giovedì, Marzo 21

Il Governo Wonderland di Conte-Di Maio-Salvini Tanti annunci, nessuna riforma; in disaccordo su tutto vanno alla resa dei conti

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Si sarebbe tentati di dire che si vive nel Paese di Alice, in quel Wonderland di poche meraviglie, di tanti stupori, e soprattutto dove tutto è rovesciato, e non sai più se il bello sia brutto, se il giusto sia sbagliato. Per esempio: non è sublime sentir dire dal vice-Presidente del Consiglio, nonché Ministro del Lavoro, Luigi Di Maio che il «reddito di cittadinanza non è un sussidio»? Cos’altro è, cos’altro si deve intendere, dunque? Si credeva che dopo l’affermazione: «Flat tax a tre aliquote» il repertorio delle sciocchezze si fosse ormai esaurito. Al contrario, è una sorta di pozzo di San Patrizio, inesauribile.  Un altro esempio: «Entro l’anno la legge per lo stop domenicale del commercio. La liberalizzazione sta distruggendo le famiglie». Avete letto bene: le domeniche trascorse a far spese all’Ikea o a una banale Coop o in un qualche mega-supermercato, sono nientemeno che la causa della distruzione delle famiglie. Di fronte a un simile ragliare, uno alza le mani, si arrende senza condizioni. La politologa Sofia Ventura chiede: «Il suo Ministero ha già prodotto analisi su potenziali ricadute economiche e sull’occupazione di tale misura? Sono chiari gli obiettivi che si perseguono? O ha deciso così solo perché gli pare una bella idea?». Si accettano scommesse che il Ministro risponderà con un granitico silenzio.
C’è poi il Ministro delle Finanze Giovanni Tria. A differenza di non pochi suoi colleghi ha l’aria di una persona seria e competente, che sa quello che dice; e ogni giorno lo si vede impegnato in una ardua impresa: quello di far quadrare il ‘cerchio’ grillino con il ‘quadrato’ leghista. Soprattutto ogni giorno è cerca di mettere una pezza alleideedei due vice-presidenti del Consiglio. Così, mentre uno promette flat tax, l’altro reddito di cittadinanza; e poi riforma della legge Fornero, e poi occupazione, e altre meraviglie da Wonderland, Tria, con i piedi per terra, prima a Vienna, poi all’annuale meeting di Cernobbio organizzato dallo Studio Ambrosetti, spiega che le riformeannunciate e promesse, e che dovrebbero costituire la spina dorsale della manovra economica, saranno «equilibrate e graduali», perché «non si può fare tutto subito». Le «partiranno gradualmente», perché «uno choc fiscale potrebbe portare a problemi di instabilità sociale e a non creare quel clima favorevole, friendly, per le imprese e gli investimenti». Dunque niente strappi. Piuttosto una «lenta ricerca all’interno del grande bilancio dello Stato per trovare quelle risorse da spostare sulle riforme». Tria è consapevole che contrarre un deficit maggiore per avere più risorse da collocare sul reddito di cittadinanza e non sulla flat tax, lascia il tempo che trova:  «Sarebbe inutile trovare 2-3 miliardi di più sul deficit se poi ne perdiamo quattro con il rialzo dei tassi di interesse».
Dunque?  «Stiamo cercando di bilanciare l’uso delle risorse e l’attuazione graduale delle riforme, non tanto per un equilibrio di natura politica ma cercando di dare un senso alla manovra che per i problemi di crescita che abbiamo di fronte devono vedere questi interventi in modo bilanciato». Questo è il banco di prova dei prossimi giorni e settimane.

