domenica, Dicembre 15

Il Governo su un terreno minato di nome Renzi Gli osservatori più smaliziati parlano di film giù visto: quello trasmesso nel 2014, al tempo del governo di Enrico Letta

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Preda com’è, del suo ego ipertrofico, non stupisce che Matteo Renzi si comporti come si comporta. Chiedergli di fare e di essere altro, sarebbe come chiedergli di rinnegare il suo essere. Lui è così, e così sarà sempre. Di questo tenore le pacate e insieme desolate reazioni che si raccolgono a palazzo Chigi e nell’entourage del Segretario del Partito Democratico Nicola Zingaretti. Pacate e desolate solo in superficie. Gratti un poco e si possono tagliare a fette malumore, diffidenza, ostilità. Che cosa vuole Renzi, a che cosa mira? Ha voluto costituire il suo partitino, di fatto ha una sorta di golden share per quel che riguarda il Governo…ti citano poi la favola di Esopo, quella della rana e dello scorpione: giunti in mezzo al fiume lui la avvelena, consapevole che così facendo, morirà annegato; ma non sa che farci: ‘Non ho potuto farne a meno, è la mia natura’.

La si metta come si vuole, Renzi, che doveva ritirarsi a vita privata; ma anzi no, avrebbe fatto quietamente il senatore occupandosi delle cose del suo collegio; ma anzi no, avrebbe dato il suo contributo spassionato al Partito Democratico; e infatti ha dato vita a una nuova organizzazione che intende sottrarre voti e consensi alla berlusconiana Forza Italia, ma intanto erode il PD… ecco questo Renzi, con suo dire e il suo fare mette più di un’ipoteca sul governo di Giuseppe Conte.

E’ tutto un accender scintille che rischiano di provocare ingovernabili e devastanti incendi. «Si atteggia a Macron, ma è peggio di Nerone…», canticchia beffardo, parafrasando una vecchia ballata di Francesco de Geegori, il vecchio cronista parlamentare, comunista disincantato che tante ne ha viste (compresa la morte del suo amato giornale), e di nulla si sorprende più.

Il ‘protagonismorenziano non si spiega con la sola, ‘naturale’ esigenza di rendere visibile la neonata creatura Italia Viva, che i sondaggisti, per ora, accreditano poco più di un cespuglio. C’è l’insopprimibile necessità per Renzi di calcare la scena da mattatore. Ecco cosi’ la ‘lettera’ al ‘Corriere della Sera’ in cui attribuisce a se stesso e alla sodale Teresa Bellanova, il merito di aver scongiurato l’aumento dell’IVA; si scaglia contro la riduzione del cuneo fiscale definendola ‘pannicello caldo’; e via catoneggiando; di pari passo la crescente irritazione di Conte e Zingaretti. Il Presidente del Consiglio, da Assisi, replica con asprezza, toni non esattamente francescani: «Non abbiamo bisogno di fenomeni. Se c’è qualcuno che vuole andare tutti i giorni in televisione o scrivere ogni giorno alla stampa lo faccia pure, però nella consapevolezza che quando ci si siede al tavolo lo si fa correttamente».

A parole almeno, è davvero un Conte due, in antitesi con il Conte uno: «Non è la povertà a bussare alle porte del Governo ma sono le istituzioni che devono intercettare i bisogni dei cittadini e contrastare sul campo la povertà assoluta…affiancandoci l’Inps, abbiamo elaborato un progetto. Andremo in sei città dove ci sono 50 mila persone senza tetto che non usufruiscono del reddito di cittadinanza pur avendone diritto. Sono persone invisibili, le vogliamo rendere visibili. Lavoriamo in silenzio per produrre un cambiamento che deve fare rumore, un rumore che deve arrivare fino alle prossime generazioni».

Qualche ora prima, la bordata alzo zero di Zingaretti: «A Renzi e Di Maio dico: attenti ai distinguo e alle polemiche. La maggioranza ha il dovere di dimostrare che i problemi enormi possono essere risolti attraverso il nostro buon governo e non pensando ognuno al proprio strapuntino».

