sabato, Agosto 8

Il grido di collera degli arabi d’Israele

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Gaza City – I palestinesi residenti in Israele sono in collera e hanno voluto farlo sapere a gran voce martedì 28 aprile, sia con uno sciopero generale che ha paralizzato negozi, scuole, banche, aziende, sia con una manifestazione a cui hanno preso parte 2000 persone. Fulcro di questa protesta, la decisione delle autorità di demolire le abitazioni della comunità araba, giudicata razzista, ingiusta e arbitraria.
É la prima volta che i palestinesi d’Israele hanno organizzato una manifestazione di questo calibro nel centro di Tel Aviv. Le proteste, infatti, generalmente trovano spazio nei villaggi abitati dai residenti, quindi lontano dalla vista dei concittadini ebrei. Ma questa volta hanno voluto far sentire la loro voce al centro della capitale, a Place Rabin, per farsi ascoltare da chi finora non ha fatto altro che ignorare il loro grido. Iniziata dall’Alto Comitato dei cittadini arabi, la protesta vede coinvolti i discendenti dei palestinesi rimasti sul loro territorio dopo la creazione dello Stato d’Israele nel 1948, e trova i suoi sostenitori anche in una lista di quattro partiti arabi, presentata in occasione delle elezioni legislative il 17 marzo scorso, vinte da Benyamin Netanyahu. Una unità che ha portato i suoi frutti, dal momento che il blocco arabo ha raggiunto il terzo posto incoraggiando la comunità a rivendicare i propri diritti. Questo blocco parlamentare intende pesare sempre più nella difesa dei diritti dei discendenti dei palestinesi d’Israele, che rappresentano il 20% della popolazione palestinese nel mondo.
I palestinesi hanno fatto sventolare alte bandiere e keffiehs, e anche banderuole di denuncia delle discriminazione di cui sono vittime: così hanno dimostrato la loro unità arrivando da molti villaggi vicini e meno vicini, Neguev, Kkafrkana, Dahamsheh, dalla Galilea e da altri villaggi del Paese per dire no alla distruzione delle loro abitazioni e alla politica di discriminazione dello Stato ebraico, con cui si confrontano ormai quotidianamente. Non gli è permesso, dicono loro, di estendere le superfici urbane delle loro località, né di salvare e proteggere le loro abitazioni, peraltro difficili da ottenere per via delle lunghe attese burocratiche. Si sentono nelle mani di unautorità che ha confiscato la quasi totalità delle terre cittadine arabe per lasciare il posto a immigranti ebrei arrivati da ogni angolo del mondo.
Ogni anno centinaia di case sono rase al suolo, per non parlare dei villaggi di beduini che continuano a sparire a Gerusalemme Est nel tentativo di cambiare la composizione demografica, per far spazio alle colonie con la distruzione di siti storici e l’espulsione della popolazione palestinese locale. Recentemente sono andate distrutte innumerevoli abitazioni e altrettante sono state fatte evacuare, una cinquantina ancora attende il beneplacito delle autorità per fare la stessa fine.
A parte questo, gli arabi d’Israele sostengono che le ingiustizie sono troppe nella loro comunità. Sostengono che “il governo è impegnato direttamente in una battaglia contro gli arabi” e che “la lotta per la sopravvivenza delle abitazioni è la lotta per la loro esistenza“. Ne va della loro vita.
Il Governo israeliano non cerca il dialogo con i cittadini arabi. Siamo determinati a fermarli adesso… per ogni casa rasa al suolo, ne costruiremo una nuova“, è stato il grido dei manifestanti.
In un resoconto pubblicato a febbraio da ‘Adalah‘, un’organizzazione che difende i diritti umani, si sostiene che la crisi è da imputare alla «politica attuata dal governo che favorisce lo sviluppo nei quartieri ebraici, a discapito dei cittadini palestinesi d’Israele».
Per fare solo un esempio, nel 2014 l’Autorità delle Terre d’Israele ha indetto una gara d’appalto per la costruzione di 38.261 unità abitative negli agglomerati degli ebrei, contro  1.844 previste per gli arabi.
Certo, l’ineguaglianza dei diritti e l’esclusione risalgono a tempi più antichi, ma bisogna constatare che dopo un leggero miglioramento della situazione, si è verificato un nuovo peggioramento con l’ascesa dei nazionalisti al potere, con il duo NetanyahuLieberman per dirla tutta. Da allora la situazione economica degli arabi non smette di peggiorare con un tasso di disoccupazione leggermente superiore alla media. Un dato che anche la Corte Suprema israeliana non ha potuto negare, indicando che la comunità araba è stata vittima di discriminazione, in primis in fatto di lavoro.
A ciò si aggiungono le discriminazioni politiche, illustrate chiaramente nella miriade di progetti proposti alla Knesset, sostenuti dal Governo Netanyahu, e il cui obiettivo è indebolire lo status di minoranza araba. Il progetto di legge adottato dal Governo nel mese di novembre 2014, e relativo alla ridefinizione e denominazione d’Israele come «Stato ebraico e democratico», inscritto fino ad oggi nelle leggi fondamentali del Paese, ne è un esempio.
Si tratta di prospettive incoraggianti per numero di responsabili politici e religiosi coinvolti, che senza sosta, riducono in cenere ogni influenza araba. Ed è una situazione che non sembra dispiacere alla maggioranza degli ebrei. Una inchiesta condotta di recente dall’Istituto dei sondaggi pubblici ‘Dialogue’ ha rivelato che il sentimento ultranazionalista e ostile agli arabi è cosa largamente diffusa e condivisa nella società israeliana.  Secondo il sondaggio, il 25% degli israeliani intervistati vorrebbe una legge che impedisca agli arabi di votare alle elezioni, il 59% vuole essere primo nell’accesso al lavoro, il 49% preferirebbe che lo Stato favorisse e trattasse meglio i cittadini israeliani, il 42% non vorrebbe condividere le abitazioni con gli arabi, e il 43% rifiuterebbe di vedere i loro figli andare a scuola con gli arabi.
Nel 2011 un rapporto esclusivo dell’UE redatto dagli ambasciatori dei Paesi membri ha fatto notare la differenza di trattamento nei confronti della minoranza araba: più del 50% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e solo il 3% possiede terreni. Sono trattati come cittadini di serie B, e non hanno gli stessi diritti alle cure, all’istruzione e alla proprietà degli ebrei.
Anche il Presidente israeliano Reuven Rivlin ha ammesso la discriminazione e l’ingiustizia, nonché i torti fatti in passato e nel presente agli arabi. Nell’ambito di una conferenza intitolata  ‘Dalla xenofobia all’accettazione dell’altro’, organizzata dalla facoltà israeliana di Scienze Umane, il Presidente ha dichiarato: «É arrivato il momento di ammettere con tutta onestà che la società israeliana è una società malata, e noi dobbiamo guarirla».
Un mea culpa che il suo predecessore Shimon Peres aveva fatto tempi addietro ma senza conseguenza alcuna. La disuguaglianza dei diritti e la segregazione restano il cruccio dei palestinesi dello Stato d’Israele.
Traduzione di Silvia Velardi

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