martedì, Novembre 12

Il Giappone cresce in Africa, ma la Cina è lontana Strategie e interessi del Giappone nel continente nero, ne parliamo con Noemi Lanna

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Dal 28 al 30 agosto scorso, a Yokohama, si è svolta la settima edizione della Tokyo International Conference on African Development (TICAD). Istituita nel 1993, quando dopo la fine della guerra fredda iniziò a scemare l’interesse dei Paesi sviluppati nel fornire assistenza alle Nazioni africane, la TICAD si riunisce ogni tre anni – fino al 2013 ogni cinque – e ha l’obiettivo di rafforzare il processo di sviluppo del continente nero su più livelli: infrastrutture, sicurezza, tecnologia, agricoltura, educazione, commercio.

In questo senso è importante la presenza delle Nazioni Unite, con il Programma di Sviluppo (UNDP), della Banca Mondiale e della Commissione dellUnione Africana che, insieme al Giappone che guida levento, organizzano congiuntamente la Conferenza. Un esempio del ruolo svolto dalla TIDAC negli anni è riportato all’interno sito ufficiale del Ministero degli Esteri giapponese: tra il 2008 e il 2013, il Giappone ha costruito in Africa 1.321 scuole elementari e medie, implementato 4.778 strutture sanitarie e mediche e rifornito di acqua potabile 10,79 milioni di persone.

La TIDAC di quest’anno aveva come tema ‘Avanzare lo sviluppo dell’Africa attraverso le persone, la tecnologia e l’innovazione’ e vi hanno partecipato le diplomazie di 42 Stati africani, il numero più alto da quando è stata riunita per la prima volta la Conferenza.

Al di là dei temi e degli obiettivi, una così forte presenza africana e il respiro multilaterale del summit permettono al Giappone di perseguire i propri interessi senza tutte quelle ombre e quei dubbi che ruotano intorno agli investimenti che la Cina sta portando avanti in Africa.

Come ha spiegato il Primo Ministro nipponico, Shinzo Abe, durante la sessione di apertura della Conferenza, negli ultimi tre anni gli investimenti privati ​​giapponesi in Africa hanno raggiunto i 20 miliardi di dollari, mentre 10 miliardi sono stati finanziati dal Governo di Tokyo, che ha esteso l’assistenza ufficiale allo sviluppo. Si è così raggiunto l’obiettivo dei 30 miliardi per le infrastrutture promessi nel corso della TIDAC VI tenuta a Nairobi nel 2016.

Grazie alla percezione positiva che godono i suoi investimenti, il Giappone è riuscito ad avviare importanti progetti infrastrutturali in Africa, nei quali gioca un ruolo fondamentale la Japan International Cooperation Agency (JICA), che coordina l’assistenza giapponese all’estero. Ma la vera grande forza delle opere giapponesi  è la riconosciuta qualità delle infrastrutture e dei prodotti

Fra i progetti finanziati dalla JICA vi è la costruzione della linea di trasmissione metropolitana di Kampala che trasporta elettricità dalla diga di Karuma: piano da 125 milioni di dollari sottoscritto nell’aprile del 2018 dal Ministro delle Finanze ugandese, Matia Kasaija, dal rappresentante di JICA in Uganda, Fukase Yutaka, e dall’Ambasciatore giapponese, Kazuaki Kameda.

Il 4 luglio 2017, JICA ha firmato un prestito di 112 milioni di dollari per l’assistenza allo sviluppo infrastrutturale attorno al porto di Mombasa, in Kenya. Il sistema di trasporto che collega il porto costiero di Mombasa con Uganda e Ruanda è parte della strategia di sviluppo del Governo kenyota che ha intenzione di rendere il Paese un hub di transito per le merci regionali. 

Altri importanti progetti hanno visto JICA coinvolta nella costruzione di ferrovie e autostrade che collegano la Tanzania allo Zambia e al Marocco. Due compagnie giapponesi, Penta-Ocean Construction Co. Ltd e Toa Corporation, si sono invece aggiudicate una serie di contratti per lo sviluppo del porto di Nacala, in Mozambico. E proprio il Mozambico potrebbe diventare nel futuro prossimo una delle hub di GNL a cui potrebbe appoggiarsi il Giappone, povero di risorse minerarie.

Ma la sempre più consistente presenza del Giappone in Africa è accertata anche da numeri e dati economici concreti. Dal 2007 al 2016 gli IDE (investimenti diretti esteri) del Giappone verso il continente nero sono passati da 3,9 a 10 miliardi di dollari. Nel 2017, il Giappone ha esportato merci dall’Africa per un valore di 7,5 miliardi dollari – di cui 2,5 miliardi in Sudafrica – e importato per 8,3 miliardi di dollari, tra cui ferro e platino.

Il totale delle aziende giapponesi che operano in Africa è passato da 520, nel 2010, a circa 800 nel 2018. Tra queste, le più attive sono la Toyota Tsusho Corporation, attiva in 53 Paesi africani; la Nissan; la NTT nel settore tecnologico; la Kansai Paint nel settore delle vernici e dei rivestimenti.

