venerdì, Settembre 25

Il Pentagono non è casa di Trump, e il nucleare lo dimostra Il tycoon schiacciato tra la sua promessa populista e l’ineludibilità degli impegni ai quali è chiamato dai vertici militari, in un solo colpo riesce inimicarsi il Pentagono e la potente lobby dei produttori di armi

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Dalla padella alla brace. Chi ci è cascato è Donald Trump. La brace è quella delle Forze Armate americane.
L’inizio dell’incidente risale a giovedì della scorsa settimana, quando il prestigioso ‘TheAtlanticaveva pubblicato un servizio dal titolo ‘Trump: Americans Who Died in War Are ‘Losers’ and ‘Suckers’’, nel quale, citando fonti anonime, si sostiene che il Presidente ha denigrato i membri delle Forze Armate degli Stati Uniti feriti e caduti in svariate guerre, definendoli ‘perdenti’, ‘fessi’ e ha chiesto che i veterani disabili venganoesclusi dalle parate militari.
L’articolo parte dalla ricostruzione della motivazione alla base della cancellazione di una visita al cimitero americano di ‘Aisne-Marne American Cemetery, vicino Parigi, nel 2018 perché non interessato ad onorare le persone uccise in guerra, bollando appunto come ‘perdenti’ i marines uccisi a Belleau Wood, dove americani e truppe alleate riuscirono a fermare l’avanzata tedesca verso Parigi nel 1918. In altre occasioni Trump avrebbe screditato perfino il servizio militare di George H.W. Bush.

La Casa Bianca è immediatamente intervenuta per smentire la testata, e Trump ha screditato la rivista accusandola di inventare scoop in quanto morente. Tutto questo mentre si moltiplicavano le testimonianze di cronisti che confermavano quanto sostenuto dalla rivista. E tra queste testimonianze quella di alcuni corrispondenti diFox News’, l’emittente considerata da sempre molto vicina al Presidente, che hanno confermato ‘i dettagli chiave’ della rivelazione del magazine sui commenti spregiativi del Presidente a proposito dei soldati americani morti in battaglia. Jennifer Griffin ha detto: «Ho parlato con due alti funzionari statunitensi che erano in viaggio in Francia che mi hanno confermato i dettagli chiave nell’articolo su Atlantic e nelle citazioni attribuite al Presidente» .

La vicenda ha occupato in smentite ripetute e durissime, quanto poco convincenti, la Casa Bianca per tutto il fine settimana. Ieri, Donald Trump ha vanificato tutti gli sforzi del suo enturage con un attacco senza precedenti al Pentagono. Sostenendo che non è amato dai vertici militari perché sta cercando di porre fine ai conflitti all’estero, mentre loro cercano di soddisfare gli appaltatori militari, ha dichiarato: «Non dico che i militari mi amano, anzi, i soldati sì, ma probabilmente i vertici no perchè vogliono solo fare guerre per le meravigliose compagnie che producono bombe e aerei».
Così, in un solo colpo, Trump è riuscito inimicarsi il Pentagono e la potente lobby dei produttori di armi, le grandi compagnie produttrici, ovvero la componente più danarosa dei suoi donatori, capaci di indirizzare molti voti, e con i quali, per altro, in questi anni aveva sempre mantenuto un rapporto praticamente idilliaco.

Secondo gli osservatori americani, questa uscita -pericolosissima a poche settimane dal voto, quando già i sondaggi lo danno a 10 punti sotto lo sfidante Joe Biden- è l’espressione di quanto i rapporti tra Trump e la leadership del Pentagono sianodiventati nel tempo sempre più tesi.
I precedenti che hanno portato a questo che appare come uno scontro dichiarato pubblicamente dal comandante in capo dell forze armate sono molti. Si va dalle parole denigratorie che nel passato ha riservato per il defunto senatore John McCain -molto rispettato dalle Forze Armate e dai vertici delle medesime, definito dal tycoon un ‘perdente’ perché catturato e finito prigioniero durante la guerra del Vietnam- a quelle per il suo ex Segretario alla Difesa, il generale in pensione Jim Mattis, fino alle decisioni in fatto di contingenti all’estero per nulla gradite ai vertici militari.
In ultimo, secondo fonti riferite dalla ‘CNNsi sarebbe deteriorata anche la relazione tra Trump e il suo Segretario alla Difesa, Mark Esper, con Trump che vorrebbe sostituirlo, e «i massimi comandanti del Pentagono sono sempre più esausti e preoccupati per il loro rapporto con il Presidente». Tra gli elementi di preoccupazione e di tensione tra Esper e i vertici del Pentagono da una parte e Trump dall’altra, vi sarebbel’Insurrection Act. Trump ha minacciato di mandare le truppe militari statunitensi nelle strade per mettere fine alle manifestazioni che da settimane stanno infiammando le città americane. Esper si è opposto a questa eventualità, sostenuto dal Pentagono.
I vertici militari sono poi molto tesi per il dopo voto. «Se dovesse esserci una sorta di crisi costituzionale se il risultato elettorale non fosse chiaro, i militari potrebbero benissimo essere messi in una posizione delicata», e la ‘CNN’ va oltre: «ci sono preoccupazioni che Trump possa lanciare un’azione militare contro un avversario prima del giorno dell’insediamento, indipendentemente da chi vince la Casa Bianca».
Una tensione che si taglia con il coltello, tanto che il generale Mark Milley, presidente del Joint Chiefs of Staff, ha assicurato i membri del Congresso che i militari non avranno un ruolo nelle elezioni e non aiuteranno a risolvere eventuali controversie se i risultati saranno contestati -contestazione che dovranno risolvere i tribunali preposti-, rimarcando che l’Esercito americano è assolutamente apolitico.

