mercoledì, Settembre 30

Il nodo da sciogliere sul Diritto d'Asilo field_506ffbaa4a8d4

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Diritto d’asilo. Da qui partiamo. E’ un diritto, soprattutto se viene letto alla luce degli avvenimenti degli ultimi mesi. Ma nel giuridichese, scevro da qualsiasi forma irrazionale ed emozionale, è un potere discrezionale dello Stato, cui spetta decidere, nell’ambito dell’esercizio della propria sovranità, se concederlo. Poiché facciamo parte, però, dell’Unione Europea, la situazione si complica. Sul banco degli imputati troviamo le norme internazionali (Dublino per primo), rei di non aver funzionato nel modo corretto, o meglio di non essere stati applicati secondum legem. In realtà quello che blocca una politica unitaria in materia di immigrazione e diritto d’asilo non è la regolamentazione europea, ma quella dei singoli Stati. In Francia dal 29 luglio è in vigore la riforma del diritto d’asilo. Approvata in via definitiva dall’assemblea nazionale lo scorso 15 luglio, la nuova legge ridurrà i tempi dell’intera procedura, che attualmente sono interminabili (fino a due anni). Le inefficienze della vecchia legge erano tali che tanti potenziali rifugiati, tra cui i siriani e gli eritrei, esitavano ad avviare in Francia le pratiche, perché, a differenza di quanto accade in Germania o in Svezia, la registrazione della loro domanda non implicava in alcun modo di poter ottenere in tempi rapidi un posto in un centro di accoglienza. La Francia nel 2014 è stata uno dei pochi Paesi dell’Unione europea ad aver assistito a un calo delle domande (-2,6 %, per un totale di 64.536). In Spagna, la legge n. 12 del 2009 ha sostituito la precedente legge del 1984 sul diritto di asilo. Questo è stato dovuto dall’esigenza di una riscrittura della normativa in materia discende anche dall’obbligo di uniformare la legislazione spagnola alla normativa dell’Unione europea, in particolare per ciò che riguarda il sistema europeo comune di asilo. La legge si compone di sei titoli e diciassette disposizioni aggiuntive, transitorie e finali. In Germania l’articolo 16 della Costituzione riconosce il diritto di protezione ai perseguitati politici. E’ il Ministero dell’Immigrazione tedesco, attraverso le sedi distaccate in tutto il Paese, a decidere o meno il riconoscimento dello status di rifugiato. Una volta presentata la domanda di asilo alla polizia, i richiedenti sono accolti in uno dei 20 centri di prima accoglienza presenti in Germania. Possono rimanere lì fino a un massimo di tre mesi, dopo vengono trasferiti in uno dei centri di seconda accoglienza sparsi per il Paese secondo un sistema di quote nazionali. Vicino a ognuna di queste strutture si trova un ufficio del ministero dell’Immigrazione, dove viene effettuata la richiesta di asilo politico. Quella è anche la sede dell’audizione nel corso della quale un funzionario del Ministero, con l’aiuto di un traduttore, ascolta la storia del richiedente asilo e decide del suo futuro. Esattamente come avviene in Italia con le Commissioni territoriali. Se ottiene il riconoscimento, il richiedente ha diritto a un permesso di soggiorno che può durare fino a un massimo di tre anni. Dopo, i rifugiati politici possono ottenerne uno a tempo indeterminato. In Italia invece il permesso dura cinque anni, al termine dei quali si può richiedere la cittadinanza italiana.
Come è facile notare i sistemo sono diversi tra di loro, e soprattutto hanno tempi e modalità di accoglimento diverse, E’ proprio questo il nodo della questione. Per avere un panorama ancora più preciso, e scevro da qualsiasi color politico, ci siamo rivolti a Francesco Cherubini della Luiss.

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