martedì, Luglio 16

Il Medio Oriente ha petrolio; La Cina ha terre rare. Washington ne prende atto Oggi Trump ha tirato il freno della guerra tecnologica, forse Pechino ha buttato sul tavolo l’asso nella manica. La guerra tecnologica sembrerebbe rimandata

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E’ sempre difficile capire quanto effettivamente è boutade, a scopo tattico, e quanto sostanza in quanto dice il Presidente USA Donald Trump, ma nella nottata europea è arrivata una dichiarazione che molti analisti si attendevano. Dopo il bando, dopo la sospensione del medesimo per tre mesi, l’apertura: Huawei potrebbe essere parte di un accordo con la Cina sui dazi commerciali, malgrado, ha dettto Trump, «il marchio sia molto pericoloso. […] Quando si guarda a quello che hanno fatto da un punto di vista della sicurezza, da un punto di vista militare. Molto pericoloso. Ma è possibile che Huawei sia incluso nell’accordo».

Il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, aveva denunciato, mercoledì, «molestie economiche» intese a «ostacolare il processo di sviluppo» del suo Paese, promettendo che Pechino avrebbe combattuto «fino alla fine», mentre, nonostante la tregua di tre mesi concessa da Washington, diversi gruppi si erano affrettati a dichiarare la sospensione degli accordi di fornitura al gigante cinese.

I motivi di questa apertura quasi certamente sono molteplici e, se di apertura effettivamente si tratta, in qualche modo è quasi scontata. Trump con il bando del 16 maggio ha ‘spinto nelle torri la guerra commerciale con Pechino’ come dicono gli americani, a quel punto la scelta si riduce a far saltare il tavolo, con le immani conseguenze del caso, oppure trattare e concedere qualcosa, nel rispetto della controparte, come esigono i cinesi. Uno degli assi nella manica che possono essere stati messi sul tavolo dalla Cina, in questa che è chiaramente una guerra fredda tecnologica, mascherata (e oramai neanche più tanto) da guerra commerciale, è il fattore REE’, rare earth elements, le terre rare (Rare Earth).

In concomitanza con l’annuncio del bando anti-Huawei, il 16 maggio, il ‘Global Times’, il quotidiano che, in lingua inglese, esprime la voce del Governo e del partito comunista, esce con un intervento -nella sezione ‘Business’ e, si noti, non classificato come pezzo di opinione, – dal titolo ‘US need for rare earths an ace in Beijing’s hand’.
Intervento che merita di essere letto con molta attenzione. In sintesi si dice chiaramente, senza giri di parole: «Perché gli Stati Uniti hanno minacciato di aumentare le tariffe su ‘sostanzialmente tutte le restanti importazioni dalla Cina’ risparmiando terre rare? La risposta è semplice: senza una fornitura interna affidabile, gli Stati Uniti devono fare affidamento su terre rare dalla Cina per fornire industrie di importanza strategica», e la Cina controlla circa il 95% delle terre rare al mondo.

Se anche gli USA decidessero di riattivare la loro industria delle terre rare, per ridurre la dipendenza dal mercato cinese, afferma il quotidiano, per farlo ci impiegheranno molti anni, un tempo abbastanza lungo utile «perché la Cina vinca una guerra commerciale contro gli Stati Uniti, durante il quale il monopolio cinese sulla produzione di terre rare aiuterà Pechino a controllare la linfa vitale del settore high-tech statunitense».
La Cina potrebbe sfruttare in svariati modi questo asso nella manica. Potrebbe attivare un divieto totale delle esportazioni di terre rare negli Stati Uniti, oppure aumentare il prezzo delle terre rare esportate negli Stati Uniti in risposta ai dazi sui prodotti cinesi, e considerando che «a breve termine, gli utenti statunitensi non saranno in grado di trovare alternative, dovranno accettare prezzi più alti».
La Cina, conclude il quotidiano, probabilmente non arriverà a mettere in campo il «divieto totale delle esportazioni per evitare un’eccessiva tensione con gli Stati Uniti, ma non ignorerà l’opportunità di salvaguardare e massimizzare i propri interessi».
Dunque, il ‘fattore REE’ era già stato di fatto calato sul tavolo delle trattative fin da subito.

Il mood cinese di queste trattative ce lo spiega bene, dalle Filippine, un ex militare, Victor Corpus, il quale parla della ‘vulnerabilità high-tech’ americana e cita Deng Xiaoping: «Il Medio Oriente ha petrolio; La Cina ha terre rare».
Corpus afferma che Stati Uniti, Canada e Australia «possono disporre di ampie riserve o depositi domestici di elementi di terre rare, ma sembra che solo la Cina abbia per ora la tecnologia per estrarre gli ossidi di terre rare dai minerali estratti. I minerali di terre rare estratte vengono di solito inviati in Cina per la lavorazione finale. La ragione di ciò è la grande difficoltà nel separare gli ossidi di terre rare dai minerali grezzi recuperati dalle miniere. La Cina ha ingaggiato circa 5.000 tra i suoi migliori ingegneri e scienziati per perfezionare il metodo di separazione sicura degli ossidi di terre rare dai minerali delle terre rare minate. E sono riusciti dove gli altri hanno fallito. Il divieto cinese di esportare le terre rare negli Stati Uniti potrebbe riportare la società americana nei secoli bui». Per quanto ‘colorito’, Corpus individua chiaramente il problema. Gli Stati Uniti -e con Washington  l’intero Occidente- non possono permettersi di avere un problema di queste dimensioni.

La guerra tecnologica di Trump si scontra con un ostacolo che per ora, parrebbe, insormontabile, per tanto l’accordo con Pechino lo deve per forza trovare.
Resta una domanda: possibile che la Casa Bianca abbia sottovalutato, o addirittura per nulla considerato, questa variabile? Non pare credibile, ma intanto
la guerra tecnologica pare rimandata, o, almeno, concordi Washington e Pechino, se sarà, sarà una guerra a bassa intensità, almeno fin tanto che gli USA non avranno trovato una soluzione al problema terre rare.

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