giovedì, Gennaio 23

Il futuro sta nel reddito di cittadinanza? Simonetta Renga ci parla di un modello che va oltre il semplice reddito di cittadinanza

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C’è però chi sostiene che la crescente automazione dei processi produttivi determinerà un crollo dei posti di lavoro, e che quindi l’istituzione di misure di tipo universale sia ormai inevitabile

Qui dipende dal tipo di politica economica che si vuole portare avanti. Forse bisognerebbe riflettere sul fatto che occorrerebbe un investimento maggiore in risorse umane piuttosto che un’automazione ancora maggiore di quella che già c’è. Andrebbero trovate politiche economiche che siano sostenibili a livello sociale, che non vadano quindi a creare una massa di disoccupati con l’effetto di un cane che mi morde la coda: se non hai reddito non puoi comprare dei beni e a quel punto, semplificando, l’azienda che ha automatizzato la propria produzione per chi l’ha fatto?

L’errore che si fa in Italia è di pensare che le prestazioni sociali, tipo reddito minimo, possano compensare delle politiche economiche sbagliate. La sicurezza sociale arriva fino ad un certo punto, oltre al quale occorre reimpostare la nostra economia in modo diverso.

In che modo si può fare, dato che però il futuro del mercato del lavoro così come lo conosciamo sembra indirizzato sempre più verso l’automazione?

Già in passato alcuni studiosi avevano ragionato su un modello di società senza lavoro che amplia il campo d’azione del reddito anche ad attività come quelle di cura familiare. In questo senso è una buona idea, e su tali questioni politici ed economisti sono tenuti a ragionare.

È vero, ci sono tanti lavori veri e propri che sono svolti, ma che per ragioni socio-economiche non vengono retribuiti. Penso all’opera di cura che da secoli le donne si sobbarcano all’interno di una famiglia allargata, quindi nei confronti dei bambini ma anche degli anziani. Queste sono attività che andrebbero valorizzate e retribuite; il problema è che gli economisti dovrebbero adoperarsi per farli diventare impieghi a tutti gli effetti, capendo quale dev’essere la retribuzione e chi la deve erogare.
Va bene inventarsi nuovi lavori, purchè siano lavori veri. Ma allora qui non parliamo più di un reddito di cittadinanza.

Quindi non c’è spazio per un futuro sostenibile slegato dal concetto di lavoro retribuito?

Credo che l’uomo come animale sociale abbia bisogno di binari sui quali correre, perché se improvvisamente vengono a mancare tutte le regole, a quel punto facciamo fatica a condurre delle vite utili e strutturate. Il lavoro è una di queste regole perché dà identità alle persone, e nonostante tutti i discorsi futuristici che possiamo fare è e rimane elemento di identità.
Quindi da una parte serve un sistema assistenziale di protezione nei confronti della disoccupazione involontaria, dall’altra occorrerebbe una classe politica che invece di perdersi in liti di bottega abbia una visione strategica del futuro in grado di selezionare quali tra i lavori che al momento non sono retribuiti sono in realtà lavori veri, decidendo quindi come lo si monetizza e chi lo paga.

Abbandonare il concetto di lavoro a favore di un reddito di cittadinanza slegato da esso sarebbe un errore. Il lavoro ci da identità nonché il senso della nostra utilità.

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