giovedì, Marzo 21

Il Mining può causare un problema energetico globale? Al momento, la quantità di energia utilizzata in una singola transazione Bitcoin è la stessa usata da una famiglia media olandese in un mese

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Secondo l’economista Alex De Vries entro la fine di quest’anno, l’energia richiesta per la produzione di Bitcoin potrebbe raggiungere una quantità enorme sulla domanda totale di energia a livello mondiale. De Vries è stato chiaro in un articolo pubblicato su Joule: «Si stima che la rete Bitcoin consumi attualmente almeno 2,55 gigawatt di elettricità e potenzialmente 7,67 gigawatt in futuro, rendendola comparabile con paesi come l’Irlanda (3,1 gigawatt) e l’Austria (8,2 gigawatt)», si legge sul blog specializzato in valute digitali Criptomag. Se questa previsione si rivelasse esatta, è chiaro che si andrebbe incontro ad un problema di difficile risoluzione.

De Vries è lo stesso capace di calcolare la quantità di energia utilizzata in una singola transazione Bitcoin che, al momento, è la stessa usata da una famiglia media olandese in un mese. Sempre secondo l’economista, circa il 60% del valore della criptovaluta prodotta da un miner il 16 marzo 2018 è stato speso per pagare l’elettricità. È chiaro che questi dati hanno spinto molti esperti del settore a domandarsi se valga la pena continuare con il processo di mining.

Bitcoin può veramente creare un problema energetico su scala mondiale? Di questo parere non sono i sostenitori delle criptomonete. Se è vero che l’attività di mining consuma energia, affermano, non fanno lo stesso i soldi reali tra Zecche di Stato e Banche e sistemi elettronici? Sono tutte strutture che per funzionare, necessitano di un consumo energetico notevole.  Al di là della guerra lessicale sulla questione, rimane una domanda sospesa: è possibile prevedere il reale consumo energetico della fase di mining?

De Vries sostiene che, considerando Bitcoin come una «commodity virtuale all’interno di un mercato competitivo di produttori», è possibile prevederne le dinamiche energetiche. La tesi dell’economista è semplice: si consumerà più energia fino a quando si raggiungerà il punto in cui il costo della stessa derivante dall’aggiunta di un’altra unità di mining sarà uguale al valore della ricompensa ottenuta grazie a quella stessa aggiunta. Di fatto, dunque, si parla di un’operazione di «pareggio di bilancio», in cui i miners non avranno più niente da chiedere, dato che una successiva attività di mining, li porterebbe in perdita.

Questa tesi, però, è molto teorica e mostra due punti deboli. Il primo è che considera il bitcoin all’interno di un sistema statico, quando, in realtà, si muove dentro un sistema dinamico. Il valore della criptovaluta è volatile, e questo influisce per forza di cose anche sull’attività di mining. Il secondo tallone d’Achille è che a tesi presupponga che tutti i miners lavorino per un guadagno personale. In realtà sono possibili altri casi che trascendono il mero aspetto economico, come ad esempio chi mette a disposizione la propria potenza computazionale per permettere lo sviluppo della Blockchain.

A febbraio scorso, la città di Plattesbourgh, nello stato di New York, è stata la prima degli Stati Uniti a vietare l’uso delle mining farm in città. Seguendo un disegno di legge proposto dal sindaco Colin Read, il consiglio comunale ha messo una moratoria di 18 mesi sulle nuove miniere commerciali di Bitcoin a causa dell’aumento dei costi dell’elettricità. Per decenni, i residenti della cittadina hanno avuto accesso ad una massiccia diga idroelettrica costruita sul fiume St. Lawrence alla fine degli anni ’50 che garantisce alla città l’accesso a 104 megawatt (MW) di energia a basso costo ogni mese, più che sufficiente per soddisfare le richieste energetiche dei circa 20.000 abitanti.

Il basso costo dell’elettricità ha fatto di Plattsburgh una mining farm. Tra gennaio e febbraio scorso, però, la città ha superato la sua quota di energia a basso costo a causa di un inverno freddo e, secondo i cittadini, dell’estrazione di criptovalute. Da qui, l’idea della moratoria.

Il caso di Plattesbourgh dimostra due cose: la prima è che non è possibile calcolare la quantità di energia spesa nell’azione di mining se non in via ipotetica. La seconda è che, dato che bitcoin è una criptomoneta transnazionale e che non dipende da alcun tipo di istituzione, sarà difficile limitarne le operazioni di mining. Una cosa, infatti, è votare una legge in un Paese di 20.000 abitanti, un’altra in uno stato con milioni di persone sempre più attratte dal nuovo sistema economico delle criptovalute.

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