mercoledì, Agosto 5

Il mio Giorgio Albertazzi

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Una grandissima quantità, di giustissimi superlativi, lodi, attestati di stima e ammirazione, sono stati spesi per ricordare il Maestro, Giorgio Albertazzi. Ho avuto l’onore e il privilegio di poterlo conoscere. Riporterò, quindi, episodi di vita vissuta. Esperienze illuminate dalla sua presenza. In alcuni casi quasi di quotidianità operativa. Per forza di cose, questo mi costringerà a fare una cosa, che non amo, e generalmente non mi piace fare ossia parlare anche di se stessi. Veniamo ad alcuni fatti.

Verso il tramontare degli anni “90, ebbi la fortuna di poter produrre con la Compagnia, uno spettacolo di drammaturgia nazionale contemporanea. Argomento questo al quale Albertazzi, ha sempre dimostrato, fattivamente di essere particolarmente sensibile.
Per i non addetti ai lavori, la mia può apparire una notazione di poco conto, ma dimostra la ricerca continua, inesausta di Albertazzi nel cercare novità, guardare al futuro artistico del teatro italiano. Spendendosi sempre in prima persona.   Cosa che confermò anche in questa occasione, approvando il testo a lui proposto, accettando di curarne la regia, e di ospitarlo a Taormina Arte. Festival che all’epoca lui dirigeva. Da lì nacque la prima nostra frequentazione.
In quello spettacolo non era contemplata la mia partecipazione come attore. Avevo un ruolo produttivo, potevo, quindi, seguire a dovere le fasi creative di montaggio dello spettacolo. Assaporare al meglio la grandezza dell’Albertazzi anche regista.
Giornate per me di vera e propria acquisizione diSapienza teatrale‘. La vita di Teatro, comporta necessariamente, una condivisione con gli altri di comportamenti della vita di tutti i giorni. I fatti di cui parlo si svolsero poco più di una ventina d’anni fa, con il Maestro che veleggiava intorno ai settant’anni. Eravamo alloggiati nello stesso albergo. Al mattino alle otto lo trovavo già nel salotto della hall, alle prese con attori, copioni, progetti. Aveva una vitalità intensissima. Devo dire, che tutti, me per primo (con molti anni meno dei suoi) faticavamo e non poco a tenere i suoi ritmi vertiginosi.
In più di una occasione ebbi modo di frequentare, per motivi professionali, la sua casa romana d’allora, di Via Ceracchi al quartiere Parioli. Era uno spazioso e luminoso pianterreno, con annesso un vasto giardino. Anche in casa riceveva teatranti che avevano qualcosa da proporre alla sua attenzione. In una occasione saremo stati almeno una dozzina. Ognuno con qualche proposta di iniziativa da mettere sul tavolo. E lui con grande pazienza e disponibilità, aveva un suggerimento per tutti, un consiglio, creava un percorso.

I rapporti con il Maestro, non si diradarono dopo l’esperienza di Taormina. Anzi, per un felice gioco della sorte, mi trovai ad essere componente di quel C.d.A. del Teatro di Roma, che lo nominò direttore dell’Ente. Poco prima sempre come Consigliere con delega all’attività del Decentramento, proposi a lui e a Maurizio Scaparro, di riprendere dove era nato anni prima (Villa Adriana), un loro spettacolo di grandissimo successo ‘Memorie di Adriano‘ dell’autrice francese Marguerite Yorcenar. Devo dire che la ripresa di questo spettacolo con il quale aveva istaurato un rapporto quasi simbiotico, lo rese molto contento.
Ma come mi diceva iconti‘ con “Adriano non si chiudono mai”. Tanto è vero che lo riprese anche dopo in più occasioni. Una piccola cosa della quale, come operatore culturale sono fiero. Posso testimoniare, come amministratore, che Albertazzi non era assolutamente venale, era un generoso entusiasta a tutto tondo.
A mio avviso le offerte che accettò dall’Ente, erano inferiori rispetto al suo valore. Uomo che non si nascondeva mai dietro un dito, a cominciare dalle sue mai rinnegate scelte patriottiche della gioventù, quali quelle di  combattere tra le fila di coloro i quali avevano scelto di aderire alla Repubblica Sociale Italiana.
Debbo aggiungere un’altra notazione di carattere personale. Sull’onda, non solo emotiva, ma anche di discreta inquietudine che stavo vivendo, a causa dell’affacciarsi nella mia vita di una insidiosa patologia, cercai di alleggerire il tutto scrivendo un libro sull’esperienza che stavo attraversando. Trovato l’editore, presi il coraggio a quattro mani e con un certo imbarazzo chiesi a Giorgio se avesse potuto farne la presentazione. La sua generosa disponibilità fu immediata. Nel giro di pochissimi giorni la cosa era fatta. Il che ai miei occhi, essendo parzialmente a conoscenza della mole imponente dei suoi impegni professionali, mi fece apparire ancor più evidente la sua sensibilità complessiva. Di alcune cose sono certo: la sua entrata nella morte è stata ad occhi aperti, come dice Adriano.
Il Teatro oggi è sicuramente più solo, più povero. E non solo quello.

Ciao Giorgio, grazie. Di tutto.

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