essere umano, che per sua natura dimentica la legge di Dio, si ribella al suo Creatore.

La Misericordia divina è un tema frequente nel Corano, tanto che ogni sura (versetto) comincia con l’invocazione a Dio, definendolo come essere misericordioso e compassionevole. La Sua misericordia è una delle caratteristiche della divinità. La divina misericordia opera riconciliando l’uomo con l’ordine delle cose mediante la giustizia. Dio è misericordioso con quelli che si pentono dei propri peccati, ma non è favorevole verso coloro che non credono in Lui. L’uomo saprà se e quanto essere perdonato da Dio soltanto il Giorno del Giudizio.

Ogni persona è responsabile di se stessa e il fedele musulmano può trovare il perdono di Dio con l’osservanza dei ‘cinque pilastri’ della religione islamica, ossia i principi fondanti di tale dottrina: testimonianza di fede (shahada); preghiere rituali (salah) da svolgersi regolarmente al mattino, a mezzogiorno, a metà pomeriggio, al tramonto e un’ora e mezza dopo il tramonto; elemosina canonica (zakat); digiuno durante il mese di Ramadan (sawn siyam) che si effettua il nono mese dell’anno, secondo il calendario musulmano, e ha durata di 29 o 30 giorni con lo scopo di aprire il cuore e l’anima del fedele al perdono divino; il pellegrinaggio alla Mecca, almeno una volta nella vita per quelli che siano in grado, fisicamente ed economicamente, di affrontarlo. In questo pellegrinaggio, se i fedeli invocano Dio, Egli risponde. Se essi chiedono perdono, questo sarà garantito. In particolare, lo stare in piedi sul monte Arafat con una preghiera silenziosa è già considerata come richiesta di perdono.

Ciascuno chiede perdono a Dio per i propri peccati, ma questi hanno anche una dimensione sociale, ossia rovinano le relazioni tra gli uomini. Un reale pentimento implica l’obbligo di riparare il male fatto, per ristabilire l’ordine perduto. Riguardo a questo tema, l’Islam pone dunque l’accento sul tema della giustizia, proponendo la legge dell’equità. La legge islamica sviluppa in dettaglio (secondo la legge del taglione) gli obblighi di compensazione per i danni subiti; il Corano, mentre ammette l’adempimento di tali leggi, incoraggia tuttavia la misericordia tra gli uomini. Mentre nella relazione tra esseri umani e Dio l’enfasi è tutta sulla misericordia, in quella tra esseri umani si pone come principale il tema della giustizia, anche se il Corano, nel richiedere quest’ultima, invita colui che è stato offeso al perdono verso il suo simile.

Abbiamo rivolto alcune domande sul tema del perdono all’Imam Yahya Pallavicinivice presidente della COREIS (Comunità Religiosa Islamica Italiana).

 

Ci può spiegare cosa è il perdono nella religione islamica?

Il perdono è uno dei riti più comuni che il fedele musulmano è invitato a praticare. Il pentimento, innanzitutto, e la richiesta di perdono viene rivolta all’unico che può perdonare, cioè Dio stesso. Tre sono i termini che il sacro Corano trasmette di Lui come senso del perdono: primo è il Misericordioso, un attributo di Dio con cui Egli ha ascritto a se stesso la Misericordia e riesce ad irradiarla nel mondo tra le creature come ispirazione; secondo è il ‘Perdonante’; terzo è ‘Colui che cancella le cattive azioni’. Ci sono questi tre diversi aspetti del perdono divino che il fedele musulmano è chiamato a ricercare per poter effettivamente purificarsi, riuscire a coprire alcuni lati oscuri della propria anima e cercare di partecipare al servizio della Misericordia divina.

Come si ottiene il perdono?

Il perdono è qualche cosa che, in effetti, si ottiene soltanto per una volontà divina. Noi, quindi, non abbiamo certezza di essere perdonati, se non alla fine dei tempi, quando ci sarà in effetti il Giorno del Giudizio, quando potremo vedere in che misura alcuni peccati sono stati cancellati, alcune colpe perdonate e alcune azioni rese protagoniste di un atto di misericordia. Noi non abbiamo nessuna certezza al riguardo, né qualcuno che possa decretare una certezza di perdono, come accade in altre confessioni religiose: è qualcosa che dipende direttamente da Dio e quindi la pietà individuale e il timore di Dio costituisce proprio una caratteristica di questa ‘non sicurezza’. Il fedele musulmano deve cercare di essere pio, virtuoso, timorato, proprio perché fino all’ultimo egli non sa addirittura se il grado del pentimento, in termini di livello di sincerità, gli sarà riconosciuto o se il perdono gli verrà conferito. Siccome tutti sappiamo di commettere delle cattive azioni, consapevolmente, o addirittura inconsapevolmente, la disposizione dell’animo del fedele musulmano è quella di chi deve sempre cercare di essere nella speranza che, nonostante tutte le sue buone intenzioni, Dio gli permetterà di essere perdonato per qualche mancanza, oltre che di mantenersi nella fede in Dio.

