lunedì, Maggio 27

Il giudice che indagò sul nucleare e finì per essere indagato Romano Dolce subirà un calvario lungo 14 anni tra interrogatori, processi e perizie psichiatriche

0

Sono passati tanti anni, ma l’ex sostituto procuratore di Como, Romano Dolce, quei giorni del 1991 non li ha più dimenticati. Sono stati i giorni più intensi della sua vita: il magistrato aveva messo le mani su traffici indicibili di cui nessuno ha mai avuto il coraggio di parlare, né allora né oggi.

A Como erano in corso misteriose vendite di plutonio, un materiale che serve per costruire l’arma più micidiale di tutte: la bomba atomica. Per qualche anno il sostituto procuratore era andato avanti nelle indagini quasi da solo, tra mille difficoltà. A seguire lo sviluppo della sua inchiesta, prima da Palermo e poi da Roma, c’era stata soltanto una persona: il giudice Giovanni Falcone, che veniva costantemente aggiornato sulle sconcertanti scoperte che il collega Dolce stava facendo sul confine tra Italia e Svizzera.

Nessuno dei due magistrati porterà a termine quelle indagini: Falcone morirà a Capaci nel maggio del 1992. Due anni dopo Dolce sarà allontanato dalla magistratura e costretto a difendersi da un’assurda accusa di traffico d’armi. Finirà per essere riammesso alla sua professione solo nel 2008, a 74 anni.

Raccontare cosa accadde in quei giorni non è semplice e forse è anche pericoloso. Ma l’ex giudice di coraggio ne ha ancora da vendere.

Era l’ottobre del 1991: un cittadino svizzero, M. Karl Friederich Federer, era appena stato arrestato con i suoi tre complici sul confine tra Italia e Svizzera per il possesso di 0,3 milligrammi di plutonio. Una quantità di materiale irrisoria, che però era solo un campione: Dolce, nel corso degli interrogatori, viene a sapere che in un deposito in Svizzera sono custoditi 30 chilogrammi di uranio e 10 di plutonio. Con quel materiale si può fabbricare più di una bomba atomica.

I giorni che seguono questa scoperta sono surreali, quasi da film di spionaggio: dopo l’arresto di Federer a Dolce viene offerta una cifra enorme su un conto cifrato in Svizzera in cambio della chiusura delle indagini. Il magistrato rifiuta e fa capire di essere determinato a proseguire fino in fondo.

Si arriva al patteggiamento, ma l’incontro con l’avvocato di Federer lascia Dolce esterrefatto: il legale porta con sé alcuni personaggi di fattezze mediorientali, arabi, forse persiani, che assistono in assoluto silenzio alla conversazione con il magistrato senza proferire una sola parola. L’impressione di Dolce è che siano proprio loro a guidare il gioco e che l’avvocato di Federer possa prendere decisioni solo dopo essersi consultato con i mediorientali. E Dolce comincia a intuire che forse il plutonio è diretto in Medio Oriente. Nel giro di pochi giorni si arriva al patteggiamento: Federer collabora e viene liberato.

Dolce ha ricevuto molte informazioni e ha elementi in più per proseguire: ben presto comincia a indagare sulla fuoriuscita di materiale radioattivo dai paesi dell’ex Unione Sovietica, ma anche sulle tecnologie che servono a sviluppare il plutonio, un materiale da laboratorio che in natura non esiste e che si può ottenere riprocessando l’uranio impoverito. Queste tecnologie vengono tutte dagli Stati Uniti.

Le indagini subiscono un’accelerazione quando Dolce comincia a collaborare con un questore svizzero, il delegato Medici. Nel giro di qualche mese il sostituto procuratore di Como riesce a tendere un agguato a un gruppo di contrabbandieri di uranio impoverito destinato all’Italia: vengono tutti arrestati in un hotel di Zurigo, in Svizzera. Tra loro ci sono due fratelli, Alexander e Vladimir Kuzin.

