sabato, Dicembre 7

Il Giappone e la guerra elettronica La situazione nordcoreana è molto intricata e il Giappone, spettatore interessato, vuole correre ai ripari. Ne parliamo con Dario Fabbri, Limes

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Nella intricata e complessa situazione nordcoreana, c’è uno spettatore molto interessato, che prova in tutti i modi a dire la sua, ma che non riesce a prendere parte da protagonista sui tavoli delle trattative. È il Giappone. Il Paese del Sol Levante sarebbe la prima vittima in caso di deflagrazione del conflitto e non è un caso che a Tokyo si stia preparando un piano di complessivo riarmo, si stiano ultimando piani e programmi difensivi per non essere colti impreparati nel caso in cui le cose dovessero precipitare. D’altro canto, benché la crisi nordcoreana sembri essere a un punto di relativa calma, l’imprevedibilità del regime di Pyongyang ha fatto maturare ben più di una ragione per non ritenere la pace acquisita una volta per tutte: è di pochi giorni fa la notizia dell’invio di forze aeree in Giappone da parte di Australia e Nuova Zelanda per mettere pressioni sulla Corea del Nord, non molto incline a procedere lungo la strada della nuclearizzazione.

All’interno del piano di riorganizzazione difensiva e bellica del Giappone, un grosso ruolo sarà rivestito dalla cosiddetta electronic warfare, ossia ‘guerra elettronica’. In che cosa consiste? Si tratta di una nuova declinazione del conflitto, che cerca di sfruttare la totale dipendenza degli Stati moderni alle tecnologie che sfruttano il campo elettromagnetico. Sotto questo termine, si raccolgono una serie di strategie e problematiche nuove, che nascono con l’implementazione di questo nuovo tipo di guerra. Esisteranno quindi le tecnologie pensate per un uso offensivo della guerra elettronica, per andare a individuare, colpire e neutralizzare elementi o fonti del campo elettromagnetico in mano avversaria; altre, invece, saranno pensate per un uso difensivo, per schermare i propri aerei, le proprie fabbriche o le proprie centrali dagli attacchi nemici (o per evitare che i propri attacchi abbiano, come effetto collaterale, il danneggiamento di elementi del campo amico); nasceranno funzioni di supporto alla guerra elettronica, elementi complementari per renderla più efficace, e così via. La semplice nascita di un solo nuovo tipo di conflitto prevede una riorganizzazione dell’apparato bellico.

Come mai il Giappone ha deciso di percorrere questa strada? Quanto ha inciso il contesto in cui si trova, suo malgrado, ad operare? Ne abbiamo parlato con Dario Fabbri, responsabile di Limes per gli Stati Uniti.

Innanzitutto, ci sono ragioni di costi. “Costruire una marina di livello mondiale è impossibile, occorrerebbe il PIL di Cina e Stati Uniti per farlo; dotarsi di una serie di hacker che possono provocare danni enormi agli avversari anche a distanze enormi costa molto meno”, spiega Fabbri. “È un tipo di guerra che, al momento, non è ancora stata utilizzata, ma potrebbe avere pesanti sviluppi futuri: si potrebbe, per esempio, agire mettendo in tilt la produzione elettrica di uno Stato, danneggiare i sistemi operativi di una caserma, etc. Siamo in un ambito limitato, se si ha come obiettivo la distruzione completa di un nemico, ma dagli effetti pratici ancora da definire completamente. Stiamo parlando dell’unico ambito, dell’unica dimensione militare nella quale gli Stati Uniti non spadroneggiano, perché è un ambito che ci si può muovere con maggior facilità”. Ed è per questa ragione, aggiunge Fabbri, che la Corea del Nord si è da tempo dotata di un apparato di electronic warfare all’avanguardia.

