martedì, Settembre 29

Il lungo week-end delle Riforme Riforme

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Ma la notizia del giorno è la (presunta) apertura alla minoranza del Pd che i renziani sarebbero disposti a compiere sul nodo dell’elettività dei senatori. Presunta perché, al momento, non ci sono comunicati ufficiali, ma solo un piccante retroscena pubblicato dal renzianissimo quotidiano ‘Repubblica’. «Il caposaldo è che non si tocchi quanto nell’articolo 2 è passato con la doppia lettura conforme di Camera e Senato», avrebbe detto Matteo Renzi «sul resto siamo disponibili. Non solo sul nodo dell’indicazione dei consiglieri-senatori da parte dei cittadini, ma anche sulle funzioni del nuovo Senato e sull’elezione di due giudici costituzionali». Tradotto: Sì alla ‘operazione chirurgica’ già proposta da Giorgio Tonini che andrebbe ad intaccare solo il comma 5 dell’articolo 2. Un ‘contentino’ che ha fatto immediatamente andare in brodo di giuggiole il capo della cosiddetta opposizione interna Pier Luigi Bersani il cui post su facebook merita di essere riportato per intero perché manifesto di trasformismo politico: «Leggo di disponibilità a discutere modifiche delle norme sul Senato. Sarebbe davvero una buona cosa. La questione di fondo che è stata posta è semplice: bisogna che, in modo inequivocabile, siano i cittadini-elettori a decidere, e questo può solo essere affermato dentro l’articolo 2 del provvedimento. E’ su questo che si vuole ragionare, seppur chirurgicamente? Bene. Se è così lo si faccia con chiarezza e semplicità. Con la consapevolezza, cioè, che ambiguità, tatticismo, giochi di parole, potrebbero solo aggravare una situazione già complicata».

Per capire il clima di Pax renziana che si respira sulle riforme basta mettere a confronto il discorso pronunciato alla Camera dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel 2005 (riportato oggi dal ‘Fatto Quotidiano’), quando era ancora deputato, con le parole del verdiniano Vincenzo D’Anna consegnate questa mattina a ‘La Stampa’. Mattarella tuonava contro il tentativo del governo Berlusconi di cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza, paragonandola alla rettitudine morale dei padri costituenti del 1947, con il governo De Gasperi meritevolmente assente dai banchi di Montecitorio durante la discussione sulla nuova Carta. A dieci anni di distanza lo scenario è mutato radicalmente. Il fratello di Piersanti ha perso letteralmente la lingua da quando è stato rinchiuso nelle stanze del Quirinale e gente come D’Anna ha preso il posto della pur criticabile ‘generazione De Gasperi’. «La riforma è una fetenzia, e su questo non ci sono dubbi. Perché‚ chiude il Senato senza chiuderlo davvero», confida D’Anna senza vergognarsi al quotidiano torinese, «se non servirà il mio voto, e i numeri ci saranno, mi permetterò il lusso di essere coerente con me stesso. Se invece andremo incontro a una crisi, e l’alternativa che resterà sarà tra una legge che è una schifezza o andare al voto, mi turerò il naso». In pratica, questo nuovo Scilipoti si permette la spudoratezza di comunicare agli italiani che pur di mantenere poltrona e privilegi è disposto a dare un calcio nel sedere alla Costituzione del 1948. Un vero schifo.

L’ennesimo politicante con la faccia che ha assunto le sembianze di un’altra parte del corpo è Flavio Tosi. Dopo l’incontro semi carbonaro di mercoledì scorso a Palazzo Chigi con Matteo, l’ex leghista conferma la volontà del premier di abolirlo definitivamente l’indigesto Senato, e gli consegna in bianco il voto delle tre senatrici che rispondono ai suoi ordini. Ma oggi si permette la sfacciataggine di negare che sia «stato siglato nessun patto. Anzi, la riforma non ci piace, ma fare in modo che salti è da irresponsabili. Mai fatto accordi sotto banco». Roba da fare invidia al Pinocchio di Carlo Collodi.

Chi della riforma Renzi-Boschi-Verdini ha una visione completamente negativa è, invece, il M5S che, con il senatore Sergio Puglia, parla di «schiforme costituzionali» e accusa: «Toglieranno il voto al popolo. Un solo partito potrà decidere chi controlla il Consiglio superiore della magistratura, chi controlla la Corte Costituzionale, chi deve essere il Garante delle istituzioni, chi deve controllare i conti delle amministrazioni dello Stato, il governo del Paese… È una pericolosissima deriva autoritaria».

 

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