domenica, Dicembre 15

Il futuro sta nel reddito di cittadinanza? Simonetta Renga ci parla di un modello che va oltre il semplice reddito di cittadinanza

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Tra chi da anni teorizza un reddito di cittadinanza, e l’ex premier Renzi che prima della tempesta che ha investito il PD lanciava l’idea di un lavoro di cittadinanza, la descrizione di una misura che nel nostro Paese sarebbe rivoluzionaria non brilla certo per chiarezza.
Ciò che è più ovvio invece è il tipo di tipo di scontro dialettico che già si è formato sulla questione, con chi la considera inevitabile per rispondere all’evoluzione del mercato del lavoro e chi al contrario denuncia il carattere meramente assistenziale (nel senso più deteriore del termine) di una manovra che – sintetizzando brutalmente – ‘ti da soldi per non lavorare’.

Con l’aiuto di Simonetta Renga, professoressa ordinaria di diritto del lavoro presso l’ateneo ferrarese, abbiamo fatto un po’ di luce sulle criticità di fondo di un idea che se applicata dovrebbe comunque essere legata al concetto di lavoro, insieme ad una via per il futuro di cui pochi parlano, ma che potrebbe rappresentare la chiave di volta per una società sempre più piegata su se stessa.

Aldilà delle varie definizioni date ad una misura come il reddito di cittadinanza, in quale forma sarebbe più adatta ad essere applicata in risposta alla situazione critica in cui molti italiani si trovano o si troveranno ad affrontare?

La cosa che posso dire è quello di cui avremmo bisogno in Italia aldilà delle proposte provenienti da più parti, e cioè una prestazione per quelli che non hanno ancora avuto accesso al mercato del lavoro, perché la stessa ASDI, l’assicurazione per la disoccupazione di coloro che hanno terminato l’indennità di disoccupazione, prevede che comunque i beneficiari debbano aver prima aver versato contributi. Quindi non è una prestazione generale, rimanendo fuori chi contributi non li ha ancora versati, cioè i giovani che non hanno mai avuto accesso al mercato del lavoro che quindi non hanno una prestazione di sicurezza sociale che li assista nella ricerca di un impiego.

E questo è il grande buco che abbiamo nel nostro Paese, la mancanza di un reddito di cittadinanza o minimo garantito che sia, visto che cambia molto poco tra l’uno e l’altro, con il quale chi lo percepisce si attivi per cercare lavoro seguito dagli uffici per l’impiego e tutti gli altri organi di gestione del mercato del lavoro.
Ci vorrebbe un connubio tra una misura assistenziale minima, sui livelli dell’assegno sociale, e l’opera degli uffici per l’impiego nel verificare l’effettiva condizione di disoccupazione involontaria e nel proporre occasioni di lavoro così come di formazione professionale.

Quindi resta di primo piano la funzione di aiuto alla ricerca di un impiego?

È fondamentale la funzione degli organi di gestione del mercato del lavoro. Devono essere loro a proporre possibilità di ingresso del mondo del lavoro, e nel caso vengano rifiutate a quel punto si blocca la prestazione assistenziale.

I critici del reddito di cittadinanza universale, e quindi slegato da una condizione di disoccupazione, puntano principalmente sull’insostenibilità economica di una misura del genere

Credo che questo tipo di misura sarebbe insostenibile dal punto di vista della spesa pubblica, oltre ad essere, forse, anche diseducativo. Non va dimenticato che l’articolo 38 della nostra Costituzione dice che la disoccupazione è protetta quando è involontaria.
Per quanto riguarda invece il finanziamento di una misura come quella di cui parlavo prima, cioè diretta a chi è appunto disoccupato involontario, questo deve essere trovato ricalibrando le voci della spesa sociale. Noi paghiamo ancora pensioni altissime e nel frattempo non ci occupiamo di misure per la protezione sociale dei più giovani.
Una sistemazione della spesa sociale in questo senso consentirebbe una distribuzione più equa delle risorse.

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