A questo punto, al netto delle centinaia di tweet, messaggi facebook, dichiarazioni a televisioni-radio-giornali, quante leggi, quanti decreti, quanti provvedimenti e quali sono stati approvati da questa maggioranza guidata dalla triade Conte-Di Maio-Salvini con la supervisione di Beppe Grillo e Davide Casaleggio?
Sono ormai passati cento giorni. Il tempo per un ‘tagliando’. Sondaggi e rilevazioni demoscopiche attribuiscono alla coalizione Lega-5 stelle un consenso intorno al 60 per cento (la Lega intorno al 32; i grillini attestati sul 28).
Prendiamo le questioni relative alla giustizia. Salvini minaccia fuoco e fiamme contro i magistrati che lo hanno indagato e quanti non condividono la sua indignazione. Di Maio e i grillini sono su un’altra sponda, non condividono le sparate del Ministro dell’Interno, glielo hanno fatto sapere e Salvini non ha potuto che abbozzare (salvo confermare di ritenersi vittima di un complotto): «Tranquilli, non c’è nessun golpe giudiziario» ha dovuto dire, sia pure a bocca storta, il leader della Lega. Ma non c’è solo questa frattura. Il provvedimento voluto dal Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, e sostenuto da Giuseppe Conte e Di Maio, non piace alla Lega che lo giudica «giacobino», «inutile propaganda». Vedremo come si metteranno le cose quando al Consiglio dei Ministri approderà la legge di riforma sulla legittima difesa, e l’elezione del prossimo vice-presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. I grillini non nascondono di volere per un loro uomo quella poltrona.
Anche sulla questione immigrazione, le posizioni sono distanti. Al di là delle assicurazioni di rito, Salvini è in rotta di collisione con il ministro Danilo Toninelli, grillino di provata fede e responsabile delle Infrastrutture, dei porti e delle Capitanerie di porto. Per non parlare del Presidente della Camera Roberto Fico. Salvini vuole rimuovere l’ammiraglio Giovanni Pettorino comandante della Guardia costiera, reo di aver compiuto salvataggi a mare che non erano di sua competenza; Toninelli, responsabile politico dell’ammiraglio, gli conferma ogni giorno la fiducia. Malumori e maldipancia anche dal Ministro della Difesa Elisabetta Trenta:  «Per colpa di Salvini a Bruxelles non ci ascolta più nessuno, siamo isolati». Gli incontri di Salvini con l’ex stratega di Donald Trump Steve Bannon, e con il Presidente ungherese Viktor Orban sono visti dallo stato maggiore grillino come ‘fumo negli occhi’. Per ora è il solo Fico ad avere espresso dissenso: «Sono quanto di più lontano da me possibile»; ma la polemica cova, e prima o poi esploderà.
Dove le polemiche sono già deflagrate, è nelle Grandi Opere. Non faccio il tifo per la decrescita felice, dice Salvini. «Dobbiamo rivalutare costi e benefici di tutte le grandi opere», ribattono i grillini. Risultato: tutto fermo. I dossier TAV e TAP fanno polvere. La Lega è favorevole ad entrambe le opere. I 5 Stelle, che hanno la loro base nei comitati locali fortemente contrari, guidano e fomentano la rivolta. Il crollo del ponte Morandi a Genova è per i seguaci di Di Maio e Toninelli l’occasione per il ritiro delle concessioni e il ritorno alle nazionalizzazioni «dopo la stagione selvaggia delle privatizzazioni a favore degli amici». Ribatte Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario della Lega:  «Vi immaginate  l’Anas che si prende in carico le autostrade d’Italia? Non scherziamo».
Il Presidente del Consiglio Conte dice che la sua «squadra» è  «così coesa» che lui resta «stupito assai» quando legge su siti e giornali di liti e tensioni. Nei prossimi giorni avrà motivo per ulteriori stupori. La domanda, spontanea, un Governo così mal assortito e dove ognuno se la canta e se la suona, quanto potrà mai durare? L’avvenire, si sa, giace nel grembo degli dei; ma qui si azzarda la previsione che durerà. Non per suoi meriti; piuttosto per i demeriti di chi dovrebbe essere e fare l’opposizione: il Partito Democratico per primo. Ma il PD, al momento (mai dire mai, beninteso), non c’è, è ‘altrove’. Conte-Di Maio-Salvini possono dormire sonni relativamente tranquilli. Per ora.

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