giovedì, Dicembre 12

Il Governo messicano ha sete di Coca Cola L'impianto della Coca Cola estrae litri di acqua e ciò che resta è insufficiente. Ma chi è complice della nota azienda?

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Secondo le statistiche, il messicano medio beve più di 700 bicchieri di Coca-Cola all’anno, quasi il doppio di quello che gli stessi statunitensi bevono. Circa 150 litri a persona, dati che fanno schizzare il Paese in alto alla classifica dei consumatori nel mondo, superando Cile, Panama, Argentina e molti altri. In termini economici, la tendenza è evidente in quanto le vendite globali di The Coca Cola Company rappresentano circa l’11% di quelle totali. L’iconica bevanda gassata è considerata una parte essenziale delle abitudini alimentari del popolo messicano e può essere trovata anche dove non c’è acqua potabile. Questo è il principale dei problemi. 

A San Cristóbal de las Casas, nello stato meridionale del Chiapas, sorge l’impianto di imbottigliamento della Coca-Cola, noto per essere stato messo sotto accusa dal ‘New York Times’ dopo una pubblicazione che ha esposto il ruolo dell’azienda nella regione.

Ecco il punto: all’impianto di cui parliamo è concesso di estrarre più di 300.000 litri d’acqua al giorno da fonti idriche locali; ovviamente, ciò che resta agli abitanti di San Cristóbal è insufficiente e limitato alle acque superficiali, una risorsa in diminuzione a causa dei cambiamenti climatici. I cittadini sono così costretti a comprare l’acqua da camion privati e l’alternativa, chiaramente, è quella di bere Coca Cola, molto più accessibile a tutti, sia in termini di prezzo che di logistica. Il bicchiere è bello che servito.

Ma andiamo con ordine. Dove sono da rinvenirsi le radici di questo consumo cosi massiccio?

La Coca-Cola non è sempre stata cosi popolare nella cultura messicana; poi, all’inizio degli anni ’70, una grossa campagna pubblicitaria approda in Messico e la musica cambia. Solo qualche momento più tardi, l’azienda americana decide di farsi avanti per sponsorizzare le Olimpiadi di Città del Messico e la Coppa del Mondo. Da allora, è stato il boom. La Coca-Cola diventa così popolare che nel 1970 furono rete note le imprese dell’allora presidente Luis Echeverría che voleva ottenere la ricetta e nazionalizzarla. Il suo fu solamente un tentativo mal riuscito ma anche una importante testimonianza di quanto fossero strettamente intrecciati la Coca-Cola e la politica messicana. Sin da subito. 

L’intreccio e la popolarità della bevanda dalla ricetta segreta crescono di pari passo fino a quando uno dei suoi addetti alle consegne diventa presidente della Coca-Cola in Messico e, poi, Presidente dell’intero Paese: stiamo parlando di Vicente Fox. 

L’azienda e le sue campagne pubblicitarie hanno continuato a fare breccia nella mente dei messicani e la dipendenza pervade ogni aspetto della vita locale, inclusa la religione. Nella parte più meridionale del Messico, nello stato del Chiapas, si trova la ‘Chiesa della Coca-Cola’, a San Juan Chamula. Qui, dove il cattolicesimo si unisce ad un credo locale, pare che i parrocchiani della chiesa credano nel potere della bevanda nell’eliminare il male dall’anima. Qualche anno fa, hanno iniziato ad utilizzare Coca-Cola durante le cerimonie religiose o come decorazione accanto all’altare. Stessa cosa nelle comunità indigene, come i Tzotzil, dove le campagne di marketing riescono più facilmente nel loro scopo.

Niente di nuovo, comunque. Nel 2017, la comunità indigena di San Felipe Ecatepec ha dovuto affrontare una simile situazione: i locali hanno protestato camminando due ore intere per ottenere acqua potabile pulita mentre l’impianto di imbottigliamento di proprietà della FEMSA -la multinazionale leader per la distribuzione di bevande in Messico- utilizzava senza scrupoli una media di 1,08 milioni di litri di acqua al giorno. Le condizioni della comunità sono finite sotto gli occhi di mezzo mondo e i riflettori si sono accesi sul Governo messicano affinché migliorasse le forniture di acqua e le strutture igienico-sanitarie per la popolazione.