Inoltre, è un settore ancora relativamente giovane, inesplorato: è un terreno che gli Stati Uniti hanno deciso ancora di non battere. Ma quella economica non è l’unica ragione. Come spiega Fabbri: “L’attivismo del Giappone in questo ambito va considerato in ottica difensiva, per difendersi dai nordcoreani, e offensiva, per portarsi all’avanguardia nel campo della guerra elettronica. Inoltre, l’opinione pubblica giapponese, ancora scottata dalla Seconda Guerra Mondiale, non è ancora convinta della necessità di un riarmo. Dotarsi di un efficace apparato per la guerra elettronica calma anche i timori del popolo giapponese: è un modo per prepararsi a una guerra ritenuta meno pericolosa, una guerra meno ‘guerra’”.

L’attuale dotazione giapponese di electronic warfare viene utilizzata esclusivamente per scopi di addestramento e raccolta informazioni. Gli aerei in suo possesso non sono stealth: grossa parte degli investimenti in questo ambito sarà, ad esempio, riservato a dotare i 200 jet in possesso dell’ASDF (Air Self Defense Force) di opportune schermature da eventuali attacchi elettronici. Preparare e implementare sistemi di attacco, oltre che di difesa, sarà parte del piano di espansione della guerra elettronica giapponese. Il piano verrà presentato nel dicembre 2018, con il rilascio delle Linee guida del programma nazionale di difesa.

Nonostante ciò, il Giappone non può pensare di sostituirsi agli Stati Uniti nella gestione della pace. Fabbri aggiunge che: “Ciò sarebbe stato possibile solo se Washington avesse mosso guerra contro la Corea del Nord, ma così non è stato, perché non si considerano capaci di distruggere tutto l’arsenale con un attacco: ne occorrerebbe uno monumentale e nemmeno l’opinione pubblica USA sarebbe favorevole”. Tuttavia: “Il Giappone prova a inserirsi nella partita: è diventata una questione interna a Stati Uniti, Cina, Russia e Corea. Ne è stata tagliata fuori, pur essendo una questione vitale per Tokyo. Con questi annunci prova a riaccreditarsi nella partita. Il Giappone ne ha tutto l’interesse, perché sarebbe la prima vittima in caso di deflagrazione del conflitto: è dirimpetto alla penisola coreana e, se c’è una cosa che accomuna i coreani del nord e del sud, quella è proprio l’odio verso il Giappone”.

Non bisogna farsi ingannare dagli attuali buoni rapporti fra le due Coree: anzi, dal punto di vista nipponico, il nuovo corso dei rapporti intercoreani potrebbe portare a una serie di nuovi problemi: “Non c’è solo la preoccupazione della bomba, a cui la Corea del Nord non rinuncerà, ma anche l’avvicinamento pericoloso fra Seul e Pyongyang, con il rischio – in ottica giapponese – che i rapporti fra le Coree migliorino ulteriormente, accomunati nell’odio verso l’ex colonizzatore nipponico, che ha lasciato un pessimo ricordo. Tokyo si ritroverebbe a che fare con una penisola semiunificata, unita dall’odio che potrebbe assumere contorni davvero inquietanti”.

La situazione nordocoreana tiene sulla corda il Paese del Sol Levante. E fanno bene dalle parti di Tokyo a dormire con la luce accesa. Conclude Fabbri: “Siamo da tempo in una fase di negoziato permanente. La Corea del Nord non ha intenzione di rinunciare alla bomba atomica, potrebbe al massimo limitarsi a ridurre il proprio arsenale. Su questo si gioca la battaglia fra Stati Uniti e Corea del Nord, che, secondo gli USA, non starebbe i nemmeno quei gesti simbolici che si aspetterebbe dal regime. Ecco che, quindi, vengono inviati mezzi per applicare pressione su Pyongyang e non solo: anche la Russia ne è oggetto, essendo stata penalizzata per aver trasferito petrolio in Corea, nonostante l’embargo che dovrebbe esserci. Servono per chiedere alla Corea di dimostrare buona volontà sulla via della denuclearizzazione, ma fungono quindi anche da avvertimento per Russia e Cina, che continuano a commerciare con il regime nonostante l’embargo”.

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