Esistono colpe che non possono essere perdonate?

Tendenzialmente no: Dio ha la capacità di perdonare qualsiasi situazione. Esistono, però, errori che il diritto islamico richiama il fedele a non fare. Uno di questi è quello, comunque, di associare qualche cosa a Dio, o piuttosto di sostituire a Lui qualche cosa o qualcun altro. L’idolatria, l’ignoranza di Dio e l’associazione a Dio di qualche cosa d’altro è uno degli atti più riprovevoli, che determina poi tutta una serie di degenerazioni e di cattive azioni, perché uno fa di se stesso Dio, oppure fa di un idolo Dio. Il fedele musulmano non rendiconta più al Creatore, al proprio Signore, delle proprie azioni e si fa giustiziere da se stesso, o diventa violatore di qualsiasi regola perché si detta le regole secondo il proprio idolo, o secondo il proprio narcisismo. Uno dei peccati più gravi è proprio negare Dio, sostituirlo e idolatrare qualche altra cosa al Suo posto.

Dio è libero di assolvere e punire chi commette colpa: a che scopo si chiede il perdono se è Lui a scegliere?

Questa è una sfumatura dei misteri della relazione tra creatura e Creatore, fra il credente e il suo Signore. Il fatto che Dio sia onnipotente, e l’uomo no, ma ha solo un potere, che è quella di agire sperando nella misericordia di Dio, fa sì che in questo senso, come dicevo, il pentimento sia di diversi gradi: per esempio quello di chi è consapevole di aver fatto una cattiva azione (per esempio dopo aver avuto un brutto pensiero, pentirsi di averlo concepito; o dopo aver risposto male ad un amico,  pentirsi sia nei confronti dell’amico che nei confronti del Signore di questa azione), ma sempre non avendo la certezza di essere assolto. Il fatto che non si abbia questa certezza di essere perdonati non comporta il fatto di venire meno all’inclinazione di doversi pentire. Il pentimento è una disposizione dell’animo costante, che però nell’Islam si traduce di più con pietà spirituale o con timore di Dio: uno dovrebbe vivere costantemente nel timore di non essere perdonato, o di non essere l’oggetto della misericordia di Dio, di essere, come si diceva in altri tempi in Italia, ‘al di fuori della grazia di Dio’. Essere ‘al di fuori della grazia di Dio’ è una sconfitta tale per la natura dell’uomo, che dovrebbe, invece, cercare la Sua grazia: e ciò lo si ottiene soltanto con una disposizione dell’animo che è quella della pietà virtuale, che corrisponde in realtà ad un pentimento costante.

L’ignoranza della colpa è ammessa? E la misericordia allora viene da Dio?

La misericordia viene da Dio, ma l’ignoranza della colpa è relativa, nel senso che in termini di principio, come dicevo, noi dobbiamo sapere che ci sono pensieri o atti, che consapevolmente o inconsapevolmente purtroppo non sono in armonia con l’ordine divino. Il pentimento prevede la richiesta di perdono sia per pensieri o atti che noi conosciamo, e riconosciamo piuttosto come sbagliati, sia per quelli di cui non siamo consapevoli, ma che stanno disattendendo la nostra obbedienza, o regolarità, o priorità in termini di natura spirituale.

Che rapporto c’è fra peccato e società, ovvero che ricadute può provocare la colpa del singolo sul contesto sociale?

Il peccato come violazione dell’ordine divino, come errore, provoca sicuramente una conseguenza sia a livello dell’interlocutore, che ne subisce le conseguenze, che a livello dell’armonia generale della società e della comunità. Per chi ci crede, agire nella grazia di Dio è un irradiamento della grazia di quest’ultimo non soltanto in noi stessi, ma in tutto l’universo. Agire, viceversa, nella disgrazia di Dio, cioè commettendo una colpa o una violazione dell’armonia universale, provoca in noi stessi (e nell’altro) una conseguenza di caos e di disordine. A questo disordine si può sopperire, in qualche modo, con un recupero, con la restaurazione di un ordine che si può attuare tramite il pentimento.

