domenica, Novembre 29

Il Movimento dei Girasoli

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Il 18 marzo, un gruppo di 300 studenti ha occupato il parlamento della Repubblica di Cina (Taiwan) per protestare contro la ratificazione dell’Accordo Bilaterale sul Commercio in Servizi che avrebbe sancito una maggiore integrazione economica fra la Cina e Taiwan. Intorno alle 21:00 ora locale, gli studenti hanno forzato un cordone della polizia e sono entrati dentro l’edificio, occupando la sala centrale dove si tengono le sedute dell’organo legislativo. Gli studenti in questo modo hanno espresso la loro opposizione nei confronti della ratificazione del patto sino-taiwanese che, secondo loro, violava i principi democratici e di trasparenza dell’isola-stato.

Questa forma estrema di protesta è stata la culminazione di un lungo periodo di tensioni e controversie che iniziarono il 21 giugno del 2013 con la firma a Shanghai dell’Accordo Bilaterale sul Commercio dei Servizi fra la Cina e Taiwan. Secondo quanto riportato dal ‘Taipei Times, l’ accordo prevede che 64 settori dell’economia taiwanese vengano aperti agli investimenti cinesi, mentre la Cina aprirebbe 80 settori agli investitori di Taiwan. Fra i settori che Taiwan liberalizzerebbe vi sono i trasporti, il turismo, e la medicina cinese tradizionale, mentre Taiwan avrebbe accesso a quelli della finanza, della vendita al dettaglio, dell’elettronica, dell’editoria e delle agenzie di viaggio della Cina. Secondo l’accordo, le agenzie di viaggio cinesi potrebbero aprire un numero limitato di filiali a Taiwan con il diritto di offrire servizi solo ai cittadini taiwanesi e non a stranieri e cittadini cinesi. Gli investitori cinesi potrebbero aprire e gestire alberghi e ristoranti nell’isola; inoltre, potrebbero aprire e gestire saloni di bellezza e da parrucchiere, ma solo avendo come dipendenti cittadini taiwanesi.  Mentre il settore dell’editoria della Cina verrebbe completamente aperto agli investitori taiwanesi, i cinesi potrebbero acquisire solo il 50% della proprietà di aziende taiwanesi del suddetto settore. Per quanto riguarda i servizi finanziari, le aziende taiwanesi potrebbero investire liberamente solo a Shanghai, Shenzhen, e nella provincia cinese di Fujian.

Il patto commerciale era fortemente caldeggiato dal PCC (Partito Comunista Cinese) e dal Guomindang (Partito Nazionalista Cinese), il partito di governo di Taiwan. Era, però, sin dall’inizio osteggiato dai partiti di opposizione e da una gran parte dell’opinione pubblica dell’isola. Molti taiwanesi, infatti, temevano che l’apertura economica alla Cina avrebbe avuto ripercussioni negative sia sulle piccole e medie imprese sia sulle strutture democratiche del paese. In particolare, il fatto che il Guomindang e il PCC avessero raggiunto un accordo a porte chiuse suscitò enormi resistenze nella società civile che si sentì raggirata ed ignorata. Subito dopo la firma del patto, il parlamento taiwanese fu lacerato dai dibattiti fra la maggioranza di governo e l’opposizione, la quale cercò di bloccare la ratificazione del trattato. Il 21 giugno i deputati dell’opposizione occuparono la camera legislativa scandendo slogan come «il Partito Nazionalista Cinese e il Partito Comunista Cinese stanno affossando l’economia di Taiwan».

Il 25 giugno, infine, i partiti di maggioranza ed opposizione raggiunsero un compromesso. L’accordo commerciale con la Cina non sarebbe stato ratificato ‘in toto’ ma sarebbe stato approvato articolo per articolo. Inoltre, nel settembre del 2013, fu deciso che si sarebbero tenute 16 sessioni parlamentari aperte al pubblico a cui sarebbero stati invitati dei rappresentanti delle imprese, della società civile e di organizzazioni non governative in modo da discutere dell’impatto che l’accordo commerciale con la Cina avrebbe avuto sull’economia reale. 8 di queste sessioni sarebbero state presiedute dal Guomindang e le rimanenti 8 dal PDP (Partito Democratico Progressista), il maggiore partito dell’opposizione.

