mercoledì, Agosto 21

Il Male ignorante

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Le loro storie diventano le nostre, ma siamo anche stanchi di leggerle. Non abbiamo più la forza necessaria per guardare quei volti belli o per entrare davvero nell’intimità di persone che mai ci erano state prossime. Non sappiamo chi siano, non sapevamo chi fossero, addirittura ci domina la sensazione di non appartenere ad alcun luogo e nessuna famiglia. Siamo estranei. Non facciamo che andare al tappeto e rialzarci con meno energia di prima.
Nei mesi scorsi siamo stati colpiti più volte: Charlie Hebdò, Bataclan…  Abbiamo scritto sulla libertà di espressione, poi di Valeria Solesin, ci siamo virilmente commossi nell’ascoltare l’orazione funebre di quel grande padre sofferente e fiero. Ma non bastava…
In questi ultimi giorni tre episodi diversamente atroci: l’omicidio di un ragazzo romano ad opera di due cocainomani senza speranze e senza un barlume di identità; un incidente stradale che in Spagna causa la morte di sette ragazze italiane e di altri loro colleghi di Erasmus; infine, gli attacchi terroristici di Bruxelles, un rito insensato che si ripete da anni, a colpire gente inerme, passanti di ogni religione, come fosse un guerra, com’è stato per altre guerre, ma in questo caso avendo smarrito il senso di qualsiasi azione, anzi, uno ce ne sarebbe, che l’omicida si uccide, scampa alla pena, si polverizza.
E intanto si è perduta persino la causa originaria del conflitto. Ovvero potrebbero essere mille e tutte diverse. E le ragioni, altrettante. E le analisi del sociologo dinanzi al crimine, non di meno. E i moti di cordoglio, in pari misura.

Quel che affiora, indicibile, è che in tutta naturalezza stiamo smarrendo ogni forma di verosimile emozione dinanzi al manifestarsi del male, ed è una cosa molto strana, per noi che non potevamo nemmeno immaginare in che misura il male sarebbe arrivato a invadere la nostra esistenza, organizzata sulla regola e sulle sue eccezioni.
A quel tempo, quando il male ci pungeva sul vivo, la nostra reazione era partecipe; eravamo dinanzi a una notizia che deviava il corso della quotidianità. Da un lato agiva in noi una specie di ripulsa, dall’altro ci tormentava la paura dinanzi al fatto compiuto; infine, venivamo presi da una strana forma di partecipata attrazione. Era come se quella eccezionalità facesse in modo che il male tornasse ad albergare in noi, come se le nostre difese ricominciassero ad agire, per sconfiggerlo. Era quel sentimento che Edmund Burke aveva definito ‘sublime’, ossia la contrastata reazione di chi si trovasse ad affrontare un elemento ignoto e familiare allo stesso tempo.
Oggi quell’emozione è perduta, tanto che alcuni vogliono esprimerla con il silenzio, esimendosi dall’apparire buffonescamente partecipi, ‘alla Salvini’ per intenderci. Cade ogni vaga retorica senza effetto, resta lo sgomento di chi si sente a tal punto aggredito da non trovare parole, né sbocchi, né soluzioni. Perché vi sarebbero anche dei limiti alla crudeltà, alla casualità e all’avversione del male. A quella crudeltà che, invece, agisce per mano di sostanze scatenanti; a quel destino che opera sulla pelle di chi, il proprio, non può che vederlo attraverso l’incanto del mondo; a quella avversione che supera la storia stessa, la ignora, la ricorda all’estremo del suo significato più assurdo.
Cosa resta? E chi? Una ex fidanzata che non sa spiegare, le parole di un parroco, una padre che straparla a una trasmissione televisiva, sette famiglie che prendono aereo sola andata, ospedali stracolmi di feriti, di mutilati, le bugie degli inetti… E a noi estranei rimane la virtuale partecipazione agli eventi, non immaginando  quale fine possibile, o idea, o disperazione abbia armato una mano.

Non che in passato non fossero avvenuti episodi parimenti sconvolgenti. Certo che sì! Cambiarono la nostra vita, la nostra percezione del mondo. Ermanno Lavorini, Milena Sutter, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, vittime di quei letami di cui non conoscevano neppure l’esistenza. Non per altro quei fatti venivano subito definiti ‘casi’, tanto rompevano una abitudine e una quotidianità nelle sembianze di epifanie mostruose. Uccidere dei tredicenni, oppure torturare due ragazze incontrate per strada… Com’era stato possibile?
E nemmeno ci era estraneo l’evento non calcolato che tutto travolgeva. Tutt’altro! Siamo la patria del caso, primatisti europei di disgrazie naturali, siamo i massimi fruitori del ‘sublime dinamico’, dei terremotati permanenti: Messina, Avezzano, Belice, Friuli, Avellino… Il sisma null’altro era se non il periodico scatenarsi di un elemento incontrollato che indeboliva ogni nostra certezza.
Non meno epica la nostra esperienza in fatti di terrore: stragi, bombe… Ma almeno vi era una incerta ipotesi che quegli atti avessero a che vedere con ideologie e simbologie di qualche risma.

Ormai, il nulla. Questa lotteria della morte appare infinitamente meno vera rispetto a un tempo in cui il male attivava una relazione con chi lo avvertiva se non, addirittura, con chi lo aveva subito. Era una parte minima della vita. Tant’è che, se i loro odierni autori fossero in grado di percepire l’ineffettualità di quel che combinano, forse smetterebbero. Ma il male ignorante è davvero una brutta bestia. Alcuni auspicano che gli si risponda con la medesima forza, cieca. Altri non sanno dove andare a parare. Probabilmente una risposta reale sarebbe ora di darla. Non sarà la guerra, non l’è mai stata. Forse sarebbe un’azione, una decisione vera. Tanto forte a annientare il niente. Si può?

 

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