domenica, Giugno 16

Il nemico di Salvini è Salvini Il suo ego, il suo straripare, così simile a quello di Renzi; ne seguirà prima o poi la sorte: si gonfia, si gonfia, poi scoppia

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Il termometro della situazione economica del Paese è dato dalla relazione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, al congresso Assiom Forex a Roma. E dalle sue parole traspare il senso autentico: «E’ una relazione preoccupata, ma manteniamo sangue freddo e nervi saldi».
Non sono esattamente i toni usati dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte: «Il 2019 sarà un anno bellissimo». Cosa giustifichi l’ottimismo del Presidente Conte, al momento non è ben chiaro. I dati diffusi dall’Istat certificano che l’Italia è entrata in recessione tecnica, lo spread a 258 punti. Conte parla di un ‘programma di ripresa incredibile’; Confindustria è molto meno ottimista: «Anche se il PIL risalisse dal secondo trimestre, è alta la probabilità di una crescita annua poco sopra lo zero».
Il Ministro dell’Economia Giovanni Tria fa sapere che «guardare con pessimismo al futuro non è realismo, sarebbe una forma di sabotaggio. Io penso che ci sono tutte le condizioni per una ripresa dell’economia italiana».

Su una cosa sembrano essere tutti concordi: la necessità di investire: «Dobbiamo sbloccare quelli bloccati e avviarne di nuovi utilizzando la cospicua massa di fondi presenti nel bilancio»; come no? ‘Investimenti’ significa necessariamente accelerare la realizzazione di centinaia di opere pubbliche dal Nord al Sud d’Italia; e certamente è un modo di rilanciare la crescita e dare preziose boccate d’ossigeno alle imprese. Tutto ciò, è perfino elementare. Il problema non è indicare negli ‘investimenti’ il nodo della questione. Il problema è che questi evocati investimenti non si fanno, e quelli previsti sono bloccati. Il caso TAV da questo punto di vista è da manuale: tutto fermo, materia di contesa elettorale tra i due azionistidel Governo, preoccupati solo e unicamente di fare la loro campagna elettorale in vista delle prossime elezioni per il Parlamento Europeo.

Gli effetti della manovra, assicura Conte si vedranno nel secondo semestre: gli effetti positivi, parole del Presidente del Consiglio, «a breve partiranno; con reddito di cittadinanza e quota 100, stiamo costruendo il futuro dell’Italia, e sarà positivo perché abbiamo pensato a una manovra economica espansiva, non siamo rimasti sprovveduti di fronte a un trend negativo».

Sarà. Ma Confindustria arriva a prevedere una crescita 2019 vicino allo zero; e Bankitalia prevede una crescita dello 0,6 per cento. Avverte: «All’Italia serve uno stabile ritorno su un sentiero di sviluppo economico e sociale». Un cammino al momento ostacolato da ‘debolezze proprie’, da ‘incertezze o dissipate sulla politica di bilancio’, sulla ‘ripresa di un percorso credibili di riduzione del debito’, dalla ‘necessità urgente di riforme strutturali’.

Ci si può, comunque, girare intorno quanto si vuole, l’Italia, con buona pace degli ottimismi di palazzo Chigi, è entrata in recessione, ovvero a dire la contrazione del Prodotto Interno Lordo per due trimestri di fila. Consola poco dire che in passato l’Italia ha attraversato momenti peggiori, e anche di recente, tra il 2009 e il 2013; innegabile poi che la flessione è minima. Al tempo stesso è pur vero che alle spalle abbiamo un autunno dove un giorno sì e l’altro anche, veniva assicurato che la crescita economica per il 2019 sarebbe stata intorno all’1 per cento (stima cauta di molti esperti), o dell’1,5 per cento (valutazione di palazzo Chigi e dintorni).

Il leader del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio punta l’indice accusatorio su chi lo ha preceduto: i passati Governi avrebbero mentito sulla reale situazione; a loro volta scatta la contro-accusa dell’attuale opposizione, che esibisce cifre e risultati sul fronte della crescita e dell’occupazione. Sia gli uni che gli altri hanno ragione, ma hanno, soprattutto, torto. Nel senso che recriminazioni e accuse si sprecano, e hanno fondamento. Il particolare è che nessuno offre e traccia alternative credibili e verificabili.