Gli osservatori più smaliziati parlano di film giù visto: quello trasmesso nel 2014, al tempo del governo di Enrico Letta. Anche allora un Renzi prodigo di critiche e distinguo sull’operato dell’Esecutivo, bombardava quotidianamente con ‘fuoco amico’, salvo finale raccomandazione di ‘stare sereno’. S’è visto come è andata.

Certo non per caso Letta si è sentito in dovere di dare «un consiglio non richiesto a Zingaretti e Conte»: Renzi «sta dissotterrando l’ascia di guerra, cioè dice: ‘Io vi faccio ballare’. Penso che loro non debbano accettare questo gioco, non facciano come me… In questa situazione sono Conte e Zingaretti che hanno il coltello dalla parte del manico. Non è possibile che una maggioranza di governo vada avanti in un ‘Vietnam’ quotidiano. Facciano con Renzi un patto e, nel momento in cui non lo rispetterà, si vada al voto. Se si va avanti come oggi il Governo non arriva a mangiare il panettone».
Letta, scuola democristiana di antico rito, ha buona memoria, e non dimentica i torti subiti. Quando se ne presenta l’occasione salda i debiti con gli interessi. Renzi lo accusa di essere stato l’artefice di un aumento dell’Iva pagata a caro prezzo, e invita il Governo a lavorare sulla spesa per beni e servizi, e recuperare risorse da investire nel taglio al cuneo fiscale? Letta ricorda che l’aumento dell’Iva predisposto dal suo Governo incise su una minima parte delle aliquote e permise di non scaricare ulteriori costi sul deficit; e si concede una velenosa unghiata: che parli di tagli alla spesa «…chi cacciò da palazzo Chigi Carlo Cottarelli», l’allora commissario alla spending review, «fa un certo effetto…».

Acqua sul fuoco è quella che cerca di buttare il Ministro per la Salute Roberto Speranza: «Dobbiamo tutti impegnarci. L’Italia ha problemi enormi e grandissimi di fronte. Abbiamo bisogno di unità e coesione per mettere al centro i problemi. Ce ne sono già tanti, eviterei di crearne altri».

Resta il fatto che lamarciadel Governo Conte si avventura in un vero e proprio campo minato: non è solo la manovra economica; ci sono ora i rapport con gli Stati Uniti, le polemiche sul Russiagate, sugli F35. Le fibrillazioni crescono ogni giorno, e il banco di prova per la tenuta dell’Esecutivo la questione del taglio dei parlamentari. «Non mi aspetto solo un voto di maggioranza, ma un voto trasversale del Parlamento», dice Luigi Di Maio; è un guanto di sfida ai parlamentari di centrodestra: «Leggo di alcune forze politiche che vorrebbero assentarsi, di parlamentari di opposizione che non vorrebbero venire in Aula. Vorrà dire che hanno scelto le poltrone al cambiamento»; e serpeggia il timore di qualche defezione, anche nella maggioranza.

Per Renzi ogni occasione è buona; e la soglia di sopportabilità si fa esigua. Al punto che un pazientissimo Andrea Orlando sbotta che la corda si può strappare: «Non è che se un ultimatum lo lanci dal Papeete è peggio che se lo lanci dalla Leopolda: gli ultimatum non vanno lanciati, perché sennò si sfascia tutto». Orlando parla, ma certamente Zingaretti lo pensa. Renzi replica con la logora, ripetitiva ammonizione: «Fai la Guerra al Matteo sbagliato». Dal ‘palcoscenico’ offerto da Lucia Annunziata assicura che non vuole far cadere il Governo, fa una sorta di retromarcia sulle richieste er la manovra economica «in nome del quieto vivere, purché non aumenti l’Iva»; la diffidenza e il guardarsi in cagnesco, tuttavia, restano, e resteranno.

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