È a questo punto che entra in scena il discusso e notissimo Aldo Anghessa: ex 007, personaggio misterioso, risulta coinvolto in mille intrighi e mille traffici che dagli anni 80 si dipanano fino ai nostri giorni. Anghessa a Dolce racconta che i due fratelli Kuzin sono russi. Ma Dolce non ci casca: scopre che Alexander Kuzin non è affatto russo, ma austriaco e ha i suoi uffici nel cuore di Vienna, a pochi passi dalla sede dell’Aiea, l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Kuzin ha una succursale anche in Italia, a Reana del Roiale, nei pressi di Udine. Dolce si rende conto che i due fratelli sanno tantissimo e godono di eccellenti protezioni. Li interroga e viene a sapere che i due custodiscono tranquillamente l’uranio impoverito in cassette di sicurezza all’interno di banche svizzere. Ma quello che lascia più perplesso il magistrato è l’esito del processo ai due Kuzin in Svizzera: dopo sette giorni vengono inspiegabilmente rilasciati senza alcun motivo.

Dolce è uno tenace: le difficoltà sono tante, ma la volontà di arrendersi non arriva. Nella trama incredibile che sta dipanando ci sono altre sorprese: il magistrato di Como nel 1993 viene a sapere che i carabinieri hanno sequestrato una valigia gettata misteriosamente in un corso d’acqua durante un inseguimento a pochi passi dalla base militare americana di Vicenza. Dentro c’è ancora una volta plutonio.

Intanto, l’inchiesta di Como non porta nulla di buono al giudice. Nessun riconoscimento, nessun avanzamento di carriera. Anzi, arrivano le prime grane e proprio dalla Procura per cui Dolce lavora. Le indagini stanno procedendo a ritmo incalzante. Tra arresti e sequestri, a volte arrivano delle soffiate. Nel 1993 due scienziati nucleari con i quali il giudice sta collaborando lo chiamano in procura e gli raccontano che alla stazione di Chiasso ci sono due vagoni diretti in Italia che stanno facendo impazzire i contatori Geyger. Dentro c’è sicuramente materiale radioattivo come quello che il giudice ha già sequestrato. Dolce organizza un vertice in Procura e convoca i funzionari doganali per procedere al nuovo sequestro. Ma le cose non vanno affatto per il verso giusto: il procuratore di Como, Mario Del Franco, non autorizza il sequestro e lo invita a non occuparsi disciocchezze’. Le indagini sui traffici di plutonio stanno per chiudersi in un modo paradossale.

Dolce sta inseguendo diverse piste, non solo quella del plutonio: ha scoperto che i traffici di armi convenzionali seguono le stesse rotte di quelle dei materiali nucleari. Nel 1994 ha aperto un’inchiesta su un misterioso traffico di fucili mitragliatori ‘Spectre’. I mitra, fabbricati dalla ‘Società italiana tecnologie speciali(Sites) di Torino, stavano alimentando la guerra allora in corso in Bosnia ed Erzegovina. Ma a insaputa di Dolce accade l’inspiegabile: il procuratore di Como decide di chiudere le indagini. E come in un intricata ‘spy story’ arriva l’incredibile colpo di scena: il giudice Dolce viene a sua volta indagato per traffico d’armi. Nell’accusa della procura di Brescia le mitragliatrici Spectre che il giudice aveva sequestrato, si trasformano in armi che Dolce stava acquistando per sé in Svizzera. Dopo essere stato detenuto per un mese nel carcere di Brescia in una cella illuminata notte e giorno, l’ex giudice subirà un calvario lungo 14 anni tra interrogatori, processi e perizie psichiatriche. Sarà assolto in Appello per non aver commesso il fatto e riammesso tardivamente in magistratura.

Ancora oggi Romano Dolce ricorda con affetto il suo incontro con Giovanni Falcone al ministero di Grazia e Giustizia a Roma. La confidenza ormai è quasi routine tra i due giudici che di quei traffici di materiali nucleari ormai hanno capito molto, troppo. È il mese di maggio del 1992, manca una settimana alla strage di Capaci. Falcone offre aiuto a Dolce perché sa che non può più continuare da solo ed è in grave pericolo. Dolce è commosso perché finalmente è davanti a qualcuno che lo sostiene. Guarda il collega e gli chiede: “ma non hai nostalgia di Palermo?” E Falcone sorridendo gli risponde: “mah, sai ci vado tra una settimana. Comunque, sono tranquillo, viaggio su un aereo dei servizi. Vieni anche tu?”

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore