sabato, Dicembre 5

Il Libano chiude la frontiera siriana Profughi palestinesi bloccati, possibili problemi tra le due comunità

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profughi palestinesi Libano

L’esodo del popolo palestinese dal Sinai al deserto siriaco è venuto subito dopo la Risoluzione delle Nazioni Unite n°181 per la spartizione della Palestina. I sionisti (bande sioniste ebraiche), forti di questa risoluzione, hanno scatenato una guerra durata dal ‘47 al ‘49 in cui sono stati costretti a fuggire dalle loro case tra gli 800.000 e il milione di persone iniziando a riversarsi nei Paesi limitrofi come Giordania, Egitto, Siria e Libano dapprima e successivamente in tutto il mondo. Sono stati distrutti circa 500 villaggi ed è esattamente qua che nasce l’accezione ‘profugo’. 

Per profugo si intende una persona costretta ad abbandonare la sua terra, il suo Paese, la sua patria in seguito a eventi bellici, a persecuzioni politiche o razziali ed è questo il caso attuale di una parte ospitata tra la popolazione libanese. La demografia del Libano, già di per sé estremamente complessa in seguito alle vicende del Paese e alla guerra civile che iniziò nel 1975 e finì nel 1990, mutò ulteriormente per via dell’afflusso di questi esodati. Infatti, nel 1975, il numero era cresciuto sino a circa 300.000 unità su 4 milioni di abitanti.

In seguito alla guerra siriana iniziata nel 2012 i profughi palestinesi in Libano salgono a 450.000, distribuiti in 12 campi nell’intero territorio della piccola Nazione. Il sud ha avuto la principale affluenza e risulta complesso da gestire per le autorità e anche per la UNRWA -l’agenzia creata apposta dall’ONU NEL ‘49 per i sostegno dei rifugiati palestinesi, che tuttora esiste ma con i suoi poteri notevolmente ridotti. La causa risulta essere un equilibrio precario già dello Stato libanese stesso, basato sulla costituzione lasciata dal colonialismo francese del ‘43 che distribuisce il potere tra varie fazioni religiose ossia maroniti, sunniti e sciiti. Convivono, inoltre, tante altre comunità come i musulmani drusi o i cristiani cattolici e ortodossi.

Le controversie in un Paese con una tale eterogeneità sono aumentate quando il Governo libanese, alla quarta fumata nera nell’elezione del Presidente, decide lo scorso 6 maggio di serrare le frontiere ai profughi palestinesi in arrivo dalla Siria. L’organizzazione Human Rights Watch ha criticato questa scelta per aver rispedito in Siria nei giorni scorsi quasi 40 profughi palestinesi che erano fuggiti dal Paese in preda al conflitto civile e per avere impedito l’ingresso a molti altri, «mettendoli in un grave pericolo». «Il Governo libanese deve sopportare un peso senza pari con i profughi siriani che attraversano la sua frontiera, ma bloccare i palestinesi che arrivano dalla Siria significa gestire in modo sbagliato la situazione», ha affermato in un comunicato Joe Stork, vice direttore per il Medio Oriente e il Nord Africa dell’organizzazione per i diritti umani basata a New York.

“Questa chiusura delle frontiere crea enormi problemi soprattutto ai profughi palestinesi della Siria”, sostiene pure Khawla Khalaf. La coordinatrice del campo El Buss, nata da genitori palestinesi in Libano, laureata in pedagogia e rinomata in tutta la terra dei cedri per il sostegno dei bambini con patologie psichiatriche causate dalla guerra, usa parole dure rispetto alla decisione del Governo libanese. Mentre le autorità temono che la loro Nazione possa trasformarsi in una nuova Palestina –limitando i diritti umani dei profughi- Khawla crede che dimentichino il fatto che i palestinesi vogliano solo sentirsi di passaggio perché il loro primo pensiero la mattina nei campi è volgere lo sguardo verso le case che gli sono state tolte. Infatti, ai rifugiati non vengono assicurate una serie di diritti umani tra cui l’esercizio delle professioni. Il numero era di 70 ma portato in tempi recenti a 20: farmacista, medico, impresario edile, ingegnere o imprenditore sono solo alcuni dei mestieri che sono vietati, portando la disoccupazione alle stelle.

Si vive in tenda o in baracche, in un km quadrato vivono migliaia di persone ammassate circa 28.000,  non esiste l’acqua potabile, l’elettricità salta, i servizi sono pochissimi. Le case sono inagibili, le strade sono distrutte, le fogne sono a cielo aperto“, afferma con amarezza la coordinatrice. “Questo a causa delle scelte dell’UNRWA che ha diluito i soldi per la Siria anche in libano ma ovviamente non bastano. L’Onu dovrebbe quindi aumentare i servizi nella sanità ma soprattutto evitare che i soldi si perdano per strada. Dove non arriva l’ONU ci sono associazioni umanitarie che richiedono aiuti dall’Europa“.

La crisi economica in Occidente ha inoltre limitato notevolmente il sostegno economico verso queste popolazioni. Nonostante le condizioni disumane, le reazioni della popolazione rispetto a quello che sta succedendo alla dogana siriana sono comunque di solidarietà: “c’è molta indignazione di entrambi, anche di diverse parti politiche, lavorano per l’accoglienza dei profughi sia siriani che palestinesi nonostante il problema di fondo sia l’attaccamento religioso a volte forzato dalla mano straniera come quello che sta succedendo in Siria, ossia tante diverse nazioni che combattono lì”, sostiene Fawzi Ismail, medico palestinese profugo in Sardegna. Da parte dei libanesi pare ci sia molta solidarietà verso i palestinesi che comunque non porta a nessun cambiamento nelle decisioni del Governo libanese che  rischiano di intaccare persino i rapporti tra le due comunità.

Nonostante la ricorrenza del 15 maggio della Nakba, ossia la fondazione dello Stato di Israele e quindi la distruzione della società palestinese, secondo l’ex cooperante di Assomoud non ci sono connessioni nella scelta di ostacolare l’ingresso dei vicini di casa e tanto meno nella non riuscita di elezione del Presidente Maronita vicino a Israele. Nonostante ciò non ci sono rapporti tra i due Stati, si mantiene una linea di tensione. Ad esclusione della comunità maronita tutti gli altri non hanno rapporti con Israele tant’è che nei primi giorni di maggio dei caccia bombardieri israeliani hanno sorvolato il sud del Libano che vede ancora la missione UNIFEL del 2006. Nessun libanese vorrebbe comunque che peggiorino i rapporti, diversamente ad essere profughi sarebbero molti di più.

 

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