domenica, Luglio 21

Il dribbling ubriacante di Zapatero in Venezuela Il viaggio dell’ex premier spagnolo Zapatero in Venezuela imbarazza la comunità internazionale, il dialogo con Maduro potrebbe risolvere la situazione

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José Luis Rodríguez Zapatero atterra con un viaggio privato a Caracas, in Venezuela. L’ex premier spagnolo non parla né per il Governo spagnolo né, tanto meno, per l’Unione Europea. Il suo incontro con Nicolas Maduro, però, potrebbe apire a nuove possibilità di risoluzione per la questione venezuelana. Maduro potrebbe essere accolto in esilio in Spagna, secondo la proposta Zapatero, Spagna che potrebbe aprire le porte alle alte cariche chaviste in caso di guerra civile. Intanto, il Ministro degli Esteri spagnolo, Josep Borrell, incentiva il ruolo di mediazione delle Nazioni Unite.

Il possibile esilio del Presidente chavista Maduro potrebbe essere vicino Malaga, a Torremolinos, sulla Costa del Sol. Zapatero non è nuovo a questo tipo di viaggio. Nel settembre 2018 aveva incontrato Maduro per «accertarsi della situazione venezuelana e favorire un possibile dialogo nell’immediato futuro». Questa volta il motivo potrà anche essere simile, ma un (ex) leader politico europeo, prima che spagnolo, che dialoga con il Presidente disconosciuto dall’Unione Europea, oltre che dal Governo spagnolo, è un colpo forte ed inaspettato sotto la vita.

Il Governo madrileno si è subito dissociato dall’impegno di Zapatero, anche se qualche torto potrebbe averlo. Infatti, Zapatero potrebbe essere la chiave in questa situazione, che fino ad ora ha riservato mille porte chiuse. Sicuramente, è un battitore libero in un campo internazionale in cui sono ammessi pestoni e risse. L’arbitro ha perso il fischietto nella tasca, intanto il regime di Maduro ha tra i piedi la palla che decide la partita. Zapatero è stato spesso accusato di pesanti simpatie per il Presidente chavista, ma adesso potrebbe tornare utile a tutte e due gli schieramenti: la palla è tonda per tutti.

 

Infatti, non si ricorda di leaders europei che si siano messi in contatto con Maduro con così tanto disinvoltura. Zapatero potrebbe essere il capitano che va a calmare gli animi e che risolve la rissa a metà campo. Questo sempre se il centravanti russo non porti dietro con sé armamenti: novantanove militari russi e trentacinque tonnellate di materiale strategico sono atterrati sabato scorso all’aeroporto internazionale Simon Bolivar, a Maiquetia, in Venezuela. Il Generale russo, Vasilly Tonkoshkurov, entra in suolo venezuelano perché «la Russia deve rispettare diversi accordi di carattere tecnico-militare. La Russia compie diversi voli e trasporta diverse cose», si giustifica vagamente l’Ambasciata russa.

A febbraio, Maduro si è pure lasciato andare a qualche battuta tagliente, al limite dell’espulsione. «Se mi presentassi alle elezioni spagnole del 28 aprile vincerei con oltre il 50% dei voti. Il popolo spagnolo desidera un grande cambiamento e necessita di gente valorosa ed onesta al Governo». Il cambiamento e l’onestà sono nell’agenda anche di Maduro, buono a sapersi…«Fuori i corrotti!», urla Maduro, ma rimane uno scherzo, una burla che è rimasta orfana di applausi e di risate.

In ogni caso, l’avvocato statunitense Elliott Abrams, incaricato dall’Amministrazione Trump del dossier Venezuela, ha affermato che la Spagna potrebbe essere una possibile destinazione per i gerarchi chavisti. Se mai la rissa dovesse trasformarsi in vera e propria guerra civile, la Spagna diventa la nuova Argentina per unbuen retiro’. Certo, rimarrebbe discutibile la presenza di chavisti venezuelani in territorio europeo: immaginate? Separatisti catalani in Belgio, chavisti venezuelani in Spagna, terroristi rossi italiani in Francia: la questione si complica, e lo scudo che ci si fa a vicenda accontenta pochi.