Un recente sondaggio del ‘Military Times mostraun continuo calo della popolarità di Trump tra i militari in servizio attivo -il 42% disapprova Trump- e una crescente preferenza per l’ex vicepresidente Joe Biden nelle prossime elezioni.

La «bordata» di ieri di Trump, sostengono gli osservatori, denota che lo scontro si è alzato di livello.

Trump si è ripetutamente vantato di averricostruitole Forze Armate, lasciate, a suo dire, in condizioni disastrose dai predecessori, e ha ripetutamente esaltato -anche durante la recente convention repubblicana- l’aumento del bilancio della difesa, propagandandolo come uno dei principali risultati della sua Amministrazione, e citandolo come prova del suo sostegno all’Esercito. Da non trascurare che di tale spesa ne hanno beneficiato le aziende fornitrici dell’Esercito, aziende di armamenti con le quali Trump ha avuto sempre un rapporto di reciproco vantaggio.

Nell’affermazione di Trump probabilmente vi è l’indicazione dei problemi che stanno logorando il rapporto tra il Pentagono e lo studio Ovale. Il Presidente si ritiene inviso ai vertici perché ‘sta cercando di porre fine ai conflitti all’estero’.Trump ha promesso al suo elettorato il ritiro delle truppe all’estero e il disimpegno sullo scenario globale, la fine degli ‘USA sceriffi del mondo’, America first. Il disimpegno americano sullo scenario internazionale -con le relative conseguenze- è esattamente quanto un pezzo importante dei leader militari e dell’intellighenzia militare gli rimprovera.
Trump, insomma, è ora schiacciato tra la sua promessa populista e l’ineludibilità degli impegni ai quali è chiamato per essere il Presidente di una Paese che per 70 anni ha guidato il mondo. Cancellare 70 anni di storia in 5 anni di mandato con tutte le …non è fattibile neanche per il tycoon.

Uno di questiimpegni’, che ben esprime lo schiacciamento nel quale il Presidente si trova, è il nucleare.
All’inizio del prossimo anno, scadrà il NewSTART USA-Russia. La Russia ha offerto un rinnovo per altri 5 anni. Trump non è disposto a negoziare un nuovo trattato, né tanto meno il prolungamento di quello in atto, se al tavolo non siederà anche la Cina. Pechino non ha nessuna intenzione di farlo. Il Pentagono è chiaramente preoccupato, evidenzia i rischi nucleari che arrivano dalla Cina, ma il diktat di Trump è un problema, specialmente dopo il ritiro unilaterale dall’accordo sul nucleare iraniano e il ritiro dal Trattato cieli aperti.

Gli Stati Uniti hanno avuto un notevole successo nel prevenire la diffusione di armi nucleari, ora c’è motivo di chiedersi se questo proseguirà nel futuro, afferma l’autorevole think tank Center for Strategic and International Studies (CSIS).

«Lavorando con i partner, gli Stati Uniti hanno costantemente costruito un quadro di disincentivi e barriere per prevenire la proliferazione». Tra questi: trattati e accordi internazionali che hanno eretto barriere legali, politiche e normative; impegni di sicurezza degli Stati Uniti verso gli alleati che smorzano il loro stesso bisogno di armi nucleari; una serie di severe sanzioni per coloro che vengono scoperti mentre tentano di costruire armi nucleari. «In altre parole,le barriere all’ingresso nel club nucleare sono elevate e quei Paesi che vogliono l’arma definitiva devono essere disposti ad accettare rischi significativi. Questo aiuta a spiegare perché, sebbene molti Paesi abbiano esplorato o perseguito armi nucleari, solo nove Stati le hanno oggi». Questo, appunto, fino ad oggi. Il problema è rappresentato dal futuro.
Diverse «tendenze stanno erodendo le fondamenta su cui poggia questo formidabile insieme di barriere. Queste tendenze sono radicate e sono state plasmate da cambiamenti nella natura e struttura del sistema internazionale: vale a dire, il declino dell’influenza degli Stati Uniti e il suo graduale ritiro dall’ordine internazionale che ha contribuito a creare e guidare per più di 70 anni, e il contemporaneo aumento di un ambiente di sicurezza più competitivo, in particolare tra le grandi potenze».