Tornando a noi, poiché l’approvvigionamento idrico locale è essenzialmente inesistente, le persone sono diventate del tutto dipendenti dalla Coca-Cola culturalmente, per esigenza fisica, ma anche economicamente. L’impianto di San Cristóbal de las Casas, infatti, impiega circa 400 persone e contribuisce con circa 200 milioni di dollari all’economia dello Stato. La verità è  sotto gli occhi di tutti: senza questa fonte di lavoro, il tasso povertà nella zona peggiorerebbe. Trarne le conclusioni è piuttosto semplice: l’impatto di questa abitudine sulla salute sono devastanti. Il consumo della bevanda zuccherina al posto dell’acqua ha fatto salire a picco i casi di diabete e di obesità nella popolazione. Ma se la causa può dirsi ormai nota, dove possiamo trovare i ‘colpevoli’?

Il Governo qui è il complice. In passato, infatti, ha investito poche risorse nello sviluppo e nella sostenibilità delle risorse idriche e sembra essere più disposto a negoziare con le imprese piuttosto che aiutare i propri cittadini. Si capisce; quando si tratta di salute pubblica, la responsabilità è -almeno in parte- sempre imputabile alla mala-gestione governativa. Lo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle imprese e l’inazione nei confronti delle necessità dei cittadini hanno portato il Paese ad questa dipendenza che ora pone una sfida enorme da risolvere. 

La stasi amministrativa è un tema comune in Messico negli ultimi anni. Secondo la National Water Commission (Conagua) -responsabile per l’assegnazione dell’acqua- 9 milioni di messicani non hanno accesso all’acqua potabile, e almeno altri 10.2 milioni non dispongono di infrastrutture igienico-sanitarie di base nelle loro case. Questo problema di indisponibilità delle risorse idriche è ulteriormente aggravato dai tagli di bilancio ai fornitori di acqua municipale e dalle condotte idriche non mantenute e fatiscenti che perdono grandi quantità di acqua. A causa di questa mancanza di accessibilità, i cittadini di 29 milioni di famiglie fanno affidamento su servizi di consegna dell’acqua piuttosto irregolari.

Pedro Moctezuma, coordinatore del Water Sustainability Program presso la Metropolitan Autonomous University ha affermato diverse volte che la Conagua sia la causa della grave gestione idrica del Paese, suggerendo che sarebbe opportuno inserire la società civile nella discussione politica sulla disponibilità di acqua, una risorsa internazionalmente considerata come un diritto inalienabile.

Finora, l’interesse redditizio del Governo ha sacrificato i bisogni del popolo messicano e sebbene sia stato chiesto più volte di trivellare pozzi più profondi e destinare risorse idriche a chi dovrebbe averle primariamente, la politica non ha stanziato l’investimento necessario per soddisfare tali richieste. In una delle ultime mosse, l’ex Presidente Enrique Peña Nieto ha firmato dieci decreti con l’intenzione di rimuovere i divieti su 500 bacini idrologici, circa il 55% dei laghi e dei fiumi messicani. Tradotto: nessuno ostacolo all’estrazione e teoricamente più accessibilità di acqua potabile per i cittadini. Ma alcuni diffidano delle intenzioni reali e considerano i decreti un potenziale sentiero per la privatizzazione idrica. Tra i sostenitori sono comparsi i nomi del Presidente e del CEO del WWF in Messico, un sostegno che, da un lato,  sembra promettente ma, dall’altro, mica tanto.

Prestate attenzione: il WWF è stato un partner fidato della Coca-Cola dal 2007 e la Coca-Cola stessa ha contribuito in modo significativo ai progetti del WWF. Odore di sospetto coinvolgimento? Non sarà forse che l’eliminazione delle barriere di estrazione vada ad avvantaggiare le operazioni dell’azienda nel Paese? Mah.

I più scettici pensano anche al beneficio che da questo accesso potrebbero avere sia le società private che il Governo stesso. Secondo Rodrigo Gutiérrez, ricercatore presso l’Istituto di ricerca dell’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM), i decreti hanno convertito i bacini proibiti in uso pubblico in modo che chiunque, anche le società private, potranno accedervi perché cosa ritenuta di ‘utilità pubblica’. L’eventuale concessione a società private priverebbe  ulteriormente il popolo messicano di una risorsa essenziale.

E meno male che acqua e servizi igienico-sanitari sono un diritto umano fondamentale; lo troviamo anche nella Risoluzione 64/292 delle Nazioni Unite (28 luglio 2010). Ma in Messico, le grandi imprese e il Governo non hanno fatto bene i conti e i cittadini ne stanno pagando le conseguenze. Spetterà al nuovo Governo andare oltre le semplici buone intenzioni e intraprendere progetti concreti. Fino ad allora, il dubbio non può che restare.

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