venerdì, Dicembre 13

Il malessere dei ragazzi che parla, vanamente, alla politica

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Noi giorni scorsi a Carpi, bella e ospitale città emiliana, già offesa dal terremoto pochi anni fa, tre quindicenni si sono impossessati di alcuni minibus e con gli stessi messi si sono scagliati contro l’edificio della scuola che frequentano, procurando danni per diverse centinaia di migliaia di euro.
Due di loro sono di origini tunisine l’altro centroafricane. Il brutale accanimento contro il luogo presso il quale passavano o avevano passato le loro giornate semina notevole inquietudine per la quota di cieco risentimento, unito ad una sorta diquasiindifferenza, che traspare da quella sospensione della ragionevolezza o, forse, da quella ribellione della ragionevolezza. In quei momenti, i ragazzi si sono serviti delle armi che erano riusciti a procurarsi, per fortuna non c’erano delle bombe disponibili. Sarebbe cambiato poco, solo i mezzi espressivi, non il tanto o il pochissimo che c’è dietro.

Solo poche settimane prima un gruppetto di loro coetanei, stavolta tutti italiani, residenti nella zona di Mortara, vicino a Pavia, si erano esercitati con pestaggi, umiliazioni e violenze sessuali nei confronti di un loro compagno, ma non si sono accontentati di questo film dell’orrore, le immagini delle gesta venivano infatti diffuse su Internet. Dopo la denuncia è scattato l’arresto nei loro confronti, ed ora sono reclusi presso il carcere Beccaria di Milano, salvo che per un tredicenne, non punibile a causa dell’età. Gli stessi violentatori, in compagnia di altri ragazzi, un mese prima avevano compiuto gravi atti di vandalismo sul treno che usavano per andare a scuola.

Dall’altra parte dell’Italia, a Messina per l’esattezza, due anni fa, un gruppo di studenti ricattava e minacciava attraverso i social una compagna di scuola, la ragazza aveva informato il padre di quanto le stava accadendo, quest’ultimo, coraggiosamente, si era deciso a denunciare il gruppo. A questo punto era intervenuta la magistratura, assumendo un provvedimento restrittivo.

Sono solo pochi esempi di una costellazione di episodi oramai diventati sistematici, quotidiani, di cui la scuola diviene spesso contenitore o luogo di ideazione, una scuola costretta a registrare lo spaventoso malessere della società, il più delle volte senza colpa o perlomeno senza essere causa volontaria di quanto accade sulla propria carne e su quella dei suoi abitatori più fragili, come la vittima delle sevizie di Mortara.

Noi possiamo fare analisi anche molto precise e sofisticate del fenomeno, oramai endemico, possiamo trovare etichette di successo, capaci di rendere l’idea, ad esempio ‘bullo’ è diventato un termine alla moda, sebbene dare un nome ai comportamenti non significa contrastarli. Possiamo fare anche altro, convegni compresi, tuttavia dobbiamo riconoscere con onestà di non essere in grado di opporre grandi risposte al malessere che sta sfregiando la vita di una miriade di ragazzi, vuoi per la vastità dei suoi confini, vuoi per la multiformità di cause che lo alimentano, tanto complesse quanto drammatiche e di cui non sono responsabili solo le istituzioni. Scossoni violenti minano il basamento su cui siamo appoggiati, a cominciare proprio dai ragazzi che vi camminano sopra a piedi nudi e per questo sono i primi a percepirne crepe e turbolenze.

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