lunedì, Settembre 23

Il Kazakistan delle religioni field_506ffb1d3dbe2

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Almaty – In Asia centrale, il ruolo della Chiesa cattolica è legato alla protezione delle comunità cristiane ancora esistenti, eredi delle deportazioni staliniane nei gulag più remoti dell’ex-URSS. Nonostante la brutalità di Stalin, queste comunità di maggioranza polacca, tedesca e ucraina si sono mantenute vive e hanno ripreso a professare la propria fede in Paesi come il Kazakistan dall’alba dell’indipendenza, avvenuta 22 anni fa. Nel 2001, dopo gli attacchi dell’11 settembre, Giovanni Paolo II fece visita ad Astana, la nuova capitale kazaka e diede un discorso molto ottimista, un plauso alla gestione degli equilibri etnici e religiosi dopo la caduta del comunismo sovietico. In quell’anno fu nominato anche il primo vescovo del Kazakistan. Da allora, le relazioni tra stato e chiesa si sono strette sempre più. Una coesistenza tranquilla e fruttuosa, fino a ora.

L’attuale vescovo ausiliario di Astana, Athanasius Schneider, ha scritto un libro nel 2008 per celebrare la stoica dedizione delle donne che furono deportate negli anni Trenta e Quaranta, e che rappresentano la linfa che ha tenuto in vita la fede cattolica anche sotto il proibizionismo del comunismo ateo. Nato in Kyrgyzstan, Schneider si trasferì in Europa nel 1973, salvo poi ritornare in Asia centrale nel 1999, durante gli anni di ripresa dell’espansione cattolica nello spazio post-sovietico. La visita del 2001 e l’aumento della presenza di membri del clero indica lo spostamento dell’attenzione del Vaticano verso l’estremo orientale del continente eurasiatico. Nel 2013, la transizione tra Benedetto e Francesco non ha diminuito l’attenzione papale verso un Paese che fa della sua bandiera il dialogo tra le religioni. Da dieci anni, i leader di vari culti e religioni si riuniscono ad Astana, sotto lo sguardo fiero del Presidente, Nursultan Nazarbayev. Lo scorso settembre, si è tenuto il quarto incontro interreligioso, accolto con piacere dai rappresentanti religiosi accorsi.

Tuttavia, dall’inizio dell’anno 2013 la situazione è un po’ cambiata in Kazakistan. Una nuova voce del codice penale restringe la libertà religiosa nel Paese centroasiatico. Viene monitorato in maniera severa il possesso di testi religiosi e la pubblica professione di fede. I gruppi più colpiti da questa nuova legge sono, paradossalmente, sia i più piccoli, sia i più grandi. Se le ‘religioni tradizionali’, restano tutelate, tra queste l’Islam è preso di mira con particolare attenzione, vista la grande maggioranza di proseliti nel Paese. Dall’altra parte, le religioni non-tradizionali’, tra cui i Battisti e i Testimoni di Geova, sono sempre più punite dalle autorità, a cui non piace che si vada in giro per strada a parlare di fede ai kazaki. Tutti i credi religiosi con meno di 50 membri registrati non possono fare domanda di ammissione all’autorità governativa. Dall’entrata in vigore della legge nell’ottobre 2013, ben 579 comunità non possono vedersi rappresentate a livello ufficiale. Un calo istantaneo del 13% nelle presenze religiose nel Paese.

La stretta sulle libertà religiose è fronteggiata a livello teorico dall’affermazione di Schneider del giugno scorso, che indica l’eredità dell’ateismo di stato e dell’ideologia marxista quali principali cause delle alte percentuali di aborto in Kazakistan (che in realtà sono in continua diminuzione). Per non essere troppo duro, il vescovo ha congratulato la politica governativa autonoma rispetto a chi propone «l’ideologia di genere», che domina gli ambienti di Unione Europea e Nazioni Unite, non rispettando la legge di natura. Ma se si guarda al quadro generale, la Chiesa romana apostolica non è la più colpita.
Abbiamo parlato con Zharmukhamed Zardykhan,   esperto kazako di religioni, perchè ci faccia il quadro della situazione.

Cosa succede in Kazakistan con la nuova legge sulla libertà religiosa?
Lo scopo della legge non è punire un credo pittosto che un altro. Le libertà che sono state limitate, tuttavia, hanno avuto effetti diversi nei diversi gruppi religiosi. Molte piccole comunità non hanno potuto iscriversi nelle liste ufficiali. Mentre le grandi comunità tradizionali, tra cui l’Islam e la Chiesa ortodossa (ma anche quella cattolica), sono state colpite solo in maniera tangenziale, anche se tangibile. Alcune moschee sono state chiuse, alcuni preti russi sono stati invitati a lasciare il Paese. Gli imam che hanno ricevuto la propria istruzione musulmana al di fuori del Kazakistan non possono accedere direttamente alla guida delle comunità islamiche.Un certo modo di vestire che possa essere ricondotto alla fede religiosa non è accettato nei luoghi pubblici.

Qual è l’eredità che si sente di più in Kazakistan in termini spirituali?
Il Kazakistan è uscito da soli vent’anni da un periodo di ateismo di stato. Durante l’era zarista, il credo egemonico, soprattutto nei centri urbani, era quello cristiano ortodosso. Negli ultimi 150 anni, l’influenza musulmana, prima molto sentita, è stata soppressa o ‘burocratizzata’. Oggi si cerca di ritornare sia all’Islam, sia al culto spirituale del Tengrismo, un credo tipico dell’Asia centrale, basato sullo sciamanesimo e sull’animismo. Le religioni monoteiste considerano il Tengrismo un culto ‘pagano’, ma non sono d’accordo con questa definizione, che porta con sé un giudizio negativo. A livello statale, il Kazakistan si proclama uno stato secolare e non prova a promuovere alcuna superiorità religiosa, nonostante la divisione tra religioni ‘tradizionali’ e non. L’idea di diventare un centro di dialogo, un ponte tra le religioni mondiali è un modo per spostare l’attenzione dai problemi con cui le comunità religiose devono confrontarsi all’interno del Paese.

Che ruolo gioca il Vaticano in Kazakistan?
Il Vaticano è prima di tutto uno Stato sovrano. Questo rende più semplice la relazione tra Astana e la Città del Vaticano. Il Papa è anche capo di Stato e da pari si confronta con Nazarbayev. La comunità di cattolici nel Paese è tuttavia molto ridotta, così come l’impegno dei pontefici dopo la visita di Giovanni Paolo II, che ad Astana inaugurò una chiesa. Ratzinger e Bergoglio non hanno avuto la stessa influenza. Inoltre, la Chiesa cattolica è vista come una protettrice dei diritti dei membri della propria comunità, non come un credo a caccia di proseliti. In quest’ottica, i gruppi protestanti, soprattutto provenienti dagli Stati Uniti, sono visti con maggiore sospetto. Inoltre, le restrizioni contro i gruppi religiosi possono anche essere lette nel quadro generale delle ipotesi di complotto comuni anche in Russia, dove le organizzazioni non governative internazionali sono bollate come ‘agenti stranieri’.

 

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