domenica, Novembre 29

Il lavoro minaccia la persona Il mondo del lavoro è oramai a tutti gli effetti la nuova vera frontiera del degrado

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Mi accade spesso di considerare che se sparissero dalla mia agenda i pazienti afflitti da malesseri interiori correlati con il lavoro, perderei più di metà delle persone di cui mi occupo.
La mia categoria, dunque, dovrebbe considerare benemerito il peso del lavoro sulla vita delle persone, ma la situazione è divenuta talmente drammatica da sconsigliare anche una modesta battuta ironica sull’argomento. Appare chiaro che qualcosa ci è sfuggito di mano, siamo frustati sempre più violentemente da un liberismo privo di finalismi, se non il profitto fine a se stesso, così ora è lo stesso articolo 1 della Costituzione a sembrare una battuta di spirito.

Le mie non solo le parole di un estremista, magari nostalgico di un comunismo mai esistito e tantomeno delle sue applicazioni, tragiche e comiche, semmai quelle di una persona che per lavoro è costretta a posare lo sguardo dove gli showman della politica e del sindacalismo nazionale preferiscono non guardare, eccitati dai parametri della macroeconomia, gli stessi che alla gente comune dicono pressoché nulla.

Il rapporto che intratteniamo con il lavoro è una voce importante nella costruzione del nostro mondo interiore ed è responsabile della qualità della nostra vita minuta nonché del giudizio che diamo dell’esistenza stessa. Ma di lavoro si parla solo quando accade qualcosa di significativo, eppure il suo veleno agisce tutti i giorni su milioni e milioni di relazioni professionali, su miliardi di percorsi esistenziali, deformandoli in misura variabile, dal lieve al gravissimo, fino all’irreparabile.

Il sipario si alza quando un lavoratore perde la vita, ma solo se ciò accade in maniera particolarmente cruenta, in caso contrario le antenne dell’informazione non registrano. Se ne parla quando la politica può cimentarsi nel gioco delle parti, il suo preferito, come è accaduto in questi giorni con le vicende dell’Embraco e dei lavorati del call center pagati pochi centesimi all’ora.
La prima, gravissima, ci dice una volta di più cosa può succedere quando a decidere sono soggetti finanziari e produttivi che tolgono o regalano vite a piacimento, sempre in cerca di contingenze fiscali favorevoli o convenienze di vario genere.
La seconda, orrenda e miserabile, supera persino la più fervida immaginazione, ricordandoci quanto siano fragili e aggredibili le vite di persone che non possiedono nulla e possono essere comprate per un’elemosina.

Purtroppo, tutto questo non è il peggio, chissà quali livelli di orrore raggiunge la signoria dell’uomo sull’uomo, anche nella versione bambino, laddove si lavora per fabbricare un paio di Jeans a pochi spiccioli o si compra un chilo di mandarini sulla pianta a otto centesimi al chilo, parliamo del Sud dell’Italia, per poi farli raccogliere per chissà quale miseria da disperati di passaggio.

Il mondo del lavoro è oramai a tutti gli effetti la nuova vera frontiera del degrado, infernale muro di fango, sede di una delle aggressioni più crudeli alla stessa natura umana, ricattata e ferita in uno dei suoi bisogni fondamentali. Lavorare, cioè cooperare.

Il lavoro, insieme all’amore e all’amicizia, viene definito da Rudolf Dreykurs, allievo di Alfred Adler, ‘compito vitale‘. Tre canali attraverso i quali noi scambiamo linfa con la vita sociale e ci sentiamo importanti, significativi.

Nel loro dizionario di Psicologia Individuale Comparata, così si chiama il sistema psicologico creato da Adler, due importanti epigoni italiani, entrambi scomparsi, Francesco Parenti e Pierluigi Pagani, utilizzano parole significative a proposito dei compiti vitali: «Essi prospettano dunque tre esigenze fondamentali dell’uomo, sollecitate dal sentimento sociale, in ognuna delle quali il singolo deve ottenere almeno un certo grado di appagamento e di coerenza, poiché in caso contrario ne deriverebbe un disturbo anche negli altri settori. I compiti vitali si propongono come obiettivi per in sereno piano di vita e di conseguenza per la parte ricostruttiva della psicoterapia».

Ecco dunque cos’è, o meglio cosa dovrebbe essere, il lavoro, una delle manifestazioni più nobili dell’animo umano, non solo il mezzo per arricchire qualcuno bensì la causa del benessere, anche spirituale, della persona. Invece è stato sfigurato, deformato, asservito alle cieche finalità del profitto, quelle che determinano decisioni capaci di superare i confini del lecito, com’è accaduto nel caso dell’Embraco, dei 33 centesimi e in mille altre circostanze.

Il lavoro non è solo il mezzo per procacciarsi da vivere, ma da questo obiettivo realizzato, guadagnarsi da vivere, trae comunque motivo per puntellare la propria dignità. Lo sanno bene i ragazzi del Meridione, che stanno attraversando il loro tempo mendicandone, vanamente, anche solo una briciola e domandandosi se il problema è in loro o nel mondo in cui sono stati gettati, che permette loro di scegliere tra diventare un disoccupato e una iena che, per non perdere la propria posizione, deve maltrattare i sottoposti.

Un giovane paziente che si era trasferito in Scozia, mi scrive che non vede mai il sole ma almeno si sente normale, perché si guadagna da vivere senza chiedere favori. Se può bastare questo a renderli contenti, possiamo solo immaginare quale incubo deve essere diventata l’esistenza di tanti giovani.
I compiti vitali sono legati tra di loro. Se uno di essi non funziona, trascina sul piano inclinato anche gli altri. Per questo, lavoro, amore e amicizia, vanno a braccetto.

Un tavolino a tre gambe non può reggersi se ne tagliamo una. Su quelle tre gambe, però, non poggia solo la persona, ma l’intera società, per questo motivo scherzare così crudelmente col lavoro potrebbe rappresentare l’inizio della fine.

 

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