Le 8 sessioni presiedute dal Guomindang furono tenute in una sola settimana senza che vi fosse il tempo di invitare gruppi extraparlamentari. Dopo la fine delle procedure, Zhang Qingzhong, membro del Guomindang e presidente del comitato di revisione dell’Accordo Bilaterale sul Commercio dei Servizi, dichiarò, in una mossa a sorpresa, che l’accordo non poteva essere emendato e che il processo di revisione doveva essere considerato concluso, in quanto esso aveva superato i tre mesi previsti dalla legge.

A quel punto, l’opposizione si ribellò a ciò che vedeva come un’azione anti-democratica. Il 18 marzo, tre parlamentari del PDP annunciarono che avrebbero iniziato uno sciopero della fame di 70 ore, ma aggiunsero che l’avrebbero continuato ad oltranza se il Guomindang avesse forzato l’approvazione dell’accordo commerciale senza la prevista revisione articolo per articolo. Intanto, il PDP invitò gruppi della società civile a partecipare ad una marcia di protesta.

Frank Hsieh, uno dei leader del PDP, criticò duramente i metodi della maggioranza di governo. «Il Guomindang ha violato il compromesso fra i partiti e rovinato i rapporti futuri fra maggioranza e opposizione. Se gli accordi fatti durante le negoziazioni non venissero messi in atto, ciò si ripercuoterebbe sul parlamento nel futuro», dichiarò il politico.

La sera del 18 maggio, infine, attivisti e studenti riuniti in protesta, frustrati dai continui rifiuti del Guomindang di attenersi alle procedure concordate, entrarono nel parlamento e iniziarono l’occupazione della camera legislativa. Utilizzando mezzi di comunicazione come Twitter e Facebook, si stima che gli studenti e gli attivisti siano riusciti ad attirare circa 12,000 manifestanti.

Il 19 maggio, Chen Weiting e Lin Feifan, due dei leader studenteschi, dichiararono dall’interno del parlamento occupato che il Guomindang aveva violato le procedure e che il governo doveva annullare l’accordo con la Cina e rinegoziarne un altro. Aggiunsero che avrebbero occupato l’edificio per almeno 63 ore. Alle 3:30 e 5:20 dello stesso giorno, la polizia aveva tentato per due volte di entrare nell’aula parlamentare ma era stata respinta dagli studenti. Si stima che durante questi episodi 38 poliziotti siano stati feriti.

Gli eventi del 19 maggio diedero inizio ad uno dei maggiori movimenti di protesta della recente storia taiwanese. La società civile si strinse intorno agli studenti, contro una politica poco trasparente e gli accordi sotto banco con il governo della Repubblica Popolare Cinese. Secondo dei sondaggi condotti fra il 22 e il 27 Marzo, circa il 60% dei taiwanesi appoggiavano l’occupazione del parlamento e consideravano le politiche del governo non trasparenti. Il 30 marzo, fra le 300,000 e le 500,000 persone presero parte ad una marcia di protesta contro l’accordo bilaterale con la Cina davanti al palazzo del Presidente della Repubblica.

Già nei primi giorni di protesta, gli studenti iniziarono ad utilizzare i girasoli come simbolo della luce e della trasparenza alle quali la democrazia deve aspirare. In breve tempo, i girasoli divennero parte dell’iconografia e dell’estetica del movimento studentesco, che venne ribattezzato dai media taiwanesi ‘movimento dei girasoli’. L’utilizzo di questo simbolo, inoltre, è un esplicito riferimento al ‘movimento dei gigli selvatici’, un movimento studentesco dei primi anni novanta che contribuì alla democratizzazione di Taiwan, in un periodo in cui il paese era ancora una dittatura dominata dal Guomindang.

Ma come mai la reazione all’accordo commerciale è stata così forte? Come mai esso ha destato tanta rabbia e indignazione nella società taiwanese?