Se guardiamo solamente i numeri, però, il confronto con Pechino è abissale. Ad oggi, più di 3.700 aziende cinesi sono presenti in tutto il continente africano, dove vivono circa 1 milione di mandarini a fronte degli 8.000 giapponesi. Nel 2017, le azioni cinesi in Africa ammontavano a 43 miliardi di dollari; nel 2018,  il valore delle esportazioni si è attestato a 100 miliardi di dollari, così come quello delle importazioni.

Ma l’economia non è l’unico aspetto da considerare nella relazione tra Giappone e Africa: c’è anche la politica. La riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite è auspicata sia da Tokyo che dai leader africani, che insieme condividono l’ambizione di entrare a farvi parte: un obiettivo esplicitato nelle dichiarazioni del TIDAC.

La sicurezza, poi, è un altro punto fondamentale che lega l’Africa al Paese del Sol Levante, con quest’ultimo che – dopo l’apertura della base militare in Gibuti nel 2011 – vorrebbe coinvolgere sempre di più i Paesi africani della costa orientale nell’iniziativa Free&Open Indo-Pacific.

Per capire meglio quali sono gli interessi del Giappone in Africa e approfondire il confronto con la Cina, abbiamo intervistato Noemi Lanna,  Professore associato di Storia e Istituzioni del Giappone presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”.

 

A quando risale l’interesse giapponese per l’Africa?

I primi approcci dal punto di vista commerciale e diplomatico risalgono all’anteguerra. È nel secondo dopo guerra, però, in particolare negli anni ’60, che questo interesse viene istituzionalizzato: sul piano commerciale con iniziative della Confindustria giapponese, mentre sul fronte diplomatico un ruolo importante viene svolta dalla Associazione per lo sviluppo economico dell’Africa  fondata dal Partito Liberaldemocratico, all’epoca al governo. . Ciò dimostra che, nonostante la lontananza geografica, il Giappone ha sempre guardato con interesse al continente nero.

Perché Tokyo guarda sempre di più all’Africa? Può il bisogno giapponese di risorse minerarie, in particolare dopo il disastro di Fukushima del 2011, spiegare in parte questo interesse?

ì, in parte, ma gli interessi giapponesi in Africa sono di varia natura e cambiano rispetto al periodo storico preso in considerazione. La svolta, però, si ha con l’istituzione della TICAD all’inizio degli anni ’90, un periodo in cui cambia la diplomazia giapponese. Per Tokyo, l’Africa rappresenta un’area in cui adoperarsi nel settore dello sviluppo. Promuovere lo sviluppo, infatti, è uno degli obiettivi tradizionali del Giappone, che è attualmente il quarto Paese al mondo nell’erogazione di ODA (Official Development Assistance). Nell’ultimo decennio, il Giappone ha avuto l’ambizione di assumere un ruolo di primo piano a livello globale e, quindi, addossarsi maggiori responsabilità. Di fatto, soprattutto negli ultimi tre anni, il Giappone ha avuto un ruolo sempre più consistente in Africa, specie con il lancio dell’iniziativa Free&Open Indo-Pacific – che, non a caso, viene lanciata nell’ultima TICAD – ma anche nel resto del mondo. La promozione del TPP 11 e gli accordi firmati con l’UE nel 2018 testimoniano questa ambizione. Ovviamente, il Giappone coltiva anche i propri interessi nazionali. Tra questi il commercio, che segue due direzioni. Da una parte, vi è il bisogno di sopperire alla mancanza di materie prime: una mancanza che si è aggravata con Fukushima, ma che è una costante della politica giapponese, dato che è un Paese povero di risorse. Dall’altra, invece, deve tutelare le linee di comunicazione marittima, poiché il 90% del commercio giapponese avviene via mare. In questo senso giocano un ruolo cruciale le rotte africane.

Un’altra lettura che viene data alla relazione tra Africa e Giappone è l’ambizione di alcuni Paesi africani, così come Tokyo, di entrare a far parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Potrebbero sostenersi a vicenda per portare avanti le riforme in seno a quest’organo dell’ONU?

La riforma del Consiglio di Sicurezza (CdS) dell’ONU, con l’inclusione del Giappone e di una rappresentanza africana, è un obiettivo dichiarato nei documenti ufficiali e nella stessa dichiarazione di Yokohama. Se, come e quando questo obiettivo possa essere raggiunto è un’altra questione, anche perché è dalla fine della guerra fredda che si parla di riforma del CdS. Al di là delle ambizioni e gli obiettivi del Giappone, è un dato di fatto che vi è un CdS che riflette le relazioni di potere esistenti  del secondo dopoguerra, ma inadeguato a rappresentare la situazione attuale. Sono pessimista sul fatto che il Giappone possa raggiungere questo obiettivo nel breve periodo, anche perché bisogna considerare la resistenza degli attuali membri del CdS e gli interessi di attori terzi, come l’Italia, che avanzano le loro proposte.

