sabato, Maggio 30

Il nuovo terrorismo dell'ISIS

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Fini strategici. Benché una certa vulgata occidentale descriva il terrorismo come una sorta di inutile crimine o un’azione senza una sua logica, la realtà è molto diversa. Il terrorismo in quanto tattica non può, ovviamente, essere compreso se non lo si pone in relazione alla strategia che lo impiega che è a sua volta collegata a un progetto politico. In questo caso la strategia è quella del sovvertimento dell’ordine regionale di alcune aree del Mediterraneo da parte dei gruppi jihadisti come ISIS che impiegano quella tattica proprio per raggiungere il loro fine politico strategico: un nuovo ordine regionale dove loro possono giocare un ruolo di primo piano. Quindi, non bisogna cercare la logica dell’attacco terrorista nel singolo evento, in quel caso si tratta semplicemente di un fenomeno tattico, bensì guardare al quadro più ampio del livello strategico e politico dove diverse visioni politiche e interessi economici confliggono.

Per comprendere ancora meglio il terrorismo bisogna però sgomberare il campo da altre semplificazioni mediatiche che spesso, purtroppo, occupano le prime pagine dei giornali, tra cui il nesso causale povertà-terrorismo. Per fare solo un esempio, papa Francesco nel suo viaggio in Africa nel novembre 2015 dichiarò che «la violenza, il conflitto e il terrorismo […] nascono dalla povertà e dalla frustrazione». Purtroppo, questo facile nesso causale non regge alla prova dei fatti. Secondo una recente analisi dei file ottenuti grazie a una fuga di notizie da ISIS, molti dei suoi membri e in particolare molti foreign fighters hanno lauree, master o varie specializzazioni che di certo mal si accompagnano con l’idea di povertà o di disagio sociale. Solo per citare alcuni esempi in quei file si trova: un inglese che lavorava come ingegnere elettronico in una delle maggiori compagnie britanniche con il compito di monitorare le comunicazioni; un canadese che lavorava come ingegnere chimico a Toronto (una figura quanto mai cruciale visto l’impiego di gas da parte di ISIS; un altro canadese con una laurea in ingegneria elettromeccanica ed esperienza lavorativa come meccanico specializzato alla manutenzione di aerei; un norvegese che dichiara di essere un esperto pilota di elicottero. Oltre a questi profili, che certamente rappresentano persone istruite e con buone possibilità di impiego, bisogna poi ricordare che circa il 30% dei foreign fighter presenti nei file hanno una carriera militare alle spalle in varie forze armate tra cui, e questo aspetto è certamente allarmante, un militare turco con un servizio presso la NATO.

Dunque è evidente da questi dati che la spiegazione del terrorismo correlata alla povertà non possa spiegare da sola il fenomeno e che esso si presenti come una tattica offensiva da inquadrare in un più ampio contesto strategico. Ciò è anche evidente dall’aumento di attacchi suicidi nei primi tre mesi del 2016 proprio in concomitanza con le perdite di terreno più consistenti da parte di ISIS. Malgrado il gruppo sia in ritirata su tutti i fronti, i dati mostrano come gli attacchi siano aumentati del 16% rispetto all’anno precedente e abbiano ucciso 2.150 persone (sono aumentati, infatti, gli attacchi contro le persone e diminuiti quelli contro obiettivi più prettamente militari).

Il terrorismo è quindi un fenomeno estremamente complesso che da un lato non va ipersemplificato associandolo a semplici spiegazioni sociologiche dall’altro va inquadrato e compreso all’interno di un quadro politico e strategico più ampio, perché il terrorismo è uno strumento di offesa per il raggiungimento di uno scopo strategico.

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