sabato, Agosto 8

Il gioco pericoloso di Netanyahu Quanto più la data delle elezioni parlamentari in Israele si fa vicina, più intensa diventa la lotta politica, non solo nello stesso Paese ma anche negli Stati Uniti

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Quanto più la data delle elezioni parlamentari in Israele si fa vicina, più intensa diventa la lotta politica, non solo nello stesso Paese ma anche negli Stati Uniti.

Pertanto, per valutare questa lotta politica è indispensabile dare uno sguardo più profondo ai motivi alla base della recente visita del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu negli Stati Uniti e ai suoi risultati. Si noti che questo viaggio è stato fatto senza un “invito speciale” da parte del presidente americano, perseguendo l’unico obiettivo di sfruttare la tensione attorno al programma nucleare iraniano. Netanyahu ha voluto, con questo gesto, risvegliare la ‘coscienza nazionale’ degli ebrei che vivono negli Stati Uniti, in modo da poter ottenere un interesse per le questioni di sicurezza che riguardano Israele e sostenere la posizione anti-iraniana.

E’ estremamente curioso che il partito di centro-destra Likud, prima che il suo leader Benjamin Netanyahu si avventurasse nel viaggio rischioso in America, riscuotesse grandi consensi e una possibilità di vincere le elezioni del 17 marzo, l’eventuale vittoria avrebbe permesso a Likud di formare un nuovo governo guidato da Benjamin Netanyahu, ma ad oggi tutto ciò sembrerebbe una storia lontana.

E’ un fatto ben noto che la comunità ebraica negli Stati Uniti è diversa da qualsiasi altra comunità etnica (in confronto a grandi comunità come quella irlandese) per la capacità di risolvere i vari problemi che sono, in un modo o nell’altro, legati alla dimensione ebraica. Anche se le associazioni ebraiche negli Stati Uniti possono avere posizioni diverse su alcune questioni, negli ultimi 60 anni, l’80% degli ebrei negli Stati Uniti ha sempre votato per il Partito Democratico ma, negli ultimi anni, un certo numero di eminenti politici repubblicani ha messo un sacco di sforzi nel tentativo di cambiare questa tendenza, senza risultati evidenti.

Si ritiene che la più influente organizzazione ebraica negli Stati Uniti sia l’AIPAC (Comitato dei Pubblici Affari Israelo-Americani), in quanto è stata da sempre sostenitrice degli interessi israeliani, sia al Congresso che nell’amministrazione statunitense. Questa organizzazione ha più di 100.000 membri attivi, due dozzine di uffici regionali e una lunga lista mozzafiato di ‘sponsor’. Eppure, negli ultimi 20 anni l’AIPAC è diventata una organizzazione estremamente conservatrice, promuovendo le politiche dei partiti israeliani di destra, in particolare quelle del Likud.

C’è un’ altra potente unità ebraica negli Stati Uniti: la Conferenza dei presidenti delle maggiori organizzazioni ebraiche americane che, unisce più di 50 organizzazioni ebraiche nazionali. Storicamente si occupa di problemi ebraici negli Stati Uniti, quindi, il sostegno che avrebbe potuto fornire al Likud non risulterebbe così importante.

Ma ultimamente, una nuova organizzazione, la J Street, creata nel 2008 come forma di opposizione all’AIPAC, è diventata sempre più popolare negli Stati Uniti. Fondata dal ex consigliere di Bill Clinton, Jeremy Ben-Ami, e George Soros, elencato anche tra i suoi principali sponsor. Questa organizzazione sostiene la campagna lanciata dal presidente Barack Obama contro il Governo di Benjamin Netanyahu ed è riuscita a radunare un numero di organizzazioni liberali e di partiti politici, sia in Israele che negli Stati Uniti. Pur dichiarando il suo pieno sostegno ad Israele, J Street insiste sulla soluzione pacifica del conflitto arabo-israeliano. J Street ha attirato molti consensi tra le comunità ebraiche, tra gli arabi che vivono negli Stati Uniti, tra i rappresentanti del business e tra altri gruppi interessati alla soluzione pacifica della crisi mediorientale.

Così, il conflitto tra Obama e Netanyahu su numerose questioni riguardanti gli approcci alla sicurezza del Medio Oriente, si fanno sempre più fitti. Il Primo Ministro israeliano, il 3 marzo ha tenuto un discorso di fronte a una sessione congiunta del Congresso degli Stati Uniti, nel suo discorso, Benjamin Netanyahu ha cercato, con grande enfasi, di dissuadere i legislatori statunitensi ad approvare l’accordo con l’Iran sul programma nucleare cosa che, l’amministrazione Obama prevede di redigere entro la fine di marzo.

Così, Netanyahu non ha solo tentato di minare, in modo significativo, gli sforzi di Washington che premono per giungere ad una soluzione pacifica del problema iraniano ma, ha anche scagliato un colpo alla credibilità di Barack Obama. Quindi non c’è da stupirsi se la maggior parte delle comunità ebraiche negli Stati Uniti, già a sostegno dei democratici, abbiano criticato la mossa di Netanyahu, e abbiano firmato petizioni contro di lui.

In Israele, a seguito della visita di Netanyahu negli Stati Uniti, ci sono state divergenti opinioni non solo espresse da numerosi politici e organizzazioni pubbliche ma anche dai rappresentanti dei servizi segreti israeliani. L’intelligence israeliana Mossad sembra condividere le opinioni espresse dal primo ministro Netanyahu nel 2012, riguardo la capacità iraniana di creare una bomba nucleare ‘in un solo anno’, questo fatto fu dichiarato dal quotidiano britannico The Guardian. Un ex capo dei servizi segreti israeliani Meir Dagan ha detto, senza mezzi termini, che la politica di Netanyahu sta portando Israele ad un disastro.

In queste condizioni difficili, un numero significativo di ebrei americani, si è schierato con Obama e con il Partito Democratico. Un numero crescente di pubblicazioni, successive alla visita di Netanyahu, esprimono una posizione critica nei confronti del Governo israeliano, sottolineando una volontà di cambiamento e una creazione di un Governo non ostile alle politiche di Obama.

La ‘performance’ di Netanyahu al Congresso è improbabile che abbia cambiato le simpatie degli ebrei che vivono negli Stati Uniti, quelli che rimangono fedeli al Partito Democratico e quelli repubblicani. Tuttavia, è evidente che questo discorso abbia deteriorato, in modo profondo, le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Israele, nonostante il Primo Ministro israeliano sostenga che «L’unione di Israele con gli Stati Uniti sia più forte che mai».

 

Traduzione a cura di Marzia Quitadamo

 

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