Nonostante il Giappone sia presente in Africa da molto più tempo rispetto alla Cina, è evidente il gap nei confronti di Pechino. Come spiegare, dunque, che la presenza cinese, pur essendo più recente, è più massiccia rispetto a quella giapponese?

Per quanto riguarda il divario non bisogna guardare soltanto ai numeri. La questione, innanzitutto, è di tipo qualitativo e non solo quantitativo. Poi, in realtà, l’approccio di Tokyo non è bilaterale, quindi esclusivamente riferito al Giappone e all’Africa, ma è finalizzato alla realizzazione di forum multilaterale. Il TICAD è questo. Se l’intenzione del Giappone fosse stata solo quella di essere presente in Africa erogando aiuti ed esercitando la propria influenza, probabilmente avrebbe adottato una strategia bilaterale. Al contrario, attraverso il TICAD ha scelto la strada del multilateralismo, coinvolgendo ONU, Banca Mondiale e Unione Africana e lo ha fatto perché dietro questa decisione vi è un modo preciso di concepire lo sviluppo, basato sulla “ownership” e sulla “partnership”. Considerare anche il numero dei cittadini cinesi, o giapponesi, presenti in Africa è un po’ riduttivo. È complesso, però, valutare l’impatto di questi numeri, perché bisogna capire quanto dello sviluppo che viene prodotto è direttamente ascrivibile a questi sforzi e fino a che punto gli obiettivi dichiarati nelle varie conferenze sono stati raggiunti.

Shinzo Abe, durante le conferenze TIDAC, insiste sulla qualità dei prodotti e delle infrastrutture giapponesi Ma quale può essere il reale vantaggio del Giappone nei confronti della Cina in Africa? Cosa può dare di più Tokyo rispetto a Pechino e perché gli africani dovrebbero affidarsi maggiormente ai giapponesi?

La risposta sta nella storia del Giappone. Nella seconda metà dell’800 è stato il primo Paese dell’Asia orientale ad industrializzarsi. Il modo in cui è avvenuto questo sviluppo è diventato successivamente un modello per molti Paesi dell’Asia orientale. Lo abbiamo già visto negli anni ’80 con il cosiddetto ‘miracolo economico asiatico’, di cui, non a caso, il Giappone è stato il traino. Da una parte c’era il Giappone che trainava questa evoluzione, mentre dall’altra le Tigri Asiatiche che seguivano lo sviluppo giapponese, non solo in termini quantitativi, cioè con alti tassi di crescita del PIL, ma anche a livello qualitativo, cioè emulando le strategie di sviluppo nipponiche. Questo è quello che potremmo vedere in Africa. Un esempio lampante è il confronto tra Corea del Sud e Ghana. Alla fine della Guerra di Corea, all’inizio degli anni ’50, i livelli di crescita e di sviluppo umano della Corea del Sud erano sostanzialmente identici a quelli del Ghana. Trent’anni dopo, per effetto dell’applicazione del modello di sviluppo giapponese, la situazione era completamente cambiata. Oggi abbiamo una Corea del Sud estremamente competitiva nello scacchiere economico internazionale  a fronte di un Ghana che si dibatte ancora nelle spire del sottosviluppo.

Come sta reagendo la Cina a questo approccio giapponese al continente nero?

Di sicuro guarda con attenzione tutto quello che il Giappone sta facendo in Africa. Oltre all’aspetto puramente economico, c’è da considerare anche quello diplomatico. Qui entrano in gioco sia la Belt&Road Initiative che il Free&Open Indo-Pacific, in cui l’Africa è un tassello importante.

A proposito del Free&Open Indo-Pacific. Quanto è importante la sinergia afro-giapponese per questa iniziativa? E che ruolo gioca in tutto ciò la base militare giapponese in Gibuti?

L’Africa è fondamentale, soprattutto per le questioni che riguardano la tutela delle vie di comunicazioni marittime citata in precedenza. Lungo le coste africane passa anche il petrolio che Tokyo importa dal Medio Oriente. Anche per questo motivo, è importante per il Giappone essere un attore decisivo in Africa e tutelare i propri interessi. La presenza giapponese in Gibuti testimonia questa volontà con specifico riferimento alla tutela della libertà di comunicazione e alla difesa delle SLOC visto che affonda le sue radici nella partecipazione – a partire dal 2009 – alle iniziative multilaterali di contrasto alla pirateria.  La base delle forze di autodifesa marittima è stata istituita nel 2011 per consolidare la presenza nipponica in punto geostrategicamente rilevante. E’ importante anche ricordare che Non è una “base militare” in senso stretto, vista la natura giuridica e i limiti operativi delle Forze di autodifesa giapponesi  Tra l’altro, quando la base fu istituita, le reazioni della Cina non furono così critiche come ci si sarebbe potuti aspettare. A riprova del fatto che, sebbene vi sia una rivalità, ci sono anche delle convergenze: contrastare la pirateria era interesse prioritario tanto per la Cina, quanto per il Giappone.

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