I rapporti fra la Cina e Taiwan continuano ad essere tesissimi e potenzialmente esplosivi. Il nome ufficiale di Taiwan è Repubblica di Cina, lo stato fondato nel 1912 dopo che gruppi rivoluzionari intorno a Sun Yat-sen ebbero rovesciato il governo imperiale di Pechino. Nello stesso anno Sun Yat-sen fondò il Guomindang, che divenne il partito di maggioranza del paese alle prime elezioni nazionali. Nel 1921, il Partito Comunista Cinese fu fondato a Shanghai. Negli anni venti, il Guomindang e i comunisti cooperarono sotto la guida di Sun Yat-sen e dell’Unione Sovietica, di cui il rivoluzionario cinese non condivideva l’ideologia radicale e comunista, ma di cui ammirava il deciso anti-imperialismo e l’organizzazione rivoluzionaria. Sun Yat-sen morì nel 1925 e la leadership del Guomindang fu conquistata da Chiang Kai-shek, un convinto anti-comunista. Egli guidò il paese come dittatore assoluto dal 1927 al 1949. Ma i comunisti guidati da Mao Zedong volevano rovesciare il governo, che essi consideravano reazionario e borghese, e stabilire un regime comunista nel paese. A partire dal 1945 una violentissima guerra civile lacerò la Cina. Nel 1949 il Guomindang, sconfitto dalle truppe rosse, dovette abbandonare la Cina continentale e ritirarsi a Taiwan, l’ultima provincia ancora sotto il proprio controllo. Mentre Mao Zedong proclamava la fondazione della Repubblica Popolare Cinese a Pechino, Chiang Kai-shek spostava la capitale provvisoria della Repubblica di Cina a Taipei. Sia Pechino che Taipei dichiaravano di essere l’unico legittimo governo di tutta la Cina, e per anni il Guomindang ebbe come scopo principale quello di continuare la guerra civile e sconfiggere i comunisti, senza però mai mettere in atto questo proposito. Di fatto, la Repubblica di Cina e l’isola di Taiwan diventarono un’unica entità, separata dalla Cina continentale.

Mentre la Cina rimane una dittatura monopartitica, negli anni ’80 e ’90 Taiwan divenne una democrazia. Nel 1986 fu fondato il PDP, il primo partito di opposizione. Come sostiene Shelley Rigger, nella maggioranza delle democrazie i vari partiti si differenziano per il loro orientamento sociale, religioso o economico. A Taiwan, invece, il punto focale di tutto il sistema politico è la questione dei rapporti con la Cina. Infatti, mentre il Guomindang rimane fedele alla propria ideologia nazionalista cinese e vuole che la Cina e Taiwan prima o poi si riunifichino, l’opposizione vede Taiwan come una nazione distinta dalla Cina che deve terminare la guerra civile e stabilire uno stato chiamato Repubblica di Taiwan. Sia il Guomindang a Taiwan che il Partito Comunista Cinese in Cina sono contrari alla formale indipendenza di Taiwan e vogliono mantenere lo status quo fino alla futura riunificazione. Ma se il Guomindang ha rinunciato all’uso della forza per raggiungere questo obiettivo, il governo comunista di Pechino continua a minacciare di invadere Taiwan se Taipei dovesse proclamare uno stato separato dalla Cina non solo di fatto, ma anche formalmente. Infatti, nel 2005 il governo di Pechino promulgò la ‘legge anti secessione’, con cui ha istituzionalizzato l’uso della forza per impedire una formale dichiarazione di indipendenza di Taiwan.

La firma dell’Accordo Bilaterale sul Commercio dei Servizi può essere vista come un tentativo da parte dei comunisti e del Guomindang di portare avanti un processo di riunificazione pacifica, ma non sanzionata da un voto democratico. Secondo un sondaggio, il 68.5%  dei taiwanesi fra i 20 e i 29 anni non vogliono l’unificazione con la Cina. Inoltre, molti taiwanesi vedono le mire di Pechino come una minaccia alla loro democrazia, la loro società e i loro valori. Vi è infatti un diffuso timore che entrare a far parte della Cina comunista, anche solo come Regione Amministrativa Speciale sul modello di Hong Kong e Macao, significherebbe la fine di elezioni libere e di una stampa indipendente.

Il Guomindang, al contrario, sostiene che sfidare la Cina apertamente sia un errore, e che un riavvicinamento fra le due parti sia la migliore garanzia per il mantenimento dello status quo e della pace fra i due paesi. In un’intervista rilasciata nel 2007 alla BBC, Ma Ying-jeou, l’attuale Presidente della Repubblica di Cina, ha dichiarato che di fronte alla minaccia militare di Pechino la cooperazione economica e la distensione politica sono la chiave per mantenere pace e prosperità.