Nel frattempo, la polizia politica chavista ha arrestato stretti collaboratori di Juan Guaidó. Robert Marrero, braccio destro di Guaidó, è in carcere. Ha confessato di aver contribuito a portare sul territorio nazionale sicari paramilitari colombiani. Confessione confermata dal successivo arresto di uno dei leaders del cartello criminale dei Rastrojos, un tale Wilfrido Torres Gomez. Il cartello criminale è famigerato per essersi arricchito con il narcotraffico. Gli analisti ritengono questo sia solo l’ennesimo tentativo di minare l’opposizione antichavista: un’opposizione che è stata accusata di aver causato il blackout, e adesso viene accusata di terrorismo.

L’Alto Rappresentante dell’Unione per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, Federica Mogherini, afferma che «l’Unione Europea sottolinea la sua convinzione che la soluzione alla crisi multilivello, che colpisce il Venezuela, può soltanto essere politica, democratica e pacifica». Inoltre, afferma che un’eventuale attacco a Juan Guaidó «significherebbe il deterioramento della crisi e porterebbe ad una convinta condanna da parte della comunità internazionale. (…) L’Unione Europea monitorerà con impegno lo svolgersi degli eventi, cooperando con il Gruppo di Contatto Internazionale sul Venezuela ed i suoi partners internazionali e della regione».

La stessa Mogherini si mantiene in stretto contatto con il Segretario delle Nazioni Unite, António Guterres, per sbloccare, almeno, l’entrata di aiuti umanitari in Venezuela: l’ONU potrebbe rappresentare la svolta nella questione.

L’Unione Europea rimane sulla sua posizione: no ad eserciti stranieri in Venezuela, no ad ulteriori attacchi alle figure politiche di opposizione. Ma il regime di Maduro non ascolta e non sta alle condizioni europee: continua imperriterrito e convinto di difendersi da terroristi, sicari politici, da un’opposizione che con il suo blackout ha ucciso pazienti e bambini negli ospedali, con un’opposizione che ha rischiato la vita per accogliere aiuti umanitari dalla Colombia. Maduro è il solito giocatore che inveisce contro il giornalista nel dopo partita, parla di complotti e di sovversivi, stringe i denti furioso e prosegue a pensarla come vuole lui, anche davanti l’evidenza.

Il Gruppo di Contatto Internazionale sul Venezuela si riunirà a Quito il prossimo 28 marzo. Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito dall’Unione Europea. Bolivia, Costa Rica, Ecuador ed Uruguay dall’America Latina. La prima riunione del 7 febbraio a Montevideo si è risolta con un nulla di fatto. L’Unione Europea e l’Uruguay promuovono l’apertura in Venezuela di «un processo elettorale, il coordinamento di una missione umanitaria e l’invio di una missione tecnica». Risoluzione bocciata da Messico, Bolivia e Costa Rica perché contrari ad un’eccessiva ingerenza negli affari interni venezuelani. Intanto, secondo le Nazioni Unite, il numero di migranti e rifugiati venezuelani nel mondo ha raggiunto i 3,4 milioni di persone.

Il Governo spagnolo, da parte sua, ha già preso da tempo una netta posizione. Il Primo Ministro socialista, Pedro Sánchez, è stato tra i primi in Unione Europea a riconoscere come Presidente ad interim, Juan Guaidó. E lo stesso Governo si è più volte discostato dalle missioni personali del compañero Zapatero. Sia lui che Sánchez dentro il Partito Socialista Operaio Spagnolo (PSOE): compañeros che, però, sembrano giocare per due squadre differenti.

Il Ministro degli Esteri spagnolo, Josep Borrell, ripone il suo massimo sostegno a una mediazione sotto l’egida delle Nazioni Unite. Raccomanda l’ONU di «adottare una risoluzione più incisiva di fronte al rischio che il conflitto venezuelano possa degenerare in un conflitto armato». Dichiarazioni che contraddicono il passo svelto e deciso di Sánchez: da una parte la prudenza diplomatica, dall’altra la potente decisione del Primo Ministro.

La Spagna è Giano bifronte, è un’aquila bicefala come quella asburgica di secoli fa. Tra le due teste, quella di Zapatero che potrebbe raccogliere l’assist ed insaccarla nella rete. Ma rimane una scommessa, la palla è ancora al centro, i contendenti si ostacolano e non vogliono dialogare con l’altro per paura di legittimarlo. Aspettiamo che l’arbitro ritrovi il suo fischietto.

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