giovedì, Aprile 25

Il Kurdistan, non ancora nato, ha già un alleato

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Il 25 settembre di quest’anno potrebbe venire ricordato come una data storica: i curdi dell’Iraq potrebbero ottenere l’indipendenza in un referendum che si terrà tra tre mesi. Lo ha annunciato Massoud Barzani su Twitter: «ho il piacere di annunciare che la data per il referendum sull’indipendenza è stata fissata per lunedì 25 settembre».

Il Governo centrale si oppone fortemente alla prospettiva di una perdita territoriale e della nascita di un nuovo stato nella regione: il Kirkuk, nelle mani curde, rappresenta un’importantissima fonte di petrolio a cui Baghdad non può permettersi di rinunciare. E’ però difficile che, in caso di indipendenza, i curdi non avanzeranno pretese verso la regione: la loro forza militare, la milizia Peshmerga, aveva lottato duramente per non far cadere il Kirkuk nelle mani del Califfato islamico.

Il referendum, in ogni caso, non è vincolante per il Governo. Un vittoria del ‘Sì’, però, porrebbe il partito e i movimenti curdi nella condizione di trattare con le autorità centrali, in un certo senso obbligate a dare un certo peso alle richieste della famosa ‘nazione senza stato’.

Il Capo del Consiglio di Sicurezza iracheno Masrour Barzani si era espresso positivamente riguardo a una supposta scissione del Paese, al momento diviso tra sciti, sunniti e curdi. Questi ultimi sono presenti in diverse nazioni mediorientali. Anche per questo motivo l’idea di un separatismo curdo – in ciascuno dei Paesi del vicino oriente – è sempre stata temuta dalle potenze regionali: Turchia, Siria e Iran non vedono di buon occhio il referendum, che legittimerebbe le minoranze curde già ansiose di ottenere maggiore potere dallo Stato centrale, quando non una totale indipendenza.

I curdi siriani, per esempio, sono combattuti dal regime di Damasco e supportati dalla coalizione internazionale e dagli Stati Uniti, specialmente in chiave anti-ISIS. Anche la Russia ha di recente dato loro un certo aiuto, economico e militare. In Turchia, il Partito che li rappresenta è da tempo fuorilegge e considerato come un’organizzazione sovversiva e terroristica.

Forse anche per questo l’idea del referendum è stata accolta con soddisfazione dall’Arabia Saudita: una sorta di ‘dispetto’ ai turchi di Erdogan, che si sono schierati con il Qatar, nell’occhio del ciclone e diplomaticamente isolato dai 4 maggiori vicini mediorientali.

Secondo il think tank israelianoBegin-Sadat Centre for Strategic Studies’ (BESA), l’Iran teme la nascita di una ‘seconda israele’: un piccolo stato molto vicino agli Stati Uniti, di confessione religiosa sostanzialmente incompatibile con gli sciti di Teheran. Lo stesso Israele, pur non esponendosi apertamente, vedrebbe con favore la nascita di un Paese simile. Tre anni fa, Netanyahu aveva approvato pubblicamente la causa del separatismo curdo.

Il BESA Centre avverte: un eventuale Stato curdo dovrebbe essere un alleato primario per Tel Aviv. Le forze dell’EDF potrebbero offrire aiuto e addestramento ai Peshmerga, e persino costruire basi militari sul territorio del nuovo ‘amico’. Nei piani di Israele, il nuovo Kurdistan sarebbe «un’isola di stabilità rispettosa dei diritti umani». Per gli israeliani «l’autodeterminazione e l’indipendenza dovrebbero essere prerogative di tutti i Popoli, non un principio da applicare selettivamente».

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