Innegabile che la paura di tassi di interessi più alti penalizza i programmi di investimento del settore privato; innegabile che l’instabilità politica e quella delle finanze pubbliche favorisce il dirottamento di capitali verso l’estero; innegabile che la manovra del Governo Conte abbia un sapore assistenzialista, più che sostegno alla crescita economica. Innegabile che i redditi nominali crescono da anni a ritmi tra i più bassi della zona euro. Innegabile che i redditi reali, il potere d’acquisto, è in diminuzione costante

Gli evocati investimenti si traducono, quando si traducono, in veri e propri rompicapi burocratici, che continuano a strangolare piccole e medie imprese, a disincentivare e allontanare gli investimenti di quelle grandi. Sergio Marchionne a chi gli chiedeva perché fabbricava automobili in Serbia e non in Italia, immancabilmente rispondeva: «Perché in Serbia c’è meno burocrazia, e costa meno». Mancano norme di semplice e facile applicazione; manca reale incentivazione del lavoro, grazie allo sviluppo di politiche attive; mancano gli sgravi fiscali per le aziende; fondi a disposizione di chi vuole fare impresa. Oltre ai tempi biblici della burocrazia, ci sono quelli altrettanto lunghi e logoranti della giustizia.

Naturalmente l’attenzione, in questi giorni, è concentrata su 47 disgraziati migranti tenuti di fatto in ‘ostaggio’ sulla nave che li ha salvati dal naufragio al largo di Siracusa, e altre simili ‘notizie’ di distrazioni di massa. Il leader della Lega Matteo Salvini concentra i suoi sforzi in una campagna elettorale tutta fatta di pancia e viscere; e presumibilmente ne raccoglierà abbondante raccolto. Praticamente ogni giorno costringe il Movimento 5 Stelle a giocare di rimessa; con l’opposizione che sta a guardare: un Silvio Berlusconi imbalsamato sui conti delle sue aziende che non marciano come un tempo; un Partito Democratico che cerca un leader e a un possibile elettore offre uno spettacolo a dir poco desolante: Nicola Zingaretti, forse futuro segretario, che vuole segnare una netta, radicale, discontinuità con Matteo Renzi, e una possibile interlocuzione con l’elettorato dei Cinque Stelle; Roberto Giachetti che al contrario vuole proseguire nel solco renziano e ne rivendica la continuità, e chiude in modo altrettanto netto e radicale con i pentastellati; Maurizio Martina che pencola un po’ di qua, un po’ di là… E il quarto moschettiere Carlo Calenda, che propone un rassemblement alla Macron, che di questi tempi non è proprio il massimo; ma in una cosa riesce: unire Zingaretti, Giachetti e Martina contro di lui… Ecco: alzi la mano chi si può appassionare a questo gioco dei quattro cantoni.

Ma per tornare alle accuse nei confronti di Salvini per la nave Diciotti: il Presidente del Consiglio Conte è stato costretto ad assumersi la responsabilità piena dell’operato di Salvini; non aveva altra scelta. Non lo avesse fatto avrebbe dovuto chiedere, immediatamente, le sue dimissioni, e così provocare la crisi del suo Governo. Inimmaginabile. Ecco dunque che Conte, Di Maio e il M5S costretti a seguire Salvini nel suo gioco politico. Litigheranno, ma sono come i ladri di Pisa: di giorno tirano fuori i coltelli, la sera si spartiscono il bottino. Ma il banco è tenuto saldamente dal leader della Lega, che corre un solo pericolo: non da parte dell’opposizione, paralizzata e imprigionata dalle sue stesse miopie. Il vero pericolo per Salvini si chiama Salvini: il suo ego, il suo straripare. Così simile a quello di Renzi; ne seguirà prima o poi la sorte: si gonfia, si gonfia, poi scoppia. Come si dice: il troppo stroppia. Si dirà: in natura (e anche in politica) il vuoto non esiste. Appunto: questo deve inquietare: che non si capisce chi e cosa verrà dopo. Anche se prossimo, il futuro è nebuloso e incerto.

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