Mentre le minacce nucleari sono in aumento, gli alleati degli USA «stanno perdendo fiducia e sicurezza negli Stati Uniti, compresa la volontà di Washington di mantenere i propri impegni in materia di sicurezza». La crisi di fiducia aumentail rischio che anche gli alleati partecipino allacorsa al nucleare’ e dunque alla proliferazione. C’è da considerare, poi, l’ascesa dell’autoritarismo come fenomeno globale: «l’ascesa di leader autoritari» che «sta aumentando la possibilità di proliferazione nucleare».

Washington ha a lungo sfruttato la capacità degli Stati Uniti di esportatori di reattori nucleari, combustibili e tecnologia come mezzo per promuovere la non proliferazione e come ‘bastone’ per convincere i paesi a porre fine ai programmi di armi nucleari. Ma gli Stati Uniti non sono più il principale attore nel settore dell’energia nucleare civile. La crescente capacità di Cina, Russia e altri di fornire assistenza nucleare a condizioni più competitive e con meno barriere di non proliferazione sta erodendo la capacità degli Stati Uniti di scrivere le regole del gioco. «Se gli Stati Uniti hanno meno clienti sul nucleare civile, sono meno in grado di monitorare e modellare la traiettoria nucleare dei Paesi chiave, inclusa, se necessario, la minaccia di interrompere il partenariato energetico per frenare la proliferazione».

Anche le sanzioni, particolarmente usate da Trump, rischiano di diventare arma spuntata. «L’efficacia delle sanzioni come strumento di non proliferazione probabilmente diminuirà man mano che i Paesi svilupperanno modi per ridurre il loro impatto e il dominio finanziario degli Stati Uniti si erode a lungo termine. L’abuso di sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti sta spingendo al contraccolpo. Paesi e attori stanno sviluppando soluzioni alternative e cercando modi per proteggersi ‘da’ -e rispondere ‘a’- sanzioni economiche imposte di Washington». Il che renderà più difficile di dissuadere i Paesi dall’intraprendere attività sensibili relative alle armi nucleari» e ancor più difficile sarà convincere gli alleati a seguire la politica degli Stati Uniti». Quanto sta accadendo nei confronti dell’Iran dimostra chiaramente come questo rappresenti un grosso problema.

Altro tendenza preoccupante evidenziata dal CSIS sono i rapporti più competitivi tra gli Stati Uniti Stati e Russia, e Stati Uniti e Cina, i quali«probabilmente ostacolano la cooperazione sullanon proliferazione».

Queste tendenze, prosegue il CSIS, «avranno tre ampie implicazioni per la proliferazione e la politica statunitense. In primo luogo, stanno per aumentare le pressioni sui Paesi per cercare armi nucleari o capacità correlate», «quasi certamente sfideranno la capacità degli Stati Uniti di maneggiare efficacemente le tradizionali ‘carote e bastoncini’ della politica di non proliferazione e controproliferazione e diluiranno l’efficacia di quegli strumenti. Infine, potrebbero contrapporre sempre più gli obiettivi di non proliferazione degli Stati Uniti ad altri obiettivi politici,costringendo a compromessi più difficili».
Il monito è durissimo: «La politica degli Stati Uniti deve adattarsi a meno che gli Stati Uniti non vogliano affrontare in futuro un panorama più ricco di nucleare». Le raccomandazioni che discendono da questa radiografia della situazione vanno esattamente all’opposto della politica fino ad ora condotta da Trump. Tra le raccomandazioni: «Riparare il deficit di fiducia con gli alleati,adattare le alleanze a essere più resilienti ai fattori di stress dell’ambiente geopolitico e aggiornare i concetti di garanzia a nuovi minacce». E come «priorità assoluta segnalare l’impegno degli Stati Uniti verso alleati e la loro sicurezza e porre fine a fonti non necessarie di attrito».

Secondo il Congressional Budget Office, la fine senza rinnovo di START potrebbe costare al Dipartimento della Difesa fino a 439 miliardi di dollari per la modernizzazione, oltre a 28 miliardi di dollari in costi di manutenzione annuali. L’America non può permettersi, nel mezzo dell’attuale crisi Covid-19, una corsa agli armamenti nucleari costosa e pericolosa, sottolineano i democratici e molti tra i vertici del Pentagono.
Il nucleare è solo una delle ‘compressioni’ che gravano su Trump. Il Pentagono, pare averlo capito, non è ‘casa’ sua.

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