Il 23 maggio, solo pochi giorni dopo l’inizio delle proteste, Ma Ying-jeou ancora una volta difese l’accordo con la Cina, mettendo in evidenza come l’economia taiwanese stesse perdendo in competitività, soprattutto nei confronti della Repubblica di Corea. «Le aziende coreane godono di accesso ai mercati di tutto il mondo e di dazi preferenziali. Le nostre aziende, nel frattempo, stanno a guardare e diventano sempre meno competitive. Siamo indietro di dieci anni rispetto alla Corea, e faremmo fatica a recuperare anche se iniziassimo adesso. La Cina continentale è la seconda economia mondiale e il principale partner commerciale di Taiwan, e in questo momento sta sviluppando il suo settore terziario. L’Accordo Bilaterale sul Commercio dei Servizi aprirebbe ulteriormente il mercato cinese alle aziende di Taiwan e gli offrirebbe condizioni di vantaggio rispetto agli altri paesi». Ma Ying-jeou ha anche messo in rilievo come il mercato taiwanese sia già stato parzialmente aperto agli investimenti cinesi, e come solo 400 aziende cinesi abbiano già dato posti di lavoro a 9,600 taiwanesi.

Ma le parole del presidente taiwanese hanno avuto ben poca presa sull’opinione pubblica. Gli oppositori, infatti, sostengono che l’accordo porterebbe ad una competizione asimmetrica che danneggerebbe le piccole e medie imprese taiwanesi. Il settore terziario dell’isola è molto sviluppato e produce il 70% del PIL. Esso è dominato da piccole e medie imprese che agiscono in un contesto molto competitivo. Il settore terziario cinese, invece, è dominato da grandi conglomerati statali. Molti temono che le imprese taiwanesi si troverebbero in una condizione di svantaggio. Ad esempio, l’industria dei tour-operator taiwanese ha un giro d’affari di 744 milioni di dollari e circa 30,000 aziende. In Cina, lo stesso settore ha un giro d’affari di 158.6 bilioni di dollari, ma la competizione avviene soltanto fra tre aziende pubbliche che di fatto formano un oligopolio. Oltre a ciò, l’aumento esponenziale degli scambi commerciali fra Taiwan e Cina non ha finora beneficiato il taiwanese medio. Infatti, la stagnazione dei salari a Taiwan dura da 16 anni. Quando nel 2003 la Cina introdusse il salario minimo, esso era di sette volte inferiore rispetto a quello taiwanese. Ma mentre la Cina ha aumentato il salario minimo del 10% l’anno, quello di Taiwan è a mala pena salito del 10% in tutto l’arco di tempo considerato, col risultato che il salario minimo cinese è la metà di quello taiwanese.

Il moto popolare è stato talmente forte che il governo si è visto costretto a fare un passo indietro. Nel corso delle tre settimane di occupazione studenti e attivisti hanno posto due condizioni: che si approvasse una chiara legge di ratifica di tutti gli accordi con la Cina attraverso la camera legislativa, e che in seguito all’approvazione di questa legge si riprendesse la revisione dell’accordo commerciale articolo per articolo. Il Guomindang ha aderito alle richieste. Il 10 aprile, gli studenti hanno lasciato l’edificio parlamentare.

Anche se l’occupazione del parlamento è terminata, le ripercussioni sia sui rapporti fra la Cina e Taiwan sia sulla politica interna taiwanese sono molteplici. La popolazione taiwanese ha dimostrato che non è disposta a tollerare gli accordi sotto banco fra il Guomindang e i comunisti cinesi. Essa ha reso chiaro che ha tutta l’intenzione di monitorare le mosse del proprio governo che possano portare ad un riavvicinamento non democratico delle due parti e ad una eventuale riunificazione. Nonostante i leader cinesi abbiano tentato di fingere che tutto sia normale, è ormai ovvio che molti taiwanesi sono disposti a combattere affinché il loro paese non sia inglobato dalla Cina.

Ma il movimento dei girasoli sembra anche aver dato vita ad una nuova classe dirigente taiwanese. Di recente, Chen Weiting e Lin Feifan, i due leader del movimento dei girasoli, hanno annunciato la creazione di ‘Taiwan Marcia’, un gruppo di attivisti sociali. Il movimento dei girasoli sembra non solo aver rafforzato la coscienza civica della popolazione di Taiwan, ma anche di aver piantato il seme di una nuova generazione di attivisti che influenzeranno il futuro del paese.

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