Nella religione cristiana la settimana che precede la Pasqua è particolarmente favorevole alla penitenza e alla richiesta di perdono a Dio da parte del fedele. C’è qualcosa di analogo nella religione islamica?

Sì, per quanto appunto credo dovrebbe essere una costante sia per i cristiani che per i musulmani cercare di evitare errori e pentirsi quotidianamente. Esistono dei momenti particolari di concentrazione e di devozione al pentimento, che nel calendario islamico sono quelli del mese da noi detto di Ramadan, quello in cui al pentimento si aggiunge anche la prescrizione del digiuno. I fedeli adulti e in buona salute si pentono e ricercano la grazia di Dio con l’atto del digiunare, dall’alba al tramonto, per un periodo che può essere anche quello dell’intero mese, che per noi ha una durata variabile media di 29 giorni. Dall’alba al tramonto in questi giorni il fedele musulmano realizza, se vogliamo, o manifesta il suo pentimento, con un digiuno da alimenti e bevande.

Il perdono fra gli uomini prevede, prima o accanto al perdono stesso, la giustizia; mentre il rapporto con Dio è segnato dalla misericordia. Ci può spiegare meglio questo concetto, se è giusto come interpretazione della vostra dottrina?

Direi che questa è una proiezione molto valida: l’uomo non può usarsi misericordia, mentre può cercare di agire con giustizia. Egli può sperare che Dio lo perdoni e anche che un altro uomo, suo interlocutore, lo perdoni di una mancanza che gli è stata apportata. Il senso di giustizia è ad un livello di coscienza e di intelligibilità che permetterebbe ad ogni credente di agire giustamente. La conformità tradizionale, la coerenza nei confronti dei principi della religione e della fede, dovrebbero ispirare naturalmente l’uomo e la donna ad agire con giustizia, mentre la coscienza di avere agito con giustizia o meno è presente in ogni persona credente, sia uomo che donna. La giustizia è un parametro per agire nella vita, mentre la misericordia è una speranza e una preghiera che si possa realizzare, al di là di quello che noi possiamo essere consapevoli di fare, perché supera il livello di coscienza.

Nell’Islam il concetto del perdono come entra, se entra, nella prassi della convivenza civile e nella politica?

Entra nella misura in cui qualsiasi responsabile del governo, o del suo settore professionale, o di una realtà o unità famigliare, cerca di venire meno all’orgoglio per la propria responsabilità, ammettendo di aver sbagliato quando ne riconosce l’errore e cercando di rimediare con un’azione che non si limiti soltanto a chiedere scusa agli interlocutori, ai membri della famiglia, a quelli della società, o a quelli della cittadinanza, ma correndo anche rischi vari e offrendo comunque un servizio che possa essere utile. Sono due i livelli: il livello di coscienza e di testimonianza dell’errore e quindi del pentimento, e quello di offrire non soltanto una preghiera a Dio, ma anche un’azione di recupero che possa essere accettata da Dio come espiazione del danno provocato.

L’Islam come lo conosce il grande pubblico in Occidente sembrerebbe lontano dal concetto del perdono. Cosa c’è di distorto in questa visione?

Direi che purtroppo è una visione che prende in considerazione il livello di decadenza della comunità dei credenti musulmani, cioè mi sembra che, in alcune correnti, prevalga un senso di giustizialismo ‘fai da te’ con una concezione ideologica della giustizia senz’altro sbagliata, ma che lo è doppiamente perché a questo giustizialismo violento e formalista, ideologico e rivoluzionario, si aggiunge anche una totale mancanza di amore, di carità, di gentilezza, di disponibilità generosa nei confronti del prossimo. Questo è forse la corrente più politicizzata dell’Islam contemporaneo, quella che viene più conosciuta in Occidente. Va detto che accanto a questa corrente rumorosa e dura, c’è la maggioranza del popolo dei credenti e dei sapienti musulmani che invece cerca di praticare la giustizia, di arginare l’errore e di riuscire anche a perdonarsi, o piuttosto ad aiutarsi ad amarsi per crescere bene insieme. Di questa ultima parte ‘sana’ si è persa un po’ la coscienza e i suoi rappresentanti, forse, non sono così efficaci nel riuscire a mostrare questa componente di luce, mentre quella che emerge è purtroppo una